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A Nuoro c'è la cultura, ma non c'è un progetto

Non c'è dibattito più appassionante, in Sardegna, di quello che riguarda Nuoro e il suo rapporto con la cultura. Infatti va avanti più o meno da un secolo. E' un dibattito molto più coinvolgente, molto più melodrammatico di quello sui chioschi del Poetto, per dire. Ma mentre Nuoro continua a dibattere, Cagliari riesce a pensare anche ad altro, oltre ai chioschi, e si candida Capitale Europea della Cultura per il 2019, con buone possibilità di farcela. Alla faccia dell'Atene Sarda.

I nuoresi si sono sempre consolati, rispetto alle proprie sfortune (non avere un porto, un aeroporto, un treno che porti da qualche parte in tempi decenti, delle spiagge, un clima mite, spettacolari monumenti costruiti da popoli invasori da cui guardare il tramonto), cullandosi nella certezza di essere perlomeno i sardi più acculturati di tutti.
Lo siamo.
Non fosse altro che abbiamo poche distrazioni materiali, e adoperiamo gran parte del nostro tempo libero per leggere e rimuginare.
Lo siamo.

Non fosse che per quel continuo senso di colpa, di inquietudine che non ci fa mai essere soddisfatti. L'arte non va d'accordo con la felicità né con la soddisfazione.
I nuoresi sono malinconici e problematici come lo sono stati i più grandi artisti della storia.
A Nuoro si respira cultura come attitudine naturale un po' bohème, come fosse roba con cui non bisogna fare soldi. Come fosse ancora prerogativa dell'èlite da una parte o dei sognatori diseredati e avvinazzati dall'altra. Le immagini sattiane del Tettamanzi e dei poveri geni incompresi che barattavano la loro opera con un po' di vino come Francesco Congiu- Pes (noto ai più come Conzu Mandrone, non a caso) incombono come una condanna perenne sugli artisti nuoresi, che sono stati e sono moltissimi, più che in qualsiasi altro luogo della Sardegna. Provate a pensare a un altro posto come il Tettamanzi del "Giorno del Giudizio". Vi verrebbero in mente i caffè di Montmartre e L'absinthe di Degas, mica il Poetto.
Eppure oggi è Cagliari ad essere candidata Capitale Europea della Cultura. E lo è grazie a un progetto. Fatto bene, per tempo. Un progetto bellissimo.

La progettualità e la visione d'insieme: è proprio ciò che a Nuoro manca. Ci sono musei straordinari, dove il biglietto costa una miseria (ma perché?). C'è un seminario jazz importantissimo. Ci sono festival internazionali di cinema ed etnografia, che saltano se la politica si distrae e non arrivano i finanziamenti necessari. Ci sono fior di professionisti e tecnici in grado di organizzare e supportare qualsiasi tipo di spettacolo, ai massimi livelli. C'è chi gestisce il Teatro Eliseo egregiamente, senza avere pomposi Cda dietro. C'è un patrimonio di tradizioni popolari mai messo a sistema, affidato alla costanza di centinaia di volontari che altro non sono che i membri dei gruppi folk. Qua è stato inventato il canto corale a quattro voci pari.

E c'è un'incredibile avanguardia di pittori, scultori, fotografi, poeti, attori, musicisti che affolla i circoli e le cantine. Quando a Nuoro si prova a riunire il talento di tutti gli artisti che la abitano, non c'è un posto abbastanza grande, non c'è abbastanza meraviglia per affrontare ciò che si pone davanti agli occhi. I pittori di Nuoro espongono le proprie opere alle pareti dei bar, quando sono fortunati. Non c'è più neanche la galleria comunale.
Quando si mettono in testa di organizzare qualcosa, spendono infinite energie nella realizzazione di eventi eccezionali: nel senso di eccellenza, ma anche di eccezione.

Nascono e muoiono in un battito d'ali senza essere inseriti in una prospettiva, in un contesto organizzato, riconoscibile e pertanto vendibile e fonte di profitti.
Se a Nuoro a parlare ossessivamente di cultura sono la Confindustria e la Camera di Commercio, e non il Comune o la Provincia, qualche domanda bisognerà pur farsela.

Gli attori economici più importanti del territorio dimostrano di essere più consapevoli di quelli politici della risorsa cultura come chiave dello sviluppo. Mentre gli amministratori titubano, balbettano, si accodano alle iniziative altrui senza troppa convinzione, ammettendo implicitamente di non avere ben chiaro cosa fare e come farlo.

Il caso della candidatura a "Capitale Europea della cultura" è emblematico.

Nel 2019 sarà il turno dell'Italia. Dalla pubblicazione da parte del MIBAC dell'invito a presentare le candidature, fino alla scadenza per le candidature stesse, c'erano dieci mesi di tempo per elaborare un progetto.
Ci si poteva provare. Con un milione di euro e una visibilità internazionale assicurata in palio, ci si poteva provare. Sarebbe stata l'occasione giusta per mettersi in gioco. Immaginare un futuro, organizzare una rete, costruire un'idea di Nuoro città di cultura.

Coinvolgere la cittadinanza, stimolare la conoscenza fra popoli diversi, valorizzare la ricchezza della diversità culturale in Europa: il bando diceva con chiarezza che lo sviluppo di questi punti sarebbe stato premiante, perfino a fronte di carenze infrastrutturali. Certo, c'è anche la parte economica, un bilancio da costruire, fondi da reperire, spese da fare. E Nuoro, ogni estate, non riesce nemmeno ad essere sicura di avere i soldi per il Redentore.
Ma anche solo provarci, ambire a un risultato così clamoroso, non sarebbe stato esercizio inutile. Sarebbe stato misurarsi con le proprie capacità e capire finalmente dove stanno le falle. O forse, lo si è già capito.

* Presidente Comitato scientifico - Ass. Nino Carrus

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