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Riflessioni di una cassaintegrata

Intervento svolto durante l'incontro di Macomer "Antiles: le porte del passato e del presente verso un nuovo sviluppo". 
Antiles: parola arcana e complicata nella sua semplicità lessicale, che spalanca immensi pensieri nella mente di chi come me, ne ha un'idea chiara seppur modernizzata, concedetemi questo termine. Antiles sono per me i cancelli chiusi o socchiusi delle fabbriche di questo territorio, di questa terra amara che segnano il destino di centinaia di persone come me.

Cancelli chiusi che racchiudono vite, esperienze umane, vicende personali e sociali senza tempo. Racchiudono la gioia di anni produttivi, racchiudono la tristezza e la desolazione di vederli chiusi davanti al futuro delle nostre vite, quei cancelli a cui ci siamo agrappati con i nostri sogni "da grandi", con i nostri desideri, con la nostra vita.

Oggi porto le mie riflessioni , quella di una donna semplice, cresciuta in questo territorio. Ho studiato, ho trovato lavoro a due passi da casa, ho deciso di farmi una famiglia, avere un figlio, impegnarmi con l'attivita' sindacale, quasi per tradizione familiare , insomma sogni normali di una ragazza serena, come tante altre...ma la vita ci riserva tante sorprese, e non sempre queste sono belle. E allora ti ritrovi da un mese all'altro con altre centinaia di uomini e donne davanti ai sogni che non ci sono piu', sbattuti tristemente e inesorabilmente sull'ingresso di una fabbrica fallita. Tante illusioni, tante cattedrali nel deserto.

A partire dagli annio '60 ad ottana, con la chimica, passando per siniscola , ed il tessile , degli anni '80, per arrivare a macomer, il marghine, dove si e' avuto forse il trentennio di trasformazione territoriale , di tessuto industriale piu' particolare dell'isola. Un territorio dove gia' dai primi anni '20 erano presenti grandi industrie, tessili e dell'agroalimentare, ma che a fine del millennio hanno visto un crollo di tutte queste realta', vuoi per la crisi generalizzata dell'economia settoriale, vuoi per la trascuratezza della classe politica, vuoi per gli imprenditori sbagliati che tanto hanno preso ma putroppo poco hanno dato, lasciando capannoni semi vuoti, fatiscienti, con centinaia di lavoratrici e di lavoratori senza futuro.

Ma la delusione nasce dal vedere, in giro per la zona di tossilo, l'abbandono, il degrado, di una realta' industriale dimenticata da tutti, con cui ci siamo abituati stancamente a convivere, perche' le promesse fatte non sono state mantenute, perche' le fabbriche non sono state riaperte, perche' la gente e' ferma....e' vero, stupisce questa strana rilassatezza , questo senso di rassegnazione, ma secondo me, e' dato dalla stanchezza di vedersi rovesciare sopra da 30 anni sempre le stesse parole, le stesse promesse. Che la sardegna non era terra industrializzabile, l'avevamo capito da soli, ma dopo 2 ventenni, non puoi dirlo, non dopo aver illuso generazioni di persone che il loro futuro e' li, e adesso dire che il loro futuro non e' piu', non e' piu' nulla...solo ammortizzatori sociali le accuse fatte al sindacato, nell'arco degli ultimi 15 anni, sono state le piu' variegate, ma non vedo pero' dove fossero le alternative. gli imprenditori venivano in sardegna non perche' innamorati dell'isola, ma dei soldi che questa metteva a disposizione per creare lavoro.

La Queen e' stata una delle realta' piu' ridenti di questo panorama imprenditoriale, ma a mantova, distretto della calzetteria a livello mondiale, nei primi anni novanta, eravamo visti come la serbia e la cina di oggi. La forza dell'imprenditore si sarebbe dovuta vedere alla chiusura dei rubinetti finanziari della regione. La forza e' venuta a mancare e con lei, anche l'impegno a continuare "l'avventura" sarda. il resto e' cronaca dei mesi scorsi.

L 'incompetenza della politica di mettere in piedi seriamente un vero e proprio sistema di abbattimento di costi all'imprenditoria, ha creato una sorta di non ritorno e di chiusura domino tante idee, tante proposte, messe in piedi anche dalle aziende che seriamente hanno provato a svilupparsi nel territorio, ma che puntualmente vengono lasciate li a morire, perche' forse e' piu' semplice pagare che creare alternativamente lavoro. E se gia' chi ci dovrebbe guidare e governare, lascia andare, cosa ci si puo' aspettare dai lavoratori lasciati per strada? La stessa dipendenza che si ha dagli ammortizzatori sociali, e' un segno di stanchezza, di poca volonta'.

E quando si continua a denunciare che si portano via le macchine comprate con soldi sardi, mai restituiti, ci si indigna perche' si accusa la regione di indifferenza...ma la stessa indifferenza e' quella che grava sulla sorte di un intero comparto produttivo ormai disintegrato, ma che forse con un po' d'impegno, con un po' di concretezza, si potrebbe risollevare, creando magari dalle ceneri delle produzioni ormai sepolte, linee di nicchia, anche e soprattutto nel tessile, coinvolgendo fasce di lavoratori per cui il futuro, sempre che ci siano le risorse, e' rimasto nella cassa integrazione o nella mobilita'.

In questa "storica" vicenda industriale fanno capolino le donne, e proprio in questo territorio vere protagoniste di questa vicenda! Madri, mogli, compagne, vicino ai loro uomini in una battaglia senza fine, o in prima persona coinvolte come operaie, in questo grande disarmo industriale, ma mai un tentennamento, mai una debolezza. Ma quest'anno ho visto queste donne tremare, davanti alle nuove difficolta', davanti allo spettro di un "non futuro"..dopo anni di lotta senza tregua, le ho viste stanche cercare, in chi come me, come noi, fa sindacato, quelle risposte che non trovano piu' nelle istituzioni, nella calma rassicurante di un posto di lavoro, nella serenita' della famiglia. Siamo diventati famiglia, siamo diventati assistenti sociali, e dove la politica e le strutture non arrivano, siamo noi.

E' questa la molla che mi fa andare avanti, la disperazione che leggo negli occhi di chi mi guarda in attesa di una parola di speranza!!! Questo ho imparato e sto imparando nel fare sindacato, che nei momenti piu' buii, di questi anni noi ci siamo sempre , con i nostri difetti , le nostre difficolta', ma anche con la sincerita' che ci caratterizza nel nostro operato, col coraggio delle nostre idee, mai celate dietro pseudo ideali, ma con la praticita' di non prendere mai in giro nessuno, perche' e' vero che la verita' fa male, che i no bruciano piu' del fuoco, ma se servono a non illudere i lavoratori, noi li utilizziamo, ma siamo pero' sempre li, di fianco a loro, ogni giorno..e mai li lasceremo soli, anche per chi come me, per assurdo, vive la loro stessa situazione di cassaintegrata in scadenza.

Ma io ho scelto, pur tra mille difficolta' , di mettermi in gioco, un impegno duro , che da spesso lacrime e dolore, ma che da forza, voglia di rinascita per questo territorio, dove ho deciso di crescere mio figlio, con la speranza di costruire per lui, una sorta di "antiles", che possa permettergli di posare dure pietre di basalto lungo il suo cammino, che sono il simbolo di una strada tracciata , robusta e resistente, lungo queste terre, che gli consenta, insieme a tanti altri bimbi, di crescere qui dove sono le sue tradizioni e quelle della sua famiglia, un ingresso ad un mondo che garantisca sviluppo in mezzo a tante lotte e non abbandono, mai e poi mai.

C'e' tanto da fare e tanto da faticare ma penso valga sempre la pena farlo, se ad aspettarmi a casa ho due occhietti curiosi che mi guardano e una vocina che mi chiede " mamma, ma oggi vai a lavorare?" e io a questa vocina voglio rispondere di si, una volta per tutte.

* segreteria territoriale Femca Cisl Nuoro

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