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Per un'Agenda Sardegna: sardizzare la politica sarda

L'altro ieri ho incontrato casualmente al Mediterraneo Gesuino Muledda. Dopo aver parlato del sistema sanitario sardo, si è finiti a parlare di politica. Mi dice: "Bisogna sardizzare la politica sarda". È, detto in altri termini, ciò che anch'io da tempo vado ripetendo quando parlo di Partito dei sardi, di Partito della Sardegna, cioè di un grande partito che difenda e rappresenti i nostri interessi e le nostre ambizioni.

Bevuto il caffé e conclusa la rapida e sempre imbarazzata – tra sardi – fase dei saluti, ho continuato a ragionare su queste affermazioni, perché il problema non è dato dal termine 'partito', ma dall'aggettivo 'grande'. Perché non si è mai riusciti a riunire sotto un'unica insegna, l'ampia platea che va dall'autonomismo più spinto all'indipendentismo?

Sicuramente per l'organizzazione ancora tribale della società sarda. Quando guardo i bronzetti nuragici che raffigurano i capi tribù, penso che sia un dato antropologico dei sardi cercare un capo, stare con un capo piuttosto che stare in un sistema, in una rete, in una equipe. Quindi abbiamo tanti partiti quanti capi tribù. Ma i tempi stanno cambiando: più si eleva il livello di istruzione, meno tribale diviene la società. Quindi abbiamo spazio per lavorare. E questo sta accadendo.

Il secondo problema è dato dalle identità culturali storiche, che stanno lì come incrostazioni irremovibili ad impedire le normali evoluzioni politiche delle persone. Chi è stato comunista ha diffcioltà a trovarsi a fianco di un liberale in nome della Sardegna. Su questo terreno, però, in questi anni abbiamo fatto molto, perché sia nella destra liberale che nella sinistra sono penetrate potentemente molte delle nostre posizioni. Il contesto culturale è più 'sardizzato' di quel che si possa pensare. Tuttavia, non si può non tener conto della necessità di esplicitare alcuni confini.

Credo si debbano pronunciare con nettezza tre No: 1) un no netto al berlusconismo, inteso come avventurismo aggressivo verso le istituzioni per piegarle a interessi di parte; 2) un No netto all'eversivismo rivoluzionario, cioè alla tentazione ricorrente dell'epopea della ribellione; 3) un No netto alla commistione tra interessi pubblici e illegittimi interessi privati (sarà un caso, ma i partiti scegliendo i candidati testimonial, hanno scelto molti ricchi fuori scala. C'è qualcosa che non va. Quando i grandi ricchi si prendono il potere, c'è qualcosa che non va e i primi ad accorgersene sono i piccoli imprenditori, il ceto professionale e il ceto medio).

È possibile con questi presupposti trovare un luogo in cui confrontarsi? Forse sì, ma bisogna prima farlo sul piano culturale. Gianvalerio Sanna ieri mi diceva: "Decidiamoci a fare o un sito o un'associazione che discuta questi temi, se no non diventeranno centrali neanche nei prossimi cinque anni". Forse è così, forse bisogna creare un ambiente culturale dove politici, intellettuali, funzionari regionali (i funzionari regionali bravi – pochissimi – stanno a un processo riformista serio coem i preti bravi stavano ai moti dell'Angioy), politici e amministratori si ritrovino un po' a schema libero, cioè senza un'immediata preoccupazione tattica e elettorale, ma solo per costruire un perimetro.

La strada può essere quella che abbiamo cominciato a fare a Macomer a dicembre, cioè la costruzione di un'Agenda Sardegna, un programma per la Sardegna che si consegna generosamente al dibattito politico. Pensiamoci.

* tratto da Sardegna e Libertà

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