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Occorre cambiare

Qualche giorno fa mi ha telefonato un amico che ben conosce i problemi del sistema politico ed economico della Sardegna per aver ricoperto importanti incarichi in enti pubblici economici di livello regionale e nazionale. Non uno qualsiasi quindi. Questo amico diceva di condividere totalmente, pur non essendo della sua parte politica, la linea adottata dal Consigliere Regionale Paolo Maninchedda in merito alla crisi drammatica in cui si trova la Sardegna e alle risposte concrete da dare a questa crisi, per una svolta finalmente decisiva e definitiva.

Il blocco dei lavori della commissione consiliare è una decisione, certo non rituale, ma forte e significativa sul piano politico e istituzionale. Non sono ormai più sufficienti i comunicati o le proteste che seguono i canali tradizionali.

Ma dice sempre il mio amico che Paolo Maninchedda ha indicato i veri nodi che impediscono la crescita del sistema produttivo sardo e il superamento delle varie emergenze industriali che ormai interessano tutta la Sardegna, dal Sulcis a Ottana, da Porto Torres ad Arbatax.

Questi nodi sono l'energia e i trasporti marittimi. La crisi va affrontata non inseguendo l'esplodere delle singole emergenze industriali ma chiedendo risposte concrete e investimenti adeguati per risolvere il problema delle tariffe energetiche e di quelle dei trasporti marittimi. Se il Governo, la Regione Sarda e l'Europa non danno soluzione definitiva a questi problemi, non si danno risposte ai problemi della crisi oggi e della crescita domani. La vertenza Sardegna non "va affrontata a pezzi, ma unitariamente" perchè i problemi di base sono ovunque gli stessi - nel Sulcis, a Ottana e Porto Torres - e si identificano con energia e trasporti. Gli investimenti comunitari, statali e regionali, che sono rilevanti e quasi sempre mal utilizzati, debbono puntare a garantire tariffe energetiche e trasporti a costi adeguati allo status di insularità della Sardegna. E questo è compito della politica e di una classe dirigente responsabile, lungimirante e meno legata agli aspetti localistici della crisi.

E' chiaro ormai che la situazione drammatica della crisi, non solo industriale, della Sardegna pone un problema di fondo: il modello di sviluppo che ha caratterizzato la storia economica e sociale della nostra isola degli ultimi decenni è finito, è morto da anni. Occorre ripensare ad un nuovo progetto di sviluppo, ad un nuovo modello di società che maturi al nostro interno, che utilizzi le grandi risorse umane e materiali che la nostra terra ha ancora a disposizione. La nostra isola ha ancora intelligenze, competenze, giovani imprenditori, settori economici da vitalizzare che ci spingono a guardare lontano, ad affrontare le scelte necessarie per garantire sviluppo e dare un futuro alle giovani generazioni. La ricerca di questo cambiamento richiede necessariamente la presenza di una nuova classe dirigente, giovane, capace, competente, rinnovata, perché quella attuale, con le dovute eccezioni, si è dimostrata a dir poco inadeguata. Che abbia dietro un grande movimento di popolo.

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