Nella costruzione di questo intervento ho pensato che avrei dovuto portare qui oggi un messaggio che racchiuda al suo interno sia parole di speranza, ma anche e soprattutto concetti che abbiano a che vedere con la bellezza. La bellezza del mio lavoro sia come gratificazione personale, ma anche la bellezza del mio lavoro inserito in un determinato contesto sociale ed in un determinato territorio. Perché oggi è di questo che parliamo soprattutto. Di territorio, di ambiente e di imprese.
Solo che pensare di venire qui a raccontare la bellezza quando tutt'intorno sentiamo parlare solo di crisi, di disastri economici, di lavoro che non c'è, di istituzioni che non trovano sinergie e soprattutto risposte concrete per i cittadini è davvero complicato.
Perchè dico questo se neanche un secondo fa ho detto che avrei dovuto parlare di bellezza? Come posso io, donna di 36 anni, raccontare la mia storia fortunata trasmettendo il germe della speranza e non quello dell'invidia tipica dei nostri territori?
Io mi occupo di agroalimentare, agroalimentare di qualità prodotto in uno dei luoghi più belli e incontaminati della Sardegna, mi occupo di agroalimentare in un paese dell'area del Gennargentu, e non è un caso che parlo di area del Gennargentu e non cito il nome del paese, perché vorrei che così ci sentissimo noi abitanti di queste terre.
Con la mia famiglia gestisco due imprese che producono salumi e formaggi tipici che vengono venduti sia in Sardegna che nella penisola con anche un discreto margine di export. Ci hanno sempre insegnato che il peso delle aziende viene calcolato praticamente solo con il fatturato che produce e il numero dei dipendenti. Quindi, anche se questa cosa non mi convince, e poi spiego perchè, io vi do il dato, solo come fattore numerico: le nostre aziende sviluppano un fatturato di circa 10 Milioni di Euro e danno lavoro a circa 30 persone. Perchè non mi convince questo "parametro" che si usa per bollare le aziende: perchè se si continua a misurare le imprese esclusivamente dai numeri che producono non saremo mai in grado di capire qual è il tipo di impresa e di sviluppo che necessitano i nostri territori. E continueremo a dirci ipocritamente "si ma quell'industria da lavoro a 200 famiglie, non dobbiamo lamentarci".
Il valore dell'impresa si misura, secondo me, anche e soprattutto attraverso parametri che non possono essere misurati con la matematica: parlo del benessere sociale che l'impresa produce, del grado di inquinamento, della capacità dell'imprenditore di fare squadra con i suoi dipendenti e farli sentire parte integrante di un progetto, parlo della capacità delle varie imprese di fare rete fra diversi settori (agricoltura, industria, cooperative sociali e culturali) per contribuire anche in modo invisibile al benessere di una comunità.
E quando parlo di impresa e di benessere all'interno di una comunità e di un territorio penso alla mia generazione, che viene spesso definita, non so se a torto o a ragione, la generazioni dei precari. Ed è intorno alla parola precario che vorrei provare a fare un ragionamento, parlando di "ambiente precario".
Perchè ambiente precario? Perchè credo che in qualunque ragionamento che noi facciamo quando parliamo di industria, sviluppo, lavoro, credo che dobbiamo innanzitutto decidere che ruolo dare noi alla parola ambiente. E lo dobbiamo decidere al più presto, perchè continuiamo a tergiversare per paura di prendere delle decisioni. Un tema, penso si sia capito dalle mie parole, che mi piacerebbe si dibattesse è quello del rapporto "industria e ambiente", e mi piacerebbe, e questo lo dico da industriale, che non ci fosse paura dell'industria, cosa che spesso e volentieri. Perchè l'industria, se è ben fatta, fa bene all'ambiente. Però troppo spesso si confonde, la difesa degli insediamenti produttivi col sindacalismo. Troppo spesso si confonde la difesa dell'ambiente con il blocco totale dello sviluppo ambientale.
Che senso ha avere un ambiente incontaminato se poi non c'è nessuno che lo abita?
Mi sto ovviamente riferendo ai miei territori, a questi territori. Questi territori che, a dispetto di un ambiente bellissimo e incontaminato si stanno inesorabilmente spopolando. E cosa c'è di peggio di un ambiente precario che genera lavoratori precari ed è attrattore di soluzioni perennemente precarie da parte della politica?
C'è un passaggio che risulta fondamentale per capire dove e come dobbiamo cambiare passo, noi imprenditori in primis, ma tutti coloro che hanno l'interesse a sviluppare un qualunque progetto di vita in questi territori,: bisogna smantellare – e in fretta! – la cultura assistenzialista che in ogni settore, da quello agropastorale a quello industriale a quello pubblico ci avvolge. Non ci possiamo più permettere di regalare denaro per non fare nulla o peggio ancora per farlo male. Ogni denaro dato a chiunque con questo sistema, è un assist alla concorrenza perché venga qui a invaderci con i suoi prodotti. La logica assistenzialista è un baratto del silenzio che non ci si può più permettere.
E siccome mi piace affiancare questi ragionamenti con esempi concreti non posso non richiamare il problema della peste suina.
Solo nell'ultimo anno ho partecipato a decine di incontri a Cagliari per discutere di questo problema, e con me c'erano rappresentanti di tutte le categorie agricole e imprenditoriali, molti sindaci, molti dei quali qui oggi. Ebbene nonostante io vedo da parte di tutti la volontà ad affrontare il problema, non vedo, ad oggi ancora un'idea chiara e definita su come si voglia uscire da quest'emergenza. E badate bene, la peste suina è un'emergenza, un'emergenza che dura 30 anni. E se non si entra nell'ordine delle idee che questo problema non può essere affrontato e risolto come se fosse solo un costo non ne usciremo mai. La peste suina si affronta e si risolve solo se da un costo lo facciamo divenire opportunità di sviluppo. Non bastano più forse le tavole rotonde a Cagliari. Forse bisogna iniziare a capire che il problema lo dobbiamo risolvere qui, nei nostri territori e soprattutto nelle teste delle persone che questi territori le abitano. E questo lo dico soprattutto alla politica: se in 33 anni il problema che è stato stato sempre affrontato dal punto di vista praticamente sanitario pagando spesso in modo scellerato il capo malato piuttosto che quello sano forse è il momento che ci chiediamo se forse non abbiamo sbagliato tutto. Forse è il caso di chiederci se invece che veterinari non servano sociologi e psicologi ed esperti di marketing. Forse è il caso di venire e di spiegare nel dettaglio alle popolazioni di questi territori che i 250 maiali che io acquisto ogni settimana per il mio salumificio dalla provincia di Modena se invece li acquistassi sul Gennargentu creeremmo tutti insieme un motivo in più per rilanciare nuove economie in questo territorio senza bisogno di quei soldi di cui parlato prima regalati per non produrre nulla.
Perché ho fatto questo ragionamento, perché da anni conduco una sorta di battaglia a difesa delle imprese e dell'industria. Perché troppo spesso ci si ricorda che esistono le piccole imprese solo in occasione delle campagne elettorali mentre poi quando i programmi si devono trasformare in azioni di governo le cose quasi mai coincidono. E questo troppo spesso succede perché per troppo tempo si è data fiducia ad una imprenditorialità non sempre in linea con gli interessi veri e profondi dei territori. Perché secondo me, anche se non ho dati scientifici che lo dimostrano, se le nostre imprese, che per restare sul mercato oggi fanno una fatica immane, pagano il 10% di interessi bancari la colpa è data anche dalla troppa fiducia che troppo spesso negli anni si è data ad imprenditori che non erano imprenditori ma veri e propri pirati. E diciamoci anche che le aziende oggi non muoiono per i debiti, muoiono per i troppi crediti. E se questo succede è perché troppo spesso il legame tra le imprese e i territori, tra chi produce e chi consuma, non è stato analizzato a fondo.
Tutto questo, e molto altro ancora, è il mio senso di vivere l'ambiente, e di viverlo uscendo dalla precarietà.
Ho iniziato con la parola bellezza e spero che almeno sia un po emersa dalle mie parole qual è il mio senso della bellezza rapportato al territorio e al lavoro di cui mi occupo.
* Intervento realizzato in occasione di una delle tappe degli incontri di “Progetto Mosaico” organizzate dalla Confindustria della Sardegna Centrale a Tonara l’11/10/2013