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Quello che la Gelmini non sa
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Forum -
Società e Cultura
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Scritto da Paolo Maninchedda - consigliere regionale Psd'Az*
Sabato 19 Settembre 2009 11:11
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Sul Corriere della Sera di ieri, il ministro Gelmini ha lamentato la presenza nella scuola di professori che fanno politica. Se ne è lamentata perché, a suo modo di vedere, la scuola non è una sede politica, ma educativa. Bisogna chiarirsi bene le idee. Nessun bravo professore può fare bene il professore se non ha una solida visione politica del reale, così come nessun genitore può svolgere bene il proprio mestiere se non ha una chiara visione del bene e del male, della libertà dell’uomo, della funzione dell’educazione come introduzione totale alla realtà.
Non è un buon professore di storia un docente che non capisca la politica, che non si interroghi sul presente, che non capisca le strutture del potere e del mercato, che non sappia cogliere la dialettica tra la cultura, come espressione della libertà dell’uomo, e le neccessità imposte dalla natura.
Non è un buon professore di matematica un docente che non sappia partire dal bisogno di conoscere con esattezza e non sappia educare a questa esigenza come si educa all’esercizio di un diritto, in un mondo pieno di bugie e di manipolazioni prodotte dal potere.
Chi educa deve far politica, perché non si educa senza giudicare e non si giudica senza sapienza, volontà e giudizio. Non si può trasferire sapere puro, privo di una visione del mondo e del presente. Dico di più: non si può trasferire sapere senza amare. Dante spiega benissimo un meccanismo della memorizzazione che svela alcune strutture profonde dei nostri processi cognitivi. Egli afferma che si ricorda ciò che si ama (o che si odia, perché l’odio è l’amore cambiato di segno), svelando così - come ben sapeva tutta la cultura mediolatina - che i grandi maestri insegnano molto perché molto si fanno amare. Si ricordano i precetti della madre, perché molto la si è amata. L’amore di un professore per il proprio mestiere e i propri allievi è una forma altissima di quell’amore civile che ha animato generazioni di educatori, che consiste nell’avvertire l’innocenza degli allievi, la loro voglia selvaggia di vivere, amare, godere, il loro bisogno di imparare come campare, come giudicare gli uomini e gli eventi, come non farsi travolgere dal cuore, dal dolore, o dalla voglia di compimento che anima tutte le persone, e al tempo stesso, consiste nel rispettarne a distanza la libertà, l’originalità, il valore. Un professore sa che la vita è bella perché è tragica e sa che la politica è la forma più violenta di questa tragedia. Si può educare qualcuno facendo finta che tutto questo non esista?
Certo, il ministro probabilmente si riferisce a quei docenti che hanno il gusto del plagiare la cera molle delle menti più giovani. Non vi è dubbio che è paradossale avere l’altissima probabilità di incontrare a scuola il cattivo maestro che ti può rovinare la vita, ma come nella vita comune si combatte il male non pretendendo di estriparlo, ma aumentando sempre più la compagnia dei buoni e la conoscenza delle pratiche dei cattivi, così a scuola il rischio e le pratiche del plagio si combattono con la libertà degli insegnanti, non con il contrario, magari praticato in nome del bene comune.
Mi sono deciso a scrivere questa riflessione dopo lultimo attacco di Feltri a Fini. Quando da una parte il dissenso è gestito con le minacce di ritorsioni e dall’altra si comincia a chiedere l’impossibile apoliticità dell’insegnamento e dell’educazione, significa che una società e uno stato stanno correndo verso un momento critico molto pericoloso.
L’Italia non ha più bussola morale, culturale e politica: è uno stato malato e a rischio di implosione.
* articolo tratto dal sito "Sardegna e Libertà"
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