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Dal passato al presente, un breve resoconto sull’acqua in Sardegna
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Ambiente ed energia
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Scritto da Cristian Ribichesu
Martedì 24 Novembre 2009 09:56
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A volte un’occhiata nei vecchi giornali diventa edificante, soprattutto se sono passati alcuni anni dal presente e quello che una volta era un articolo di cronaca diventa un utile documento storico. Così, nella “Repubblica” del 5 luglio 1987, con l’articolo “SARDEGNA, LA GRANDE SETE”, l’inviato Attilio Bolzoni faceva il punto della situazione, disastrosa, delle riserve idriche dell’isola. Denunciando lo stato siccitoso in cui cadeva, precipitava, la Sardegna, con voci di drammatica realtà, ricordando che la siccità era (ed è) un male costante dell’isola, il giornalista riportava le considerazioni dei contadini del Campidano, coltivato a riso, mais, barbabietola da zucchero, che presagivano la rovina delle colture, con il ricordo delle siccità dei primi decenni del secolo, causa di morte di molti capi di bestiame.
Come scritto, era il 1987, le dighe e gli acquedotti erano vuoti, non pioveva da cinque mesi, i danni calcolati per la Nurra e il Logudoro ammontavano a più di 130 miliardi di lire e il governo aveva dichiarato lo stato di calamità. Insomma, l’inviato del quotidiano nazionale prendeva atto della situazione e indicava anche i mali della cattiva gestione delle acque dell’isola, un’eccessiva frammentazione degli enti, 94, per il controllo di questo bene di primaria importanza, tra consorzi, acquedotti e Comuni, e quello che sarebbe stato il futuro della gestione dell’acqua nell’isola: il Piano delle risorse idriche della Sardegna.
Come scritto, infatti, l’isola avrebbe dovuto diventare un immenso lago entro il 2031, attraverso la costruzione di 40 grandi dighe, per appalti e affari tra i 15 e i 16 mila miliardi. In quegli anni si parlava di unificare i 94 padroni delle acque in 4 grandi consorzi, ma si diceva anche che sui soldi che sarebbero arrivati nell’isola per la costruzione delle dighe e l’attuazione del Piano delle risorse idriche, c’erano già troppi movimenti, con la Fiat e l'Iri schierate per i mega-appalti, e l’imprenditoria sarda scalpitante. In sostanza, davanti ai fenomeni siccitosi che gravavano sulle spalle della povera gente, imprenditoria e politica avevano un gran da fare per la realizzazione di opere che venivano definite un segno di civiltà. Ma come proseguiva Bolzoni nell’articolo, in merito ai paesi e villaggi della Sardegna meno serviti e lontani da Cagliari, e in merito a secoli di sete che hanno funestato la Sardegna: “Nelle campagne di Segariu non cade una goccia d'acqua da mesi e i contadini portano a spalle per le vie del paese la statua di gesso della Madonna.
Ad Orgosolo, nella Barbagia, ancora oggi scagliano parole proibite al cielo: Dàdenos abba, Segnore, in custa nezessidade. Si abba no nos das oe, mira chi ti occhimus. Est abba chi ti pedimus, e no crocas de boe (Dateci acqua, o Signore, in questa necessità. Se acqua non ci dai, bada che ti uccidiamo. E' acqua che ti chiediamo e non quarti di bue). Il poeta sardo Francesco Masala, autore di un suggestivo libro sulla storia dell' acqua in Sardegna, ricorda gli impronunciabili gosos, canti religiosi, che una vecchia del suo paese gridava per invocare un po' di pioggia: è accaduto a Nughedu San Nicolò, a pochi chilometri da Sassari. La vecchia immergeva un crocifisso in una sorgente arida urlando un' antica formula. ... Nell' archivio della Cattedrale di Cagliari è conservato un documento del 12 maggio 1602. Quel giorno il Vicere Conte Elda, alla testa di una processione, portò il crocifisso della chiesa di San Giacomo fino alla spiaggia Su Siccu. Davanti al santuario di Bonaria para mojarlo en la mar, para applacar la ira de Dios.”
Dopo otto anni da quel 1987 osservato da Bolzoni, nel giugno del 1995 la situazione dell’isola non migliorava e con un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri veniva dichiarato nuovamente lo stato di emergenza idrica in Sardegna, con la nomina di un Commissario Governativo per l’Emergenza Idrica, nella persona del Presidente della Regione e di sub Commissari, e lo stanziamento di risorse straordinarie per fronteggiare le emergenze. A distanza di due anni, con la legge regionale n°29 del 17 ottobre 1997, che prevede la razionalizzazione della gestione dell’acqua potabile attraverso un unico ambito territoriale ottimo (Ato), un unico gestore e un’unica tariffa, la Regione Sardegna ha affidato il servizio idrico integrato (acquedotti, fognature e depurazioni) all’Abbanoa spa, società che, essendone soci i comuni dell’isola, è a totale capitale pubblico locale.
Ma i periodi siccitosi si ripetono in Sardegna con una costanza quasi ossessionante, eIl tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. nell’estate del 2002 si affacciava un altro periodo di crisi: le riserve idriche dell’isola si bloccavano ad un quinto della capacità complessiva degli invasi (343 milioni di metri cubi su 1.525), a fronte di un consumo medio mensile che si aggirava intorno ai 40 milioni di metri cubi, con perdite delle reti idriche che si attestavano intorno al 40% dell’acqua trasportata.
Oggi per la salvaguardia dell’acqua nell’isola la Regione si è dotata di un Piano di Tutela delle Acque, che permette la pianificazione, il monitoraggio, la programmazione e l’individuazione degli interventi finalizzati alla tutela integrata degli aspetti quantitativi e qualitativi della risorsa idrica, in modo da raggiungere l’equilibrio tra la disponibilità e i fabbisogni della gente; la tutela ambientale e dell’acqua. La Regione Sardegna ci informa che l’acqua che arriva nelle abitazioni dei sardi “è prelevata per il 75% da fonti superficiali (laghi e fiumi) e per il 25% da fonti sotterranee (pozzi e sorgenti). Viene opportunamente trattata per essere resa compatibile con gli usi potabili. Viene trasportata fino alle nostre abitazioni attraverso la rete dell’acquedotto. Viene depurata presso gli impianti di depurazione. Può essere soggetta ad un ulteriore trattamento di affinamento per il riutilizzo (attraverso un’apposita rete separata da quella per l’acqua potabile, per usi di tipo industriale, agricolo o simili).”
Ma a fronte di leggi che regolamentano la gestione delle acque, i problemi riguardanti l’acqua potabile nell’isola non sembrano finire, e dalla siccità dei periodi estivi, alle inondazioni dei periodi invernali, risolta una difficoltà, sembra sempre presentarsene una nuova. Proprio nel quotidiano locale “La Nuova Sardegna” del 3 gennaio 2009, nel pezzo “Acqua gialla e maleodorante dai rubinetti”, i giornalisti Soriga e Sanna ci informavano sulle nuove vicissitudini delle tubature per la condotta dell’acqua nelle case. In alcune zone del versante occidentale della provincia di Sassari, per colpa delle condotte bucate, dove s’infilavano rami e terra, trasportati dal maltempo invernale, dai rubinetti fuoriusciva acqua gialla e maleodorante.
Così, come scritto dai due giornalisti, nelle case di Santa Maria la Palma e a Villa Assunta l’acqua dei rubinetti non solo non veniva usata per cucinare, ma addirittura creava dei problemi per lavarsi. Poi, proprio prima di Natale, alcune famiglie di Santa Maria la Palma hanno dovuto lasciare le proprie case, dato che la zona, per lo straripamento dell’acqua dei canali situati ai lati delle strade di collegamento fra i campi, si era completamente allagata. Nell’articolo, i responsabili dell’ente Abbanoa, intervenuto per porre un rimedio temporaneo alle tubature di queste zone, dichiaravano che per il maggio 2009 sarebbe partito il monitoraggio delle condotte: 14 milioni e mezzo di euro per esaminare le reti nei comuni del distretto di Sassari e, successivamente, 250 milioni di euro dei fondi Pot dell’Unione Europea per la sostituzione delle tubature vecchie in tutta la Regione.
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