Il voto amministrativo in Sardegna si è concluso lunedì con i ballottaggi di Alghero e Oristano: in entrambi i casi hanno vinto i candidati sostenuti dal centrosinistra. Si tratta di vittorie con sfumature non trascurabili tra di loro. Oristano veniva da una amministrazione di destra non particolarmente brillante anche nel passato più recente. La sindaco Nonnis, diventata assessore regionale più per demerito, aveva lasciato la città probabilmente in condizioni peggiori di quando era stata eletta a sindaco pochi anni fa. Questa situazione ha forse influito sull'esito delle elezioni.
Ad Alghero, invece, ha vinto Stefano Lubrano, una persona chiaramente distante dalla visione di centrosinistra a cui siamo abituati (tanto è vero che durante la campagna elettorale non ha smentito di aver votato Cappellacci nel 2009), un imprenditore, la cui candidatura, sin da quando è stata annunciata, ha suscitato non poche perplessità, soprattutto in chi a sinistra lo ha accusato di essere poco in linea con quelli che sono i programmi del PD.
Merito di questa candidatura va a Mario Bruno, il quale, consigliere ed ex capogruppo regionale del Partito Democratico, stimato per il suo lavoro politico, da cittadino algherese, a gennaio, ha individuato in Stefano Lubrano una figura potenzialmente vincente. E così è stato, la scelta si è rivelata giusta. Le ragioni di questo successo vanno cercate proprio nel particolare contesto che costituisce Alghero, di cui Lubrano è espressione. Non si può capire il successo di Lubrano senza conoscere Alghero, e viceversa. Dotata di un aeroporto internazionale, che le permette di essere snodo e crocevia europeo, la città di Alghero rappresenta in Sardegna una realtà molto importante soprattutto in campo turistico e imprenditoriale: la sua vocazione turistica le consente, infatti, di essere aperta 365 giorni l'anno. Il centrosinistra ambiva, dopo Olbia, ad avere il governo della città catalana. Per la particolare conformazione del territorio dal punto di vista turistico, sociale, politico e culturale, era ovvio che l'attenzione della politica si dovesse concentrare su una figura imprenditoriale inserita in pieno nel contesto economico della città e dotata di caratteristiche che lo rendessero appetibile alla maggior parte dei cittadini algheresi. Turismo, sviluppo urbanistico e cultura dovevano essere le parole chiave del futuro sindaco. Vi era esigenza di un candidato che conoscesse criticità e potenzialità della città e fosse in grado di rappresentare l'idea di sviluppo che una città come Alghero deve avere come priorità. Di una figura dinamica in una società moderna, con competenze riconosciute e consolidate, con un alto tasso di trasversalità. Si è così preferito sacrificare figure politiche ideologicamente connotate che non avrebbero ricevuto il medesimo largo consenso.
La scelta iniziale di Mario Bruno ha rivelato, nonostante gli ostacoli iniziali, che il governo delle città richiede una prospettiva ampia. Tant'è vero che sul nome di Stefano Lubrano c'è stata la convergenza di forze di sinistra, di centro e della società civile, anticipando di qualche mese quello che si sta rivelando essere lo scenario futuro nazionale, in cui forze politiche finora divergenti cercano di trovare una nuova forma di alleanza per il governo non di una città ma dell'intero Paese. è per questo motivo che non riesco a capire le dimostrazioni di dissenso alla possibilità di un accordo di respiro nazionale tra PD, Udc e altre forze non tollerate dalla base del PD da parte di quelle stesse persone e militanti che celebrano trionfalmente la vittoria elettorale di Alghero, che è la rappresentazione di questo tipo di alleanze.
Il caso di Alghero pone prepotentemente al centro dell'attenzione la questione della selezione dei candidati. Una selezione che precede la definizione di alleanze e la stesura di programmi. Si sceglie prima il candidato (magari passando attraverso il bagno delle primarie), intorno al quale poi far convergere le diverse forze in campo. Il passaggio non è di poco conto. Se guardiamo alla prospettiva nazionale, infatti, ci rendiamo conto che non importa più l'appartenenza a un dato partito, non è fondamentale la coerenza, è importante che la figura candidata a cariche apicali sia appetibile, sia ben vista dalla "società civile", incarni nell'immaginario la persona di successo, mediaticamente riconoscibile (basti pensare alla sola ipotesi di candidare Roberto Saviano). Persone dal forte capitale simbolico (e spesso anche economico) personale, veri e propri candidati-partito, che transitano momentaneamente nei partiti e che portano voti, salvo poi lasciare l'autobus di linea e scendere alla fermata più comoda. è stato così per Calearo, ad esempio. Ma allo stesso modo sono stati scelti, agli esordi del PD, Marianna Madia, che rappresentava i giovani ricercatori precari, e Antonio Boccuzzi, operaio della Thyssenkrupp, sopravvissuto all'incendio della fabbrica in cui lavorava e poi candidato direttamente da Veltroni alla Camera. Candidati scelti all'esterno, nella cosiddetta società civile, ma sempre facendo ricorso al meccanismo della cooptazione. Non il frutto di una partecipazione di cittadini desiderosi di "invadere" il partito, ma investitura calata dall'alto, facendo leva sul peso dei rapporti di forza (in termini di voti, di capitale sociale, di peso negli equilibri interni) da poter giocare e mettere in campo. Scelta guidata, dunque, ma paradossalmente incontrollata. Il partito sale, infatti, su una macchina di cui non conosce la potenzialità effettiva, si espone al malcontento dei tesserati, rischia in nome di una possibile vittoria futura, bene salvifico che lava da tutti i mali, a sanare ogni malumore e mal di pancia. "Il gioco vale la vittoria!" si potrebbe dire. Ogni vittoria sana le ferite, iniziali. La cura dura spesso lo spazio dei festeggiamenti. La sconfitta può avere effetti devastanti e creare deflagrazione.
E qui arriviamo al secondo aspetto sul quale il caso di Alghero invita a riflettere. Cosa è oggi il partito democratico? Scegliere dall'alto una personalità esterna, di estrazione così lontana da quella di cui il Pd dice di fare sintesi (cattolicesimo democratico e tradizione socialdemocratica), come nel caso di Lubrano, sta lì a dirci che oggi i dirigenti stessi sono convinti dell'incapacità del partito di riuscire a proporre candidati capaci di dialogare con il territorio e di esserne rappresentativi. Un'ammissione di estraneità ai contesti in cui invece si dovrebbe essere radicati e, allo stesso tempo, un ineludibile bisogno di vincere. Una vittoria dal sapore indecifrabile, perché indefinibile diventa il partito, che assume forma e confini differenti a seconda del candidato inseguito.
E allora viene da chiedersi: ci troviamo di fronte a un partito liquido o a un partito in liquidazione? Pd, partito aperto, ai cittadini, a coloro che vogliono trovare uno spazio entro il quale costruire progetti e una cornice che possa dare senso e continuità ad attività incisive nel territorio? O Pd, partito aperto a cavalli di razza, interessati a correre per misurare e foraggiare ambizioni esclusivamente personali?