Con Antiles l'autore fa una operazione unica di questi tempi: rifugge dagli stereotipi della sociologia, per osservare i fatti dall'interno di quei villaggi-paese della valle del Tirso. Racconta verità, Mario Medde (Segretario regionale Cisl), ponendo in fila, quasi con metodologia sindacale, fatti, personaggi, storie, drammi. Linguaggio asciutto, accadimenti reali. Troppa letteratura si è misurata sulla Barbagia, sulla società del malessere; non si hanno notizie sul declino di quelle lingue di terra tra la valle di Domus, Aidomaggiore, sponde del Tirso, di qua e di là, fino a sa Costera.
Eppure erano comunità a ridosso dell'insediamento romano di Fordongianus, con le terme imperiali che un ricco metallarum procurator, attorno al 100 d.c., aveva costruito, a sue spese, in onore dell'imperatore ed delle ninfe dell'acqua.
A qualche minuto di macchina, insomma, dalla straordinaria cultura giuridico, economica, militare, i villaggi della media valle del Tirso, faticavano ancora a superare le miserie del secondo dopoguerra e oggi aggrediti da processi di spopolamento dal sapore biblico.
Mario Medde, in Antiles, si tiene stretti i toponimi delle vie della campagna, da su caminu e sas benas a sa bia de sa cotzula, a su caminu e sa vura; nomi che semplificano vite dure di contadini, ritmate da stagioni ingrate e da uomini senza cuore, pronti ad uccidere testimoni scomodi.
I personaggi che animano il paese, dai nomi graffianti, antropologicamente onomatopeici, Uminigu Manca, Pissenti Medde, Peppina Iscrapa, Franzisca Marceddu e tanti altri che si affacciano in sa pratza, nel luogo dove tutta la socialità si consuma, si tesse la rete di rapporti, dove tutto inizia e finisce.
Non può mancare in questa arcaica civiltà contadina dell'orzo e del grano, dei vigneti e degli oliveti, de sas ortalitzias, il magma aggregante della religiosità popolare, e allora San Giovanni, Sant'Isidoro, Sant'Antonio, ciascuno con le sue liturgie, i suoi lavacri e le speranze di una vita migliore.
Ma negli anni 60 qualcosa si muove, si fa strada l'dea che la cultura può sgretolare quella stratificazione di secolari immobilismi, dove i ricchi erano ricchi , possessori degli strumenti produttivi, del sapere e delle vite altrui, mentre le povertà in questi villaggi facevano ancora rima con servitù della gleba.
I primi segnali della scossa " un giovane universitario che fu riferimento per quella generazione, che coinvolse in diverse esperienze associative, culturali e politiche prima, amministrative poi. Da qui esperienze di contrapposizioni radicali tra il mondo di chi reggeva la società immobile e chi squarciò il velo di ipocrisia e provocò grande trasformazione culturale collettiva".
Beh, Mario trasferisce su questo periodo i segni della passione ancora ardenti e ne intravede lì le profonde radici.
Anche se l'eco di tragedie non lontane inchiodavano ancora il comune sentire; " Nella primavera del '53, mio nonno paterno, anche lui pastore e contadino, già avanti negli anni, cessò di vivere nel sentiero che da Pranzu 'e lampadas, portava a Sa Serra. Morì colpito da una roncolata inferta da un altro pastore".
La scuola era la speranza del cambiamento. " I banchi e le sedie erano un corpo unico di legno scuro quasi nero. Il contenitore dell'inchiostro, gli spazi infossati, tipo canalette, per le penne e i pennini, e sotto, all'altezza delle gambe, una sorta di ripiano per le cartelle".
Essenzialità dell'apprendimento, con la severità del maestro.
La parola, la capacità nell'usarla era essenziale.. En archè en o logos.. recita l'autore, dando alla parola quella forza che ha sradicato e spezzato secolari catene di potere. Cita Don Milani : "L'operaio conosce cento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone".
E quelle parole ancora scolpite nel cuore di un lessico straordinario : Antiles e zennas, frunisteddos e gantzos, fura e arrastu, innidas e zurras e altre, tante, che compongono la cifra delle radici antropologiche culturali dell'autore, le troviamo ancora, non abrase come i nomi degli oppositori nell'antico cippo di Fordongianus.
Antiles, una storia di storie concrete, sovrapponibile a tutti noi di quella generazione, in quei villaggi delle sponde del Tirso, da Aidomaggiore a Orotelli, da Sedilo a Bultei.
Mario Medde si ferma sull'uscio delle torri di Ottana; la sua narrazione, lieve e convincente, percorre le strade globali dell'web, ma non supera e non potrebbe, il muro dei polimeri e della chimica che allunga altre ombre, nella piana assolata.