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Scritto da Pier Giorgio Pinna | La Nuova Sardegna*   
Mercoledì 02 Settembre 2009 15:10
Anatomia di una scuola a pezzi. Perché la Sardegna paga un prezzo così alto rispetto ad altre regioni? E per quale motivo nell’isola i tagli sembrano inferti da una mannaia più che eseguiti dal bisturi di un chirurgo? Sindacati, precari, supplenti sono d’accordo nelle analisi e nelle risposte agli interrogativi delle ultime ore. In estrema sintesi, spiegano: «Sull’isola si scaricano troppi pesi particolari, impropri».
E subito fanno l’elenco. Intanto, c’è l’onere delle zone impoverite dallo spopolamento. Poi, gli effetti moltiplicati per dieci delle scelte ministeriali: «Una cosa è parlare dell’accorpamento tra due scuole in un hinterland metropolitano - non si stancano per esempio di ripetere in molti - Un’altra decidere l’unificazione di sedi lontane decine di chilometri, magari separate da strade dissestate». Ancora: tra i punti di crisi vengono ricordati i contraccolpi a vasto raggio che deriveranno dalle riforme in corso e dalle prossime in preparazione su un territorio già duramente colpito nei servizi pubblici essenziali.

«Tutti fattori spesso non compensati sul piano interno - fanno notare parecchi addetti ai lavori - C’è infatti un’eccessiva prudenza nell’erogazione di fondi integrativi per la didattica e per la salvaguardia dell’industria della cultura che non si registra da parte di altre Regioni». Con la conseguenza che alla fine saranno i centri più piccoli, soprattutto nell’Oristanese, nelle Barbagie e in qualche area della Gallura e del Sulcis-Iglesiente, a essere maggiormente colpiti.

Da questo settembre, su scala nazionale, si calcolano quasi 40mila cattedre in meno. Le regioni falcidiate sono Campania, Puglia, Sicilia, Calabria. Solo in termini assoluti, però. In percentuale al numero degli abitanti (e quindi di studenti e prof) è invece la Sardegna che occupa la posizione più difficile nella scacchiera degli organici della scuola italiana. Da noi, tra docenti e personale non insegnante, per ora le perdite di posti superano il 5 per cento.

Queste misure si sommano ad altri aspetti negativi. Come il blocco del turn over per i precari, uno stop non valutabile nella sua gravità complessiva proprio per le incertezze che da sempre dominano incarichi e vita professionale degli appartenenti a questa tartassatissima categoria. O come le soppressioni già fatte dal 2003 al 2008: non meno di seimila cattedre spazzate via con un rigo di penna. E come, ancora, le nuove sforbiciate previste sino al 2012: oltre ai 2500 di quest’anno, i sindacati valutano in 4mila i posti ancora da tagliare per prof, bidelli, impiegati di segreteria.

Sottolinea il consigliere regionale Marco Espa affrontando l’intera questione: «La Sardegna non è certo la pianura padana: nell’isola la disastrosa riforma voluta dal ministro crea licenziamenti, povertà diffusa, apprensione nelle famiglie». Secondo l’esponente del Pd, tutto ciò si traduce di fatto «nella chiusura di aule nei paesi montani e nelle zone urbane con maggiori rischi di emarginazione».

Da qui, sempre secondo Marco Espa, la necessità d’interventi da parte della Regione. «Non si capisce che cosa aspetti l’assessore Lucia Baire a dare risposte finalmente adeguate - è la sua conclusione - Il reale fabbisogno per il settore è di 50 milioni. Non bastano certamente i 20 sbandierati finora e sottratti comunque a fondi già destinati ad altre attività della scuola sarda».

Così come pare non si siano rivelate sufficienti, almeno per fare quadrare parte dei conti, le speranze riposte indirettamente nelle domande di pensionamento presentate dai prof e dai maestri più anziani. Attraverso queste richieste, in Sardegna quantificate in oltre 1.500 alla fine dell’anno 2008-2009, si pensava di dar spazio ai docenti non stabilizzati. Ma ad agosto le domande si erano ridotte a 1.233. E in ogni caso si sono dovute fare le stime tra le tipologie d’insegnamento svolto da chi andava in pensione e le materie affidate ai colleghi subentranti con la riforma già avviata nei diversi istituti.

In ultima analisi, un’altra difficoltà non da poco nel mare di ostacoli che l’inizio delle lezioni si appresta a certificare. All’orizzonte si delineano infatti troppe tensioni. Con un unico elemento di certezza: tra proteste, ricorsi e manifestazioni nell’isola i primi suoni delle campanelle saranno accompagnati da squilli di rivolta.

* articolo tratto da La Nuova Sardegna del 2 settembre 2009

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