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Sardità: identità e placebo

Ho letto e riletto l'articolo dell'on Paolo Maninchedda, pensavo di rispondere direttamente all'articolo ma visto l'argomento preferisco rispondere con una riflessione più ampio perché ci sono tanti temi e tutti molto interessanti. Inutile dire che ho stima di Maninchedda che considero un'intelligenza acuta e catalizzante e perciò mai trascurabile.

La descrizione dell'incontro fugace con Gesuino Muledda, altra personalità della politica sarda che stimo e apprezzo per il suo continuo interrogarsi e proporre argomenti di discussione mai banali, e lo scambio di opinioni su un Grande Partito dei Sardi potrebbe essere una base per un ragionamento serio che veda finalmente i Sardi lavorare per un soggetto politico che li rappresenti e che finalmente possa occuparsi della Sardegna come regione italiana e non come feudo della politca ora romana o di Arcore come accaduto ultimamente.

Maninchedda dopo una riflessione interessante e veloce su identità culturale e storica, organizzazione sociale dei sardi e retaggi ideologici che impediscono un confronto "laico" fra le parti politiche, pone tre punti imprescindibili, tre NO secchi dando ad essi una importanza che, onestamente, mi sembra smentita nei fatti. Il no al berlusconismo mi sembra lontano perché se è vero che Berlusconi è all'angolo pur con colpi di coda che lo rendono ancora temibile, temo che il berlusconismo assorbito anche dalle altre forze politiche sia radicato più di quanto pensiamo e si somma al punto 2 che riguarda la commistione fra interesse pubblico e privato, lascerei perdere l'eversione che mi sembra dei tre punti quello più astratto.

Mi piacerebbe, pur non avendo le capacità dell'on. Maninchedda indicare tre punti da cui si potrebbe partire per poter ambire a un partito dei sardi, non importa l'aggettivo grande e su questo ha ragione, importa la sostanza e importa il coinvolgimento dei Sardi stessi, come si coinvolgono i sardi? Maninchedda scrive che "...Il contesto culturale è più 'sardizzato' di quel che si possa pensare..." a me invece non pare proprio che sia così altrimenti non si capirebbe come mai la nostra Isola versa in condizioni che appaiono sempre più gravi, vorrei segnalare che nel solo 2012, in Sardegna hanno chiuso i battenti 1.045 imprese artigiane trascuriamo le eterne vertenze aperte in campo industrilae(?), lasciamo perdere la de-strutturazione voluta dai sardi riguardo l'assetto delle province, lasciamo perdere la dispersione scolastica o la dipendenza alimentare e mi chiedo in cosa consista questo contesto culturale sardizzato, tra l'altro aggettivo che non mi piace perché mi sembra un'iniezione di sardità a breve scadenza.

Quindi i miei tre punti che potrebbero essere molti di più li riassumerei in:

Su queste basi probabilmente potremmo iniziare un percorso che porti i Sardi a una autonomia che è soprattutto culturale, occorre coltivare la consapevolezza e non distrarla con promesse di efficienza e buon governo grandi assenti da anni, occorre che l'intera classe politica isolana compia una seria autocritica perché i capitribù, troppi per potersi dividere i voti di un milione di sardi, dovranno rendere conto della gravità di una crisi che da noi esiste da sempre, da quando la politica tutta ha scelto di fare da tramite fra Stato centrale e regione condizionando lo sviluppo nell'eterno gioco dei ruoli che guarda caso sono sempre istituzionali e finalizzati al rafforzamento di posizioni personali.

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