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Le grandi trasformazioni sociali e la realtà sarda
Nel 1989 Nino Carrus partecipa ad una conferenza che si inserisce nell’ambito della Scuola di Formazione Etico-Sociale organizzata dall’Istituto Scienze Religiose di Oristano. Il suo intervento viene quindi riportato integralmente nella pubblicazione “Coscienza cristiana e trasformazioni sociali in Sardegna” che raccoglie l’intero ciclo di conferenze. Al lettore si presenta un bellissimo saggio, molto scorrevole, che propone un excursus di 30 anni di storia economica e sociale della nostra Regione.
Lo sguardo attraverso il quale questa disamina viene effettuata è quello dell’economista che concepisce l’economia politica come una scienza morale e che, dall’analisi della situazione economica e delle ricadute dei Piani di Rinascita sulla società sarda, prova ad individuare una legge generale che consenta di dire cosa non ha funzionato e quindi di ipotizzare uno sviluppo più equilibrato.
A tal fine l’on. Carrus fa propria una interpretazione degli economisti dello sviluppo che distingue lo sviluppo esogeno dal cosiddetto sviluppo autocentrato, e sulla base di questa acquisizione arriva a fornire una lucida e condivisibile chiave interpretativa delle difficoltà economiche della Sardegna degli anni ottanta.



Eccellenza, signore e signori, vi ringrazio di avermi invitato a tenere questa conversazione. Parlerò di trent’anni di vita economica e sociale della Sardegna, di ciò che è avvenuto nell’ultimo trentennio, e delle grandi e significative trasformazioni che sono accadute nella nostra società e nella nostra economia.

Premessa: economia, scienza neutrale?
Ho accettato volentieri di parlare di questo argomento, proprio perché ho visto che la vostra scuola si chiama “Scuola di Formazione Etico-Sociale”. E voglio fare una premessa di ordine metodologico, perché mi sembra molto importante riaffermarla in questi tempi e riaffermarla proprio come principio.
Quando si parla di economia, si dice, ed è un luogo comune molto diffuso nel mondo accademico, fra i cultori della scienza economica, si dice dunque che l’economia è una scienza neutra e neutrale rispetto ai problemi morali. Questa impostazione della neutralità dell’economia la si fa risalire al fondatore della scienza economica moderna, ad Adam Smith.
Ora, che l’economia moderna sia una scienza neutra, è uno di quei luoghi comuni sbagliati: poiché i luoghi comuni possono essere o luoghi comuni giusti, quando si ripete un’opinione che ha un riscontro nella realtà, oppure luoghi comuni sbagliati, perché non verificati da nessuna realtà. Ecco, questo è uno dei tipici luoghi comuni sbagliati, perché Adam Smith, il fondatore dell’economia politica scientifica moderna, era un professore di filosofia morale e insegnava proprio nella patria dei più grandi economisti contemporanei, negli Stati Uniti, nel paese che ha raggiunto le più grandi conquiste economiche.
Ormai, si parla di economia politica come di una scienza morale. Voglio dire questo, perché l’equivoco nacque quando alla base dell’economia politica si pose l’utilitarismo, e quindi una concezione riduttiva dell’uomo. L’uomo venne visto soltanto come espressione dei suoi gusti e delle sue propensioni personali. “L’uomo economico” sarebbe nient’altro che espressione di un egoismo, e quindi di un interesse personale, di confronto, interesse che viene visto solo come oggetto di scambio con quello degli altri uomini. Questo uomo economico, titolare di interessi personali, poteva essere trattato scientificamente, e quindi analizzato come si può analizzare un atomo. C’è, al fondo di questo utilitarismo, un errore metodologico ed epistemologico: il fatto di trattare l’uomo soltanto come portatore di interessi egoistici.

L'economia del "non profitto".
In realtà, questa è una concezione assolutamente riduttiva dell’uomo. L’uomo è portatore non soltanto di interessi egoistici o di una strategia utilitaristica; l’uomo, lo vediamo spesso, è anche portatore di tensioni e di pulsioni altruistiche, volontaristiche, che non si apprezzano sul piano dello scambio, ma che si apprezzano sul piano del dono. Non per nulla negli Stati Uniti, che come sempre sono all’avanguardia in queste cose, è nata una branca dell’economia moderna che si chiama Non-Profit’s Economy, cioè l’economia del non profitto. E l’economia del non profitto, nel prodotto interno lordo degli U.S.A. , rappresenta il 5% dell’intero prodotto interno, che è esattamente la metà, o appena più della metà, dell’intero prodotto interno lordo agricolo, perché il prodotto interno agricolo degli U.S.A. rappresenta il 9% e la Non-Profit’s Economy rappresenta il 5%.
Che cosa è questa Non-Profit’s Economy? E’ l’economia per esempio del volontariato, è l’economia dei donatori di sangue, è l’economia della National Geographic Association, cioè di tutti quei comportamenti economici e culturali che non hanno una contropartita, che non hanno apprezzamento sul mercato, ma che sono l’espressione di una pulsione volontaria e altruista. Titolare la vostra serie di conferenze come “Scuola di Formazione Etico-Sociale” significa riportare al centro dell’economia l’uomo, non ridotto ad una macchina per il proprio egoismo individuale, ma l’uomo nella sua pienezza, nella sua eticità e nella sua moralità.
Ed è significativo che all’ultimo incontro di studio organizzato dalla Conferenza Episcopale Italiana su Etica e Democrazia Economica siano venuti, insieme con economisti e sociologi di orientamento cattolico, anche economisti e sociologi di orientamento laico. Per esempio: un economista indiano dell’Università di Harvard, Martin Senn, un economista di Chicago, Alfred Hirschmann, che pur essendo laici, sono estremamente interessati al problema della eticità e della moralità dell’economia.
Quindi, il mio punto di partenza, sarà proprio quello di non considerare le trasformazioni economiche come trasformazioni del reddito individuale, come trasformazione degli utilitarismi ricomposti in un racconto metodologicamente ineccepibile, ma di considerare l’uomo con tutte le sue pulsioni, le sue sensazioni, con il suo egoismo, ma anche con il suo altruismo, con la sua capacità di essere titolare non solo di scambi ma anche di doni.

Gli ultimi trent'anni in Sardegna.
Che cos’è dunque accaduto nella Sardegna negli ultimi trent’anni? Citerò pochissimi dati, perché i dati sono importanti ma non essenziali, e mi sforzerò di leggere quello che è accaduto nell’ultimo trentennio in una sorta di filigrana, in cui s’intravedevano, da un lato i grandi temi del cosiddetto Piano di Rinascita che scandisce i tre decenni degli anni sessanta, degli anni settanta e degli anni ottanta, e poi, dall’altro, le cose che sono realmente avvenute.

Processo di omologazione.
Intanto, che cos’è avvenuto? Parliamo del processo generale che è avvenuto in Sardegna negli ultimi trent’anni. Se dobbiamo usare una terminologia cara ai sociologi, possiamo dire che è avvenuto un processo di informazione e di omologazionerispetto al resto del Paese. Cosa vuol dire questo? Che prima degli anni sessanta, cioè alla fine della ricostruzione del nostro Paese, la Sardegna aveva un sistema isolato, in cui anche le informazioni avevano estrema difficoltà a circolare.
Dagli anni sessanta in poi, per una rivoluzione che è avvenuta non soltanto nei costumi, ma anche nel modo di trasmissione delle idee, il sistema sardo è un sistema che è pienamente informato di ciò che accade nel mondo. Cioè, la rivoluzione, non soltanto dell’informatica, che sarebbe riduttivo, ma dell’informazione in genere, ha fatto sì che in Sardegna i moduli comportamentali siano in larga misura determinati dalla circolazione delle informazioni, da un’informazione sempre più vasta.
Questo ha determinato un processo di omologazione dei comportamenti sociali che vanno al di là del fatto economico che li sostiene. Su questo punto, che può sembrare anche ovvio, mi vorrei soffermare.
Normalmente gli economisti sostengono che i comportamenti individuali, come la propensione dell’individuo a risparmiare o a consumare, siano il risultato della propria condizione economica.
In realtà, non è soltanto la condizione economica a determinare questi comportamenti, ma è il costume, l’informazione, quello che si apprende dal vasto mondo. Cosicché, ci può essere una sacca sottosviluppata e arretrata economicamente, con livelli di reddito inferiori alla media, che ha tuttavia moduli di consumo che risultano omologati rispetto al resto del Paese. Ecco, in Sardegna è avvenuto proprio questo: pur avendo un reddito pro-capite e un reddito in senso assoluto inferiore alla media italiana ed europea, proprio per quel processo di informazione, abbiamo avuto un conseguente processo di omologazione di comportamenti rispetto a quelle aree che hanno redditi molto più alti.
Perciò, le strategie di consumo, di acquisto, di investimento, di risparmio non sono quelle che si ricaverebbero dal reddito basso della Sardegna, ma sono quelle mediate da un processo di comunicazione e di informazione che determina una omologazione dei nostri comportamenti ai comportamenti italiani ed europei. Di conseguenza, il figlio del petrolchimico disoccupato probabilmente avrà moduli di consumo analoghi a quelli del ricco allevatore della valle padana.
Naturalmente, questo processo ha i suoi freni e le sue eccezioni. Può darsi, anche, che non tutti i processi accettino di essere così semplificati, ma certamente l’informazione ha portato ad una reale omologazione. In conclusione, noi, paradossalmente, abbiamo una sacca di sottosviluppo nell’ambito di un sistema generalmente evoluto. Quindi, siccome l’Italia è un sistema evoluto, fortemente industrializzato, anche i moduli di consumo, i comportamenti di chi sta nella nostra area sono adeguati al livello più alto e non al livello più basso.

La Sardegna centrale nel contesto nazionale e mondiale.
Come possiamo ripartire cronologicamente questi tre decenni che hanno visto agire, da un lato, la voglia dei sardi di progredire e, da un altro lato, hanno visto scaricarsi sulla Sardegna gli avvenimenti che hanno caratterizzato gli ultimi trent’anni in Italia, in Europa e nel mondo?
Possiamo considerare un primo decennio: gli anni sessanta, in cui si coglie il risultato del cosiddetto “miracolo” economico, cioè di una crescita intensa e continuata del reddito pro-capite accompagnata da una crescita intensa ed omogenea di consistenza demografica. Poi un secondo decennio, gli anni settanta, caratterizzati, in Sardegna, come diremo, da una totale assimilazione del mercato sardo, anche del mercato del lavoro. Il 1969 è l’anno del cosiddetto “autunno caldo” in cui scompaiono le gabbie salariali e scompaiono le ultime resistenze che ci separavano dal resto del mercato mondiale. Ed ecco, quindi, gli anni settanta che cominciano silenziosamente con il 1971, anno della dichiarazione, da parte dell’amministrazione Nixon, dell’inconvertibilità del dollaro, che innesca un processo che porterà nel 1973, alla guerra del Kippur e quindi all’innalzamento dei prezzi del petrolio e alla crisi di tutto il mondo occidentale, fortemente consumatore di petrolio. Infine, un terzo decennio, gli anni ottanta. Essi sono caratterizzati dall’adattamento del sistema industriale italiano, e anche sardo, a questi avvenimenti. Naturalmente, questo adattamento assume in Sardegna connotati particolari.

Dagli anni cinquanta agli anni sessanta: una Sardegna rurale.
Cominciamo dagli anni sessanta. Possiamo dire che se la prima legge del Piano di Rinascita è del 1962, in realtà l’elaborazione del piano stesso comincia negli anni cinquanta, e comincia proprio nel 1953, a cinque anni dalla Costituzione Italiana, quando il nostro Statuto Speciale viene ad affermare che la Sardegna doveva uscire dal suo sottosviluppo con un piano di rinascita fatto dallo Stato e dalla Regione.
Nel 1953 si abbatté in Sardegna un’ondata di criminalità rurale che portò ad un dibattito importantissimo nel Senato, dibattito che fu egemonizzato da due figure, allora carismatiche nel Senato della Repubblica: Emilio Lussu da una parte e Antonio Monni dall’altra, i quali vissero quelle vicende, quelle recrudescenze della criminalità, e conclusero quel dibattito sulla criminalità nel nuorese con un ordine del giorno che impegnava il governo a presentare la legge di adozione dell’articolo 13 del Piano di Rinascita.
Che cos’era la Sardegna dal 1953 al 1960? Era una Sardegna connotata da tre grandi fenomeni che dobbiamo sempre tenere presenti.
Alla fine degli anni cinquanta, la composizione del reddito in Sardegna era di questo tipo: oltre il 50%, quasi il 55%, era dell’agricoltura; circa il 30% era del terziario (ma non del terziario avanzato, poi vedremo) e il 20% dell’industria. Ma il terziario era costituito da quei pochi servizi generali e dai pochi e scarsissimi servizi di intermediazione, che spesso erano un’area di parcheggio per un ruralismo che non riusciva a mantenere un reddito, cioè, ad esempio, il contadino che scappava dal suo paese e andava ad aprire la bottega di frutta e verdura nei centri più o meno grandi e così via. Quindi la connotazione era:
– una ruralità prevalente, ma con un reddito agricolo insufficiente;
– un terziario fortemente arretrato;
– un 20% del reddito prodotto da un sistema industriale fortemente in crisi.
Quale era il sistema industriale? Il sistema industriale era quello che “statisticamente” veniva considerato industriale, per esempio le costruzioni. Ma in questo 20% entrava anche l’artigianato, e poi un’industria fortemente in crisi, costituita prevalentemente dall’industria mineraria e dall’industria metallurgica conseguente alla prima lavorazione dei minerali, e che cominciava a dare segni di cedimento a fronte della liberalizzazione degli scambi delle materie prime, scambi voluti dalle grandi potenze industriali all’indomani della seconda guerra mondiale. Quindi, ripeto:
– forte tasso di ruralità e insufficienza del reddito agricolo;
– terziario arretrato;
– scarsissima incidenza dell’industria.
Quando parlo del terziario arretrato, ne parlo perché, per esempio, non esisteva il turismo che poi avrebbe concorso a formare una grande parte del reddito del terziario, soprattutto alla fine degli anni settanta.
La struttura socialeera tipica di una società scarsamente industrializzata, perché anche i moduli di comportamento delle aree urbane e delle aree industriali, pensate al Sulcis-Iglesiente, erano fortemente connotate dalla ruralità. Cioè, la ruralità aveva una capacità espansiva nei moduli comportamentali che andava al di là dell’area rurale, cosicché la criminalità tipica delle zone interne a prevalente economia pastorale non era limitata soltanto alla Barbagia, era estesa anche ad aree come il Sulcis-Iglesiente, come il Gallurese e il Guspinese, e così via, che pure avevano un peso come condizione industriale.
La tendenza alla concentrazione demografica era abbastanza scarsa, nel senso che la prevalenza della migrazione verso Sassari e Cagliari era una tendenza determinata dai servizi del settore pubblico, cioè erano le scuole, le università, gli uffici pubblici che drenavano verso la città una piccola borghesia intellettuale formatasi su base ruralistica.
Cominciano prima ancora del Piano di Rinascita del 1962 due fenomeni estremamente importanti ma esogenirispetto al processo decisionale sardo. Questi due fenomeni sono: da un lato, la decisione di investimento dell’Aga Khan sulla costa nord-orientale della Sardegna; dall’altro, la decisione di Rovelli, avvallata dall’Istituto Immobiliare Italiano presieduto allora da un sardo, da Siglienti, che approvò il piano finanziario della petrolchimica di Porto Torres.
Queste due decisioni di investimento, grandi decisioni di investimento nella scala delle decisioni industriali, vengono prima del Piano di Rinascita del 1962.

Primo Piano di Rinascita: fiducia nei grandi investimenti industriali.
Il Primo Piano di Rinascita, quello del 1962, si muove nella logica dei grandi investimenti. E’ la prima volta nella legislazione meridionalistica, e in questo va oltre la legislazione fino ad allora vigente.
La Cassa per il Mezzogiorno, infatti, non ammetteva finanziamenti alle grandi industrie, ai grandi investimenti turistici; finanziava, invece, grandi infrastrutture, perché le tesi dei teorici dello sviluppo (con a capo l’economista inglese che era considerata la maggiore teorica, Vera Lutz) dicevano: “Prepariamo il territorio con le infrastrutture, poi lo sviluppo imprenditoriale verrà a caduta, come in una fontana romana, una volta che il territorio fisico è preparato con le grandi infrastrutture”. Gli anni Sessanta sono caratterizzati quindi dalla fiducia degli economisti, dei politici, degli “opinion makers” dei giornali, nei grandi investimenti industriali.
Anzi, c’è una certa concorrenza: si fa a Sassari la grande petrolchimica e la si vuole anche a Cagliari, si fa nella Costa Smeralda il grande investimento turistico e lo si vuole anche nella costa meridionale della Sardegna. Quindi i primi anni sessanta sono caratterizzati da questa fiducia nella grande ripresa e i piani di rinascita si avviano con questa fiducia.

Fine anni sessanta: l'industrializzazione senza sviluppo. Revisione critica del modello "Anni Sessanta".
Ma alla fine degli anni sessanta questa fiducia si infrange, perché si verificano tre fenomeni importantissimi:
– la ripresa della recrudescenza della criminalità di origine rurale, della criminalità propria delle zone con prevalente economia pastorale;
– l’effetto sociologicamente disastrante della grande emigrazione di manodopera agricola verso i centri di polarizzazione del Nord Italia e del Nord Europa, drenata dall’espansione della grande industria;
– la scarsa efficacia degli investimenti orientati determinati dal Piano di Rinascita.
Questi tre fenomeni complessivamente considerati: ripresa del-la criminalità tipica delle zone a prevalente economia pastorale, scarsa efficacia delle grandi intermissioni, emigrazione dalle nostre zone rurali verso le grandi aree del Nord Italia e del Nord Europa, determinano quella che verrà chiamata, alla fine degli anni sessanta, “industrializzazione senza sviluppo”: cioè, il prodotto industriale cresce ma i problemi, i nodi tragici esistenti agli inizi degli anni sessanta restano.
La ruralitàcontinua a prevalere, così anche i comportamenti criminosi tipici delle aree specificatamente rurali e delle zone arretrate agricole. La grande migrazione, trasferendo verso l’Italia e verso l’Europa le generazioni intermedie dei paesi della Sardegna, quelle generazioni che avevano vissuto in un’economia contadina, priva interi centri abitati proprio di quelle generazioni intermedie che costituiscono l’ossatura dalla quale nascono i leaders d’ambiente che possono creare l’imprenditorialità autonoma, e che possono determinare, quindi, quegli investimenti autopropulsori che si invocavano. E, infine, la sensazione che i grandi investimenti industriali, lungi dal determinare un incremento di manodopera, determinano invece una riduzione di occupazione, perché la manodopera espulsa dall’agricoltura non viene convogliata verso i nuovi piani industriali, ma viene convogliata piuttosto verso le grandi aree industriali del Nord Italia e del Nord Europa.
Quindi alla fine degli anni sessanta c’è una revisione critica di tutta la filosofia dello sviluppo sardo, che porterà alla revisione del Secondo Piano di Rinascita, con la Legge 268 del 1974, nonostante le prime avvisaglie siano proprio del 1969. Del 1969 sono infatti alcuni gravi episodi di criminalità rurale; nel 1969 si conclude “l’autunno caldo”, con la fine quindi di qualsiasi discriminazione salariale e con l’unificazione del mercato del lavoro in tutta Italia, per cui il costo del lavoro in Sardegna è uguale al costo del lavoro nella Lombardia, pur avendo noi infrastrutture e non tecnologie e quindi una produttività industriale molto bassa a parità di costo di lavoro.
Tutto questo dibattito sul cosiddetto fallimento del Piano di Rinascita viene accompagnato da un peso sempre crescente del- l’industria, da una crisi permanente dell’agricoltura e da una fortissima emigrazione che mutila di generazioni importanti di giovani la struttura sociale sarda.

Secondo Piano di Rinascita.
Il Secondo Piano di Rinascita, quello prefigurato dalla Legge 268, è radicalmente diverso. Esso punta su tre questioni, che erano abbastanza evidenti alla coscienza politica dei riformatori. Esse sono:
– la questione agro-pastorale;
– la questione dell’industrializzazione;
– la questione urbana.
Infatti, nel frattempo, il processo di emigrazione e di depauperamento dei paesi aveva portato ad una forte concentrazione demografica della popolazione della Sardegna nei due poli di Cagliari e Sassari. Con questo, avviene che i moduli di comportamento dell’area urbana di Sassari e di Cagliari si impongono per omologazione anche nelle zone ancora rurali e non industrializzate, con tutte le relative conseguenze, per cui le forme tipiche della criminalità urbana si sovrappongono a quelle rurali.Basterebbe leggere le relazioni del Procuratore Generale per l’inaugurazione degli anni giudiziari, per avere, della società sarda di quel periodo, uno spaccato molto più fedele di quello che normalmente ci forniscono le statistiche e le indagini economiche.
Gli anni Settanta vedono quindi questa coscienza della polarizzazione, e però si vuole evitare la polarizzazione con gli stessi strumenti che l’hanno provocata. La tesi di Ottana, come scelta di industrializzazione delle zone interne a prevalente economia pastorale, è conforme all’indicazione della “Commissione Medici”, quella cioè di dare alle zone interne a prevalente economia agro-pastorale una forte spinta evolutiva; è la tesi che i teorici dello sviluppo economico chiamano del “big push”, della grande spinta, la tesi secondo cui un grande fatto viene a determinare una rottura con la società tradizionale arrivando, quasi per una reazione a catena, a creare moduli comportamentali diversi. Ecco dunque queste tre scelte: industrializzazione, riforma agro-pastorale, grande polarizzazione cittadina con conseguente depauperamento della connessione tradizionale dei centri abitati dell’Isola.

La Sardegna e i mercati mondiali ed europei. Inconvertibilità del dollaro e crisi petrolifera.

Sennonché, agli inizi degli anni Settanta, questo processo si interseca con i grandi movimenti che ci sono nei mercati europei e nei mercati mondiali. Infatti, nel frattempo, la politica generale del nostro Paese, sia con la scelta di nuove prospettive sia con la scelta della liberalizzazione degli scambi sui mercati mondiali che è sottesa all’adesione italiana al Trattato Generale sul Commercio e sulle Tariffe, determina dei fatti che frenano il nostro processo di industrializzazione. Perché? Perché questi fatti mondiali ed europei hanno un’influenza diretta su quanto avviene in Sardegna.
Vediamo dunque quali sono questi fatti.
Allora, alla base di tutto c’è:
1) La dichiarazione dell’amministrazione Nixon di rendere il dollaro non convertibile in oro. Perché l’amministrazione Nixon prende questa decisione? Perché già allora, l’amministrazione Nixon, per motivi quasi analoghi a quelli che ha dovuto fronteggiare l’amministrazione Reagan, aveva il problema di un forte deficit della bilancia dei pagamenti degli U.S.A., a causa della prevalenza delle spese militari (gli U.S.A. si davano il ruolo di carabinieri del mondo): circa il 25% del loro budget era impegnato in spese militari. Inoltre, avevano una società che importava notevolmente per la sovranità del dollaro, essendo il dollaro non soltanto moneta nazionale, ma anche moneta di valore negli scambi internazionali.
Allora, dichiarare inconvertibile in oro il dollaro, significava man- tenere a Fort Knox le riserve auree degli U.S.A. e non essere obbligati a far defluire i dollari verso i mercati mondiali. Quindi sostenere strettamente la sovranità del dollaro significava, per ciò stesso, non impegnarsi: tutti gli altri paesi erano obbligati a pagare in dollari e l’America poteva quindi mantenere l’egemonia economica e finanziaria.
2) Ma due anni dopo scoppia la guerra del Kippur, con il noto processo di aumento dei prodotti petroliferi e quindi con il primo shock petrolifero che determina la crisi delle economie industriali fortemente consumatrici di energia. Questo, accanto alla ormai avvenuta liberalizzazione dei mercati mondiali, determina la crisi delle cosiddette industrie energivore, cioè delle industrie divoratrici di energia, per cui la ristrutturazione industriale si impone attraverso l’espulsione di manodopera dal processo industriale e l’intensificazione di capitale che non sia fortemente consumatore di energia. Quindi quel processo di industrializzazione sarda che era con un modello da anni sessanta, precedente alla sovranità fortemente accentrata del dollaro e precedente soprattutto all’alto costo dell’energia, si scontra con questi processi che stanno avvenendo e che impongono una ristrutturazione mondiale.

"Piccolo è bello". La balena e il pescecane. Grande industria e sistema localistico. 
Negli anni settanta perciò, a livello italiano, nasce quel fenomeno rappresentato da uno slogan allora molto diffuso presso gli economisti e i sociologi: “piccolo è bello”. Piccolo nell’industria è bello perché consuma poca energia, perché consente una flessibilità nella manovra della forza lavoro e quindi un costo lavoro inferiore, perché consente una strategia di penetrazione, di aggressività sui mercati, che le grandi industrie non hanno. Le grandi industrie, dicevano i giapponesi, sono come le balene, che si muovono con difficoltà, mentre invece le piccole industrie sono come i pescecani, che si muovono rapidamente e possono aggredire.
Gli anni settanta sono connotati anche in Italia dalla crisi della grande industria e dalla nascita di quel sistema localistico, multiforme e aggressivo, della piccola industria, che produce la cosiddetta ristrutturazione dell’industrialità. Quindi entrano in crisi le Partecipazioni Statali ed entra in crisi la F.I.A.T. Noi adesso non ce ne accorgiamo, ma chi ha seguito gli avvenimenti sindacali ed economici degli anni settanta ricorderà che cos’era la crisi della F.I.A.T., crisi che arriva fino al punto che il 30% del capitale finanziario della società viene trasferito in seno ai cosiddetti petrodollari, cioè in seno a quel sistema finanziario che era mediato dai due fatti economici più importanti: dalla sovranità del dollaro e dall’alto prezzo dei prodotti petroliferi. Quindi i libici acquistano il 30% del capitale finanziario della F.I.A.T., e soltanto dopo la ristrutturazione, con una arditissima e raffinatissima operazione di ingegneria finanziaria, i libici saranno espulsi, a metà degli anni ottanta, dal cuore del capitalismo italiano, dalla più sofisticata e avanzata impresa sul piano tecnologico e finanziario che è la F.I.A.T.
Quindi entra in crisi la grande industria, pubblica e privata, e nasce quel diffuso localismo di imprese legate alle condizioni territoriali, all’imprenditoria aggressiva, fondata sulla liberalizzazione dei mercati, sulla capacità di conquistare segmenti di mercati piccoli, ma sicuri. Entra in crisi il triangolo industriale tradizionale: Torino-Milano-Genova, in cui il lato Torino-Genova è il lato più debole, perché è il lato fondato sulla grande industria e sul capitale finanziario tradizionale, mentre il lato Milano, in quanto è interfaccia dell’area veneto-lombardo-emiliana che appunto è l’area più dinamica nella nascita delle piccole nuove industrie, rappresenta il punto di mediazione fra la grande industria e la piccola industria. Tutto ciò si riflette spaventosamente sulla Sardegna, per- ché il nostro sistema industriale è rappresentato dalle Partecipazioni Statali e dalla grande industria chimica e petrolchimica privata di Rovelli e Montedison, e cioè da quella industria che si deve ristrutturare e che è in crisi.

Dalla programmazione per settori alla programmazione per fattori.
Naturalmente, questo porta a far sì che nel resto del Paese, nelle aree industrializzate del Paese e nel resto dell’Europa, non ci sia più quella riserva di assunzione di manodopera che fu caratteristica degli anni sessanta e della grande industria. Perché?Perché la ristrutturazione industriale dopo il 1973 si fa con un processo semplicissimo, nel nostro Paese: anziché con la cosiddetta programmazione per settori, si fa con la programmazione per fattori.
E’ il momento in cui entra in crisi la scelta politica di programmare per settori: per l’agricoltura, per l’industria, per il turismo; e nasce invece la programmazione per fattori: cioè per il capitale, per il lavoro, per la tecnologia. Soprattutto, si programma il fattore lavoro, in quanto il fattore lavoro viene espulso dal processo produttivo, mentre viene intensificato il capitale. L’espulsione dal processo produttivo avviene nelle situazioni in cui al processo tradizionale di integrazione verticale delle imprese si sostituisce invece un processo nuovo di disintegrazione verticale delle imprese.
Spiego perché questo è un passaggio importantissimo anche per la Sardegna e per il Mezzogiorno. La F.I.A.T., che prima aveva tutto, dal giardiniere, all’infermiere, al cameriere per la mensa, si accorge che questa integrazione verticale è quanto mai sbagliata.
Allora decide di comprare sul mercato quei servizi, contrattando e spingendo ad una frenetica concorrenza i fornitori di questi servizi. In definitiva, taglia tutto ciò che poteva essere manodopera perché la compra sul mercato, affidando a quelle piccole e medie imprese, prodotte dal dinamismo localistico ma selvaggio di vaste aree italiane, la produzione di questi servizi.

In Sardegna invece...
In Sardegna questo non accade, perché l’imprenditorialità sarda, soprattutto locale, a causa della recentissima industrializzazione, non si è nemmeno formata. Quindi non si è potuto sostituire al “grande è peggio” il “piccolo è meglio”, nel senso che non esistendo quella fitta rete di imprenditorialità artigiana, di imprenditorialità locale che doveva prendere il posto della funzione traente della grande industrializzazione, non succede nulla. In più, con un altro grande difetto, e cioè che il Nord e l’Europa non sono più assuntori di manodopera, ma ne sono invece espulsori, proprio per l’intensificazione del capitale.

Dagli anni settanta agli anni ottanta. Ruralità in diminuzione, pastoralità in espansione.
Nel frattempo, che cosa accade a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta in Sardegna? Accade che si ridimensiona notevolmente la manodopera agricola, con un processo di concentrazione del prodotto interno lordo nell’area pastorale e con una espansione territoriale produttiva dell’area pastorale rispetto a quella tradizionale. Vi faccio grazia dei dati, ma leggendo quelli che molto opportunamente un gruppo di economisti e di geografi hanno pubblicato nell’Atlante Economico della Sardegna, pubblicato dalla editrice “Jaca Book” l’anno scorso, si vede come diminuisce la ruralità della Sardegna, ma all’interno della ruralità stessa vi è un processo di espansione della pastoralità, non soltanto in termini di contributo al prodotto interno lordo (è più il prodotto zootecnico che non il prodotto agricolo puro), ma anche in termini di estensione territoriale. Viene cioè ad estendersi l’area geografica della pastoralità con tutti i suoi moduli, i suoi comportamenti, le sue ricadute negative. In termini di comportamenti sociologici, accade che soprattutto in questo periodo si intensificano i processi di omologazione culturale a livello dei consumi, cioè i consumi delle aree urbane e delle aree pastorali diventano sempre più omogenei, nonostante la disparità dei redditi.

Omologazione. Povertà come deprivazione.
A questo proposito, permettetemi una parentesi. Bisogna dire che vedo una straordinaria coincidenza tra l’insegnamento sociale della Chiesa americana, per esempio, e le più avanzate interpretazioni dell’economia politica, nel senso che la povertà non va più interpretata in termini di povertà assoluta, ma va interpretata invece in termini di deprivazione. La povertà non è avere un reddito pro-capite basso, quanto piuttosto è lo scarto tra il proprio reddito, anche alto, e le proprie propensioni al consumo, i propri desideri. La povertà vera è lo scarto tra i desideri e le possibilità, anche quando queste possibilità sono molto alte. Nasce così la nuova povertà, che non è tanto povertà in senso assoluto, quanto deprivazione. Usando il termine di un economista prima di Oxford poi di Harvard, parleremo di “entitlement”: la ricchezza, cioè, è la possibilità di “avere titolo” ad accedere ai beni. Si potrebbe vedere un esempio di questo meccanismo di “entitlement” studiando le grandi carestie degli anni cinquanta in India, dove si dimostra che le grandi carestie, e quindi le morti per fame, non sono avvenute da una diminuzione del riso o del grano, quanto invece da una diminuzione di “titoli” ad accedere a questi beni pur esistenti.

Una crescita economica senza benessere.
Quindi, dicevamo, in Sardegna, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, si accentua questo scarto tra il reddito, che pure cresce vistosamente, e la possibilità di accedere a moduli di consumo che sono da Paese sviluppato. Così avviene in agricoltura: il reddito pro-capite aumenta, anche per effetto dell’aumento della produttività, perché abbiamo una produzione agricola molto alta e una diminuzione netta della manodopera agricola; quindi, anche se la produzione agricola cresce mediamente dal ’72 all’85 dell’1%, però diminuisce la popolazione addetta, quindi, diminuendo la popolazione addetta e aumentando il prodotto, aumenta la cosiddetta produttività (il rapporto tra prodotto e popolazione addetta è ciò che gli economisti definiscono produttività).
Ma nello stesso tempo, accade che mentre aumenta il prodotto, e quindi il reddito pro-capite dell’agricoltore, aumenta anche l’esborso che gli agricoltori devono fare per acquistare i prodotti intermedi. Infatti, mentre fino al ’56 il pastore sardo non acquistava mangimi, e l’agricoltore viveva di una pura agricoltura “di rapina”, ora, dovendo acquistare mangimi, concimi, mezzi tecnici ecc., succede che, pur aumentando il reddito, aumenta anche il costo per produrre quel reddito, quindi diminuisce notevolmente la possibilità di consumo. La conclusione paradossale è che, come ci può essere una industrializzazione senza sviluppo, così ci può essere una crescita economica senza benessere, nella misura in cui la crescita economica non viene accompagnata dall’aumento dei titoli ad accedere ai beni di consumo, ritenuti desiderabili in una società che si massifica.

Forte dinamismo sociale.
Nello stesso tempo, però, a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta, e ormai, possiamo dire, alla fine degli anni ottanta, la lentezza del processo economico è accompagnata da un fortissimo dinamismo sociale, cioè da un forte ricambio sociale, dalla presenza, anche in Sardegna, di moduli di comportamento che sono mutuati da aree urbane. Possiamo dire che, oggi, anche in provincia di Nuoro o in provincia di Oristano, i moduli di comportamento di un sedicenne, di un diciassettenne di un paesino di duemila abitanti, non è diverso dal comportamento di consumo di un ragazzo di Cagliari o di Sassari, proprio perché l’informazione porta un po’ tutti su questi consumi.

Alla ricerca di una legge generale.
Allora, avviandoci rapidamente alla conclusione, ci poniamo la domanda: queste grandi mutazioni che sono avvenute negli ultimi trent’anni hanno una chiave di spiegazione? Possiamo, cioè trovare una legge generale che in qualche modo ci fornisca una chiave interpretativa che, dal punto di vista epistemologico, ci consenta di dire che cosa non ha funzionato, e quindi di ipotizzare uno sviluppo più equilibrato e meno travagliato di questi problemi?

Lo sviluppo esogeno prevalente sullo sviluppo endogeno.
Ecco, c’è un’interpretazione, fra gli economisti dello sviluppo che si sono occupati di queste cose negli ultimi anni, ed è quella che distingue lo sviluppo esogeno dal cosiddetto sviluppo endogeno o autocentrato.
Noi abbiamo avuto fenomeni di sviluppo industriale e di sviluppo agricolo che sono stati determinati sostanzialmente da meccanismi esogeni. Per esempio, la decisione di finanziare la petrolchimica si è sposata con la propensione che aveva in quel periodo la petrolchimica ad elevarsi sui mercati europei; parallelamente, la propensione dell’Aga Khan a investire sulla Costa Smeralda si è sposata con la maggiore quota di tempo libero che avevano le società industrializzate del Nord e quindi con il segmento del turismo sempre crescente in termini di consumo presso i paesi industrializzati e a forte sviluppo economico. Si trattava, come si vede, di decisioni pur sempre esogene, in cui i fatti che avvenivano in Sardegna erano determinati dall’introduzione di un meccanismo capitalistico che aveva la sua culla altrove, e che si portava dietro i pregi, ma anche tutti i difetti, di ciò che avveniva altrove.
In alcune aree, quelle aree che alcuni economisti, di diversi  orientamenti peraltro, molti di formazione cattolica che studiano soprattutto in alcune facoltà di economia del Centro Italia e che hanno studiato bene il meccanismo emiliano e veneto, il meccanismo della cosiddetta “spina adriatica” che parte proprio dal Veneto, dall’Emilia Romagna e arriva fino alle Puglie, in queste aree, dunque, e in altre, quel localismo selvaggio degli anni settanta si è coniugato negli anni ottanta con un dinamismo imprenditoriale fortemente innovativo che ha avuto una forte elasticità e una forte capacità di adattamento. Cioè, è accaduto in Italia, per la piccola e media industria, nata dalle ceneri della grande industria italiana, quello che è accaduto nei “New Industrialization Countries”, cioè in Corea, Singapore e Filippine, dove c’è stato un processo di adattamento alla nuova realtà dei mercati mondiali fondata sul basso costo della manodopera, e che ha determinato una capacità e una flessibilità che non avevano le grandi industrie della tradizione europea e della tradizione americana. Queste grandi industrie, quindi, hanno tentato di incorporare alcuni servizi del terziario avanzato, e ciò ha dato loro una competitività sui mercati europei e mondiali molto maggiore. Per esempio, l’industria della ceramica del sistema emiliano (sistema che ha studiato un nostro conterraneo, Bruscu, che insegna economia all’Università di Modena), o l’industria delle calzature delle Marche o le industrie dell’abbigliamento della regione Toscana, ecc., hanno incorporato nei prodotti finali dei servizi di marketing, di stilismo, di innovazione finanziaria, di design, e così via, e questo ha consentito loro di sfondare su mercati fortemente competitivi, ma anche molto ricchi. Proprio questo sviluppo endogeno dell’imprenditorialità ha determinato la resistenza di questi sistemi economici, dove quindi il ridimensionamento della grande industria è stato accompagnato da un’espansione della piccola industria. Ciò che in Sardegna, invece, non è avvenuto.
Non solo, ma anche il relativo peso delle produzioni agropastorali è stato determinato da quel processo che è avvenuto sui mercati mondiali, i quali hanno visto un’inversione di tendenza, nel senso che sono diventati più competitivi i prodotti a base di proteine “nobili”, il latte e la carne rispetto ai prodotti agricoli tradizionali. Quindi la pastoralità si è espansa e i prezzi relativi dei prodotti zootecnici hanno camminato più velocemente di quelli dei prodotti agricoli tradizionali. E’ avvenuto, però, che la carica di imprenditorialità, che pure alcune aree pastorali avevano, non si è sviluppata in Sardegna, dove c’era un limite fisico di espansione, ma si è sviluppata invece, con tutti gli effetti positivi e negativi, per esempio, nell’Appennino Tosco-Emiliano, in cui c’è stata una carica di imprenditorialità agricola, ma anche, contemporaneamente, di imprenditorialità criminosa, determinata proprio dall’impossibilità del sistema sardo di dare spazio a queste energie nel proprio territorio.
Ecco quindi, sembrerebbe che la chiave interpretativa delle difficoltà degli anni ottanta sia quella che in Sardegna c’è stata una industrializzazione senza sviluppo, una scarsa crescita di imprenditorialità endogena, uno scarso dinamismo dell’accumulazione primaria dei sardi rispetto a quella trasformazione del risparmio in investimento che è la funzione dell’imprenditore innovatore.
Quindi, probabilmente, le grandi trasformazioni che pure ci sono state sul piano dei redditi, sul piano della struttura sociale, sul piano dei comportamenti e del consumo, non sono stati accompagnati da quello che nel resto d’Italia ha determinato un forte dinamismo, cioè dal crescere, dal diffondersi non di una imprenditorialità concentrata per poli tecnologici e territoriali, ma da una imprenditorialità diffusa nel territorio e diffusa anche nei settori economici. Questa sembrerebbe, allo stato attuale della riflessione degli economisti, l’interpretazione più plausibile delle nostre difficoltà.

Una società "radical-borghese".
Attenzione però, e qui mi avvio veramente a concludere: tutto questo, e soprattutto lo sviluppo economico italiano, ha portato ad una società che può essere definita come la definisce il Censis in un bel libro che è stato pubblicato nell’86/87 e che fu intitolato, proprio a metà decennio, “Riflessioni e dati sull’Italia dall’80 all’85”, libro che io consiglio ai miei studenti perché non è soltanto un libro di sociologia qualitativa, ma è uno dei pochi testi di sociologia che sia suffragato dai dati. Questa evoluzione, dicevo, ha determinato una società che può essere definita sempre più “radical-borghese”, nel senso che il modulo del consumo italiano si omologa sempre di più a comportamenti intimistici, introiettivi, per cui la misura del successo è il reddito, la possibilità di accedere al grande mercato delle cose, dell’avere, e non al grande patrimonio dell’essere, tanto per ispirarci al titolo di un libro di Fromm, che fu abbastanza famoso e che adesso mi sembra un po’ dimenticato da molti. Si determina, cioè, una situazione che fu colta molto lucidamente da uno degli scrittori laici del nostro tempo più attento ai valori religiosi, da Pier Paolo Pasolini, quando, dopo la vittoria laica sul divorzio, scrisse sul “Corriere della Sera” che non avevano vinto i valori laici, democratici e progressisti, ma che probabilmente avevano vinto i valori radicali ed egoistici di una società che si borghesizzava, in termini di valori, sempre di più.
Ecco, il problema è questo: che accanto a questo processo di intimismo consumistico e di giudizio dato soltanto sul reddito percepito, c’è un’economia che fa sempre più fatica a tenere il passo di questi comportamenti. Per queste ragioni credo che la vostra iniziativa di dare un fondamento etico alla riflessione sociologica ed economica sia proprio da apprezzare.




 
 
 
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