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A proposito di Sardeide

"Sardeide: dalla sarditudine alla Sardegna. Una nuova narrazione da riscrivere". Partendo da queste riflessioni dell'On. Pietrino Soddu, che nella presentazione si sono volute definire clandestine, l'Associazione L.A.M.A.S. ha tenuto a Pattada una nutrita tavola rotonda, un 'laboratorio di pensiero' – come lo ha definito Alessandro Aresu – che ha dato voce a diverse identità per capire cosa è successo, e cosa può succedere nella Sardegna di domani.

Quello che segue è il mio contributo dal quale ho tratto una sintesi intervenendo a questo ricco e vivace appuntamento.

La prima riflessione è sul perché le 'parole della politica' oggi appaiono prive di senso, ben sapendo che solo la buona politica può dare soluzione al dramma prima sociale e poi economico in cui viviamo. Tutti sembriamo consapevoli che la crisi in cui siamo immersi è di straordinarie dimensioni ma, nel contempo, proprio la politica e i gruppi dirigenti in senso lato, affrontano tale situazione con comportamenti di carattere pressoché ordinario. Eppure è importante riconoscere i 'guasti' che ci hanno condotto a questo punto, perché se non li si riconosce essi colpiscono due volte. Questo è il vero valore dell'autocritica, e senza questa è difficile proiettare sul futuro i cambiamenti rispetto a ciò che ci sta alle spalle e, soprattutto, rispetto allo sciagurato presente.

Stiamo parlando di qualcosa che non riguarda esclusivamente la Sardegna ma che ha dimensioni globali, ma proprio per stare dentro a questi processi abbiamo bisogno di capire cosa è successo a ciascuno (regione, stato, ecc.), perché è "glocale" la dimensione che ci permetterà di affrontare, speriamo meglio, il futuro.

Stiamo quindi in Sardegna, ed io partirei dalla "Rinascita", o dall'occasione mancata?! Faccio quest'affermazione perché i 60 anni che ci separano dall'inizio del cosiddetto "intervento straordinario" impongono (già da troppo tempo) una lettura 'interrogante' su ciò che è successo, premettendo che io non sono un pentito dello sviluppo industriale ma, sicuramente, un critico della sua gestione. Uno sviluppo, quello della Sardegna industriale, importante ma che si è fermato sul piano dell'offerta quantitativa, che ha mancato l'obiettivo e la connessione tra sviluppo e coesione sociale, al contrario dell'epoca più che centenaria dello sviluppo minerario. E ancora: uno sviluppo senza "Autonomia" reale, cioè senza esercizio del ruolo di responsabilità da parte dell'intera comunità sarda, quasi che ci si sia adagiati alle ricette che altri – imprese e/o governo centrale – hanno imposto.

Abbiamo cioè rinunciato, a mio avviso in maniera esagerata, all'autonomia di pensiero, lasciando troppo spazio ad una sorta di comodo assistenzialismo. Si potrebbero fare tanti esempi qualitativi che non valgono solo per l'industria chimica o meccanica che sia, pensando a cosa è successo in campo agricolo, nel settore lattiero-caseario o nello stesso settore turistico: nella migliore delle ipotesi solo avanzamenti quantitativi, con qualche sporadica occasione qualitativa che non ci ha sufficientemente orientati!

Su quest'abitudine assistenzialistica (passiva o condizionata?), contraria ad un agire responsabile, si è costruita la conseguente "azione politica" e/o dei gruppi dirigenti che ha subito le decisioni dell'impresa, agendo a traino dei problemi e quasi sempre in difesa delle condizioni che da essi derivavano, spesso amplificando la protesta operaia, del lavoratore dipendente o del pastore, ma senza una guida propositiva, difendendo un apparato industriale che il tempo avrebbe reso, inevitabilmente, inadeguato. Eppure qualche tentativo utile si era individuato, ma le volontà si sono dimostrate inadeguate: penso all'accordo di programma per la "riqualificazione delle aree industriali (chimiche) della Sardegna" sottoscritto il 14 luglio 2003 tra Governo, Regione, parti sociali e imprese, e divenuto in poco tempo carta straccia, seppure poggiasse sugli elementi di programmazione che in parte sostituivano il defunto intervento straordinario. Storia passata.

Oggi i punti di contatto tra questo tipo di denuncia e il degrado politico e sociale in cui siamo immersi sono numerosi, infiniti. Con un'adeguata autocritica, che non significa scaricare su qualcuno tutte le colpe, si potrebbe avere un chiaro punto di partenza, una buona memoria storico-filosofica, per un'analisi della (in)consistenza della politica almeno degli ultimi 20 anni, seppure con qualche sprazzo di innovazione, volutamente e irresponsabilmente rigettata dai sardi stessi. E quanta responsabilità portano queste "pratiche politiche" che spingono al degrado e, quindi, sono la coltura vera dell'antipolitica?

"Il tempo passato non sarà più" ha affermato Pietrino Soddu ma – aggiungo – come avverrà la riconciliazione tra noi stessi e le esigenze dei sardi se molti di coloro che hanno depredato il passato, bruciando il futuro, oggi pensano e pretendono di governare il presente senza un briciolo di autocritica e, purtroppo, lasciando che si impongano ancora ricette industriali salvifiche seppure ammantate di verde?

* ex Segretario regionale dei chimici e minatori e Segretario nazionale dei chimici, CGIL

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