Il successo del Movimento 5 Stelle affonda le sue radici in due fenomeni che si intrecciano in maniera inestricabile e che hanno segnato in maniera indelebile il ventennio che ha preceduto le elezioni del cosiddetto "tsunami", che hanno realmente (e forse in maniera persino più profonda di quanto attualmente non si percepisca) cambiato il volto del Paese.
In estrema sintesi: da una parte una politica che ha totalmente perso la sua vocazione all'interesse collettivo, dall'altra il precipitare di una condizione sociale che ha frantumato, impoverito ed infine disorientato la società nella quale viviamo.
Una prova di questo fatto credo si possa registrare anche in Sardegna. Basta volgere lo sguardo al Sulcis Iglesiente, territorio nel quale questi elementi assumono il connotato del dramma e nel quale si segna la punta massima di consenso al Movimento di Beppe Grillo (35%). E basta vedere quanto è diffuso e consistente - paese per paese - quella opzione di voto.
Una coincidenza così stretta fra crisi delle forme tradizionali della politica, sfiducia nelle istituzioni e nella rappresentanza democratica, crisi economica, sociale e culturale, si rinviene solamente in periodi storici come quello che ha segnato la vicenda della Repubblica di Weimar. Quasi fossimo usciti anche noi da una Guerra: con il suo lascito di disperazione, disgregazione ed impoverimento generalizzato. In questa condizione parlare di futuro è impossibile. Ma credo tuttavia che siamo ancora a Weimar e non già nella fase successiva. E già questo non è poco.
Dare una definizione unitaria al successo del M5S - da questo punto di vista - è quasi un non senso. Semplicemente la politica deve prenderne atto e tentare la strada della traduzione in positivo di quell'onda. Evitando di ignorare (o peggio demonizzare) un dissenso e un malessere che nella società covava da anni e che - per quanto in maniera certamente irrazionale (ma del resto poteva essere diversamente?) - è esploso a questo giro della giostra.
In questi termini quanto è accaduto nelle urne del 24-25 febbraio scorso può essere letto come un'occasione di rinnovamento profondo del sistema politico. E qui non si tratta di salire su alcun carro di alcun vincitore, né di inseguire nessuno sul proprio terreno. Si tratta invece di accettare la sfida e rilanciarla, in maniera tale che si possa individuare la via d'uscita dalla crisi sistemica nella quale siamo (da tempo) precipitati. Ed anche con un briciolo di umiltà, cosa che la politica ha perso da troppo tempo. Compresa la mia parte: la Sinistra.
Il sistema democratico "è a rischio di tenuta". La trovo una lettura pertinente (e che personalmente da tempo condivido). Ma non lo è né per volontà del M5S né per esito elettorale del medesimo soggetto politico. La Democrazia è a rischio perché a sconquassarne i fondamenti essenziali è stato il Liberismo. E la traduzione italiana di quella visione della società e dell'economia è stata persino più volgare, oscena e contaminata dalla corruzione morale di quanto non lo sia stata in altri Paesi.
Restituire autorevolezza alle Istituzioni e fiato alla Società è un aspetto dirimente. Perciò mi sono convinto anch'io che vada abolita la Legge sul rimborso delle spese elettorali ai partiti e che sul finanziamento pubblico sia necessario aprire una grande e partecipata riflessione pubblica.
Va immediatamente cambiata questa Legge elettorale, che non solo non mette l'elettore di scegliere nella condizione di scegliere il proprio candidato ma che non consente alla coalizione vincente (per numero di voti) di governare.
Va messo mano al sistema degli ammortizzatori sociali in maniera tale che ne possa nascere uno universale (Reddito di Cittadinanza), che metta in sicurezza le esistenze anche di quella parte di società che ha un lavoro precario o che un lavoro non l'ha mai avuto e non riesce a trovarlo. E contestualmente va pensata una nuova politica del lavoro che restituisca opportunità e piena dignità alle persone.
Si vadano a prendere le risorse (questo a mio avviso continua ad essere un nodo politico fondamentale) da chi le ha e da troppo tempo non contribuisce alla crescita armonica della società: si colpiscano i privilegi. Tutti i privilegi: sia quelli espliciti della classe politica che quelli dei manager pubblici e privati, si riduca il costo della macchina pubblica e si aggredisca la grande evasione fiscale. Si taglino le spese in armamenti e si metta mano ai grandi patrimoni immobiliari e finanziari.
Non ho mai creduto che tutti fossero uguali (né i politici, né i cittadini) e non mi arrendo a pensarlo. Non ho nemmeno mai pensato che tutto fosse stanco e guasto. Penso però che serva una operazione di profonda e coraggiosa bonifica del nostro Paese dal degrado morale e sociale che l'ha così profondamente ferito. Ogni operazione che tentasse oggi la strada della conservazione dell'esistente sarebbe potenzialmente devastante ed aprirebbe la strada domani a una vera involuzione antidemocratica.
Siamo ancora in tempo. E se c'è la possibilità - anche remota - di una collaborazione, fra idee e modalità così profondamente diverse di pensare all'innovazione sistemica, si sappia che il tempo rimasto è questo e che non è tanto.
* Deputato SEL (Sinistra Ecologia Libertà)