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Sulla zona Franca

Nella storia autonomistica sono stati pochi i personaggi politici ad occuparsi del tema della Zona Franca. Mi piace ricordare Mario Melis, ma anche il quasi omonimo Mario Carboni, anch'egli di cultura sardista o, meglio, come ama dire lui, transardista.

Quel che è certo è che nessuno è mai riuscito a dare effettiva concretezza nè alla previsione dell'articolo 12 dello Statuto della Regione Autonoma della Sardegna che citava i punti franchi, nè al decreto legislativo 75 del 1998, che istituiva le zone franche di Cagliari, Olbia, Oristano, Porto Torres, Portovesme, Arbatax, nè ai protocolli d'intesa Stato-Regione firmati a cavallo del nuovo millennio.

La mia impressione è che ora, grazie al coinvolgimento dei cittadni sardi attraverso comitati spontanei (presente anchenel Marghine) si possa finalmente arrivare alla svolta, anche se i comitati hanno paura di vedere ripiombare il tema della Zona Franca nel buio dei cassetti degli uffici regionali. Aggiungo un elemento di preoccupazione per alcuni sporadici episodi di intolleranza che chiudono la porta a qualsiasi dialogo tra le diverse parti rischiando di rendere ancora più esplosiva una situazione sociale al limite della sopportazione.

Di fatto, sul tema zona Franca, mi è parso di individuare almeno tre scuole di pensiero. La prima si muove secondo il principio del pragmatismo, nella convinzione che sia necessario accelerare sulle zone franche già individuate, nel timore che sollevare l'asticella del confronto e delle rivendicazioni possa ostacolare il processo in corso rendendolo inattuabile.

Il secondo filone, quello sostenuto da una parte forse maggioritaria dei comitati spontanei, reclama la Zona Franca extraterritoriale in tutta la Sardegna contando su una legislazione nazionale e comunitaria che la renderebbero immediatamente attivabile. Una terza posizione si muove invece con un atteggiamento talvolta pervaso dallo scetticismo e condizionato dalla paura di minare l'unita dello Stato nazionale, con l'obiettivo di ostacolare un processo visto quasi con fastidio. Tra le tre scuole spero in una sintesi che sia capace di unire anzichè dividere, di coinvolgere anzichè travolgere, di garantire responsabilità in cambio di agevolazioni. Del resto, ciò che è emerge prepotentemente nei dibattiti in giro per la Sardegna è che la Zona Franca non è un'invenzione o un fantasma, ma uno strumento concreto e utile a cui tutta la Sardegna deve puntare per concorrere, assieme ad altri strumenti, alla promozione di una nuova fase di sviluppo sociale ed economico del popolo sardo.

Tra i più attivi in questo nuovo dibattito non possiamo non segnalare la Dottoressa Randaccio e l'Avvocato Scifo. Sullo sfondo ha sempre continuato ad occuparsene con alterne fortune Mario Carboni, storico Presidente della Fondazione Zona Franca. Aggiungerei all'elenco Antioco Patta, di Cabras.

L'auspicio è quello di vedere più unito il fronte e che si sposti l'attenzione dalle posizioni ideologiche alla decisione delle cose da fare. E su questo sono convinto che la distanza oggi sia davvero minima. A mio parere una questione così importante e così centrale per il popolo sardo non è un problema esxclusivamente giuridico, ma soprattutto un problema politico.

In altre parole, a prescindere dalla lettura e interpretazione delle norme, oggi la Sardegna e i sardi reclamano a gran voce il definitivo riconoscimento della propria specialità in linea con i principi costituzionali ed europei. Qualcuno, ottimista, intravede in questa battaglia la possibilità di affermare il sovranismo fiscale. Io non sono in grado di poterlo affermare, ma sono certo che questo movimento di opinione contribuirà non poco a far crescere nei sardi una coscienza nazionale.

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