«Con l'estendersi dei partiti di massa e il loro aderire organicamente alla vita più intima (economico-produttiva) della massa stessa, il processo di standardizzazione dei sentimenti popolari da meccanico e casuale diventa consapevole e critico. La conoscenza e il giudizio di importanza di tali sentimenti non avviene più da parte dei capi per intuizione ... ma avviene da parte dell'organismo collettivo per "compartecipazione attiva e consapevole", per "con-passionalità", per esperienza dei particolari immediati ... Così si forma un legame stretto tra grande massa, partito, gruppo dirigente, e tutto il complesso, ben articolato, si può muovere come un "uomo collettivo"» (Gramsci, Quaderni del Carcere, p. 1430).
L' intenzione di Gramsci era quella di trasformare i "diretti"( operai e contadini)in dirigenti cioè le classi subalterne in classi dirigenti e tale funzione non poteva più essere svolta, secondo Gramsci da "una persona reale, un individuo concreto" ma è compito di un "organismo collettivo", di "un elemento di società complesso nel quale già abbia inizio il concretarsi di una volontà collettiva riconosciuta e affermatasi parzialmente nell'azione".
Di conseguenza tutti gli appartenenti a un partito politico diventano "intellettuali" svolgendo una "funzione che è direttiva e organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale", ma l'intero partito rivolgendosi alla classe che intende rappresentare svolgerà un ruolo essenziale non solo educativo ma anche politico e tutto ciò può avvenire solo in quanto è un "collettivo".
Antonio Gramsci ha scritto che il partito deve dare attenzione all'influenza culturale che incide poi sulla società che esso vuole rappresentare( gli anni erano diversi e lo erano anche i partiti, gli italiani non erano ancora cittadini di una Repubblica Democratica nata dalle macerie di un conflitto mondiale devastante) ed evitare che lo stesso partito si trasformi in "un corpo estraneo solidale che sta a se".
Anzi esso deve "reagire contro lo spirito di consuetudine, contro la tendenza a mummificarsi e a diventare anacronistico", tenendo conto che la burocrazia interna rischia di diventare "una forza conservatrice pericolosa".
Partendo dalle parole di Gramsci che conosco solo come lettrice mi scuso con tutti coloro che, studiosi e profondi conoscitori, troveranno delle forzature nella mia libera interpretazione, ma mi rendo conto di come la sinistra che spesso ama citare lo studioso filosofo politico che fece del suo impegno la ragione della sua vita non sia riuscita a declinare una visione di partito che si avvicini meglio alla sua idea e allo spirito dell'art. 49 della Costituzione che recita: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".
Si deve necessariamente parlare di Partito democratico proprio per le premesse che esso ha posto come base costitutiva, che avrebbero dovuto essere la sintesi fra le forze fondamentali della democrazia italiana dal dopoguerra ai primi anni del 2000 e che avrebbero dovuto rappresentare al meglio la società italiana nello schieramento di centrosinistra in un sistema maggioritario e bipartitico.
Nell'atto di presentazione agli italiani, il partito si dichiarava per statuto aperto ai cittadini e, grazie allo strumento delle primarie (importato dagli USA e adattato alla nostra realtà), riferimento di tutto il centrosinistra. Altre sue peculiarità fondamentali erano la laicità e la tutela dei diritti alla persona, con chiara ispirazione di apertura ed estensione dei diritti che uno Stato moderno dovrebbe perseguire.
In pochi anni il partito ha subito una metamorfosi. Liquidato Walter Veltroni, padre fondatore che aveva raggiunto nel 2009 un "misero" 33%, oggi il partito appare tutto tranne quello che ambiva ad essere: la calamita che avrebbe dovuto attrarre consensi e alleati. Al suo interno esistono contraddizioni irrisolvibili ed è proprio in questi giorni che esse deflagrano, non solo con la richiesta di primarie avanzata da Matteo Renzi rottam-attore della prima ora, ma anche con la richiesta di un referendum interno che intende sottoporre a discussione sei quesiti che a mio avviso dovrebbero essere invece Dna del PD. Per quale motivo è necessario indire un referendum riguardo l'incandidabilità di tutti i condannati anche con sentenza non definitiva per gravi delitti non colposi?
Tutto ciò avviene in una situazione politica preoccupante, in cui l'assenza della Politica, a favore della Tecnica, ha consentito che in brevissimo tempo l'Italia e la sua Costituzione subissero riforme e modifiche che hanno distrutto un sistema di welfare sempre precario e favorito la dismissione di una serie di diritti acquisiti (che con la loro eliminazione o ridimensionamento non solo non sono serviti a rilanciare lo sviluppo, ma hanno portato l'Italia ad elaborare una nuova concezione del lavoratore, precario e perciò soggetto ricattabile, che spesso si trova a scegliere fra lavorare in un contesto sano e sicuro o restare a casa).
In tutto questo il PD ha avvallato le riforme e ad oggi si trova in una situazione a dir poco in bilico. Se è vero che D'Alema poco tempo fa ha sostenuto che nel 2013 il partito avrebbe governato sia con Sel che Udc, oggi si trova di fatto senza alleati. Da un lato, SeL (fuori dal Parlamento e spesso ipercritico nei confronti di Monti) proprio ieri ha depositato in Cassazione la richiesta di referendum abrogativo nei confronti della riforma che ha cancellato l'art.18, segnando una discontinuità forte con l'attuale governo; dall'altro, Casini, consapevole che appoggiare Monti indiscriminatamente chiedendone un governo bis sia la posizione più favorevole per il suo partito, ha deciso che continuerà con la sua politica di alleanze variabili, lasciando Bersani praticamente solo ad un bivio.
Tutto questo mentre i partiti "litigano" sulla nuova legge elettorale, che evidenzia come nessuno sia in grado di elaborare una legge che, lungi dal tener conto delle esigenze del momento (alcune molto personali), consenta a chi vince di poter governare un Paese allo stremo.
Emerge così come Monti e il suo governo tecnico siano la maschera che permette di nascondere l'incapacità della politica di pensare al bene del Paese e l'interesse esclusivo di tutti i partiti di lavorare per la propria sopravvivenza, cercando in tutti i modi di restringere sempre più la partecipazione dei cittadini all'elaborazione politica nonostante proprio questi ultimi, sempre più informati, intendano agire attivamente.
Mentre mi appresto ad inviare queste riflessioni mi rendo conto che il momento politico in continua evoluzione possa aver superato le cose di cui ho parlato ma credo che un dibattito su democrazia interna nei partiti e il ruolo che essi svolgono nella società attuale sia necessario soprattutto negli ultimi giorni in cui si è aperto uno squarcio su M5s il movimento che sembrava la culla della democrazia diretta e che invece ha rivelato le prime crepe e un progetto che sembra tutt'altro che democratico.