Il dibattito pubblico agostano e la manifestazione di popolo che si è tenuta qualche settimana fa a Capo Frasca ha acceso - definitivamente - i riflettori su una questione fondamentale per l'Isola e per il suo futuro: quella dei poligoni e più in generale delle servitù militari.
Questione che per decenni, salvo in alcuni significativi momenti e l'attività di gruppi significativi (ma sempre minoritari) di persone, è rimasta in un cono d'ombra, ammantata da una coltre di nebbia che - pezzo per pezzo come nella ricostruzione di un mosaico - si sta rapidamente diradando.
Dal 1956 ad oggi il Mondo è cambiato. Ed è cambiata anche la Sardegna. Da allora uno stato di subordinazione agli interessi della Difesa e dell'Alleanza Atlantica ci consegna i tre poligoni più estesi d'Europa (fra Capo Frasca, Capo Teulada e Quirra si contano 24200 ettari di territorio occupato, senza considerare le aree interdette alla navigazione civile ed alla pesca e gli spazi aerei preclusi) e circa il 64% del totale nazionale di servitù militari.
Oggi ci sono del tutto chiare alcune macro questioni che - con ogni probabilità - non apparivano tali sessant'anni fa, allorché questa imposizione si accettò senza far troppo rumore, anche se non è vero (come sostengono ancora oggi i vertici militari) che le prime servitù vennero decise in un contesto di spopolamento. Dagli Stati Maggiori infatti, la descrizione che si da dello stato ex ante sul territorio è quello di una sorta di deserto. E se siamo disponibili ad accettare la confusione semantica che si propone fra il concetto di popolosità e quello di antropizzazione del territorio, non è accettabile rimuovere la verità, ovvero che molti dei terreni occupati nel 1956 erano popolati da attività agricole ed agropastorali e che - ad esempio nell'area di Quirra - erano state prodotte opere importanti per l'irrigazione delle terre e per la viabilità e che tutto ciò è stato banalmente requisito, corrispondendo indennizzi spesso risibili e a volte senza nemmeno corrisponderli.
Oggi sull'attività nei poligoni si hanno tante informazioni in più e se si volesse anche rimuovere il tema più generale, ovvero che qui si svolgono esercitazioni militari (a terra, a mare e nei cieli) che preparano le Forze Armate italiane (e non solo) alla guerra. Se si volesse far finta di niente sul fatto che le tecnologie sperimentate in Sardegna sono strumenti di morte, che l'art.11 della Costituzione repubblicana vincola il Paese a una politica di pace e diplomazia internazionale, i ragionamenti che andrebbero affrontati sono molteplici.
Innanzitutto il tema della sottrazione di territorio all'economia civile. A scorrere le pagine della ricostruzione fatta da Fernando Codonesu in un recente e fondamentale testo sul tema, è possibile cogliere qualche dato non irrilevante, che testimonia ad esempio una relazione diretta fra presenza dei poligoni e tasso di spopolamento ne i centri urbani del circondario, oppure una correlazione negativa con il reddito procapite disponibile. In altri termini, lungi dall'essere un'occasione occupazionale, i poligoni costituiscono un fattore di impoverimento per le comunità locali. Fatto oggi ancora più evidente rispetto al passato, innanzitutto perché le nuove esigenze e tecnologie rendono meno denso lo scambio fra le basi e l'esterno.
Francesco Pigliaru ha recentemente proposto - sul punto - un ragionamento estremamente interessante: la misurazione, attraverso modelli di analisi consolidati nell'uso comune da parte della comunità scientifica, del "mancato sviluppo" nei territori occupati nel '56.
L'impatto ambientale delle attività di esercitazione è pesantissimo, in termini di contaminazione dei fondali, di produzione di nanoparticelle e di immissione nell'ambiente di sostanze contaminanti le più svariate. E se è vero che ancora non vi è ancora accordo nella comunità scientifica sulla relazione diretta fra lo sviluppo di alcune forme tumorali e il contatto con determinati agenti inquinanti, è vero anche che ognuno sa che la radioattività è cancerogena, quindi lo è anche il Torio 232, sostanza altamente radiattiva caricata su sistemi d'arma che si sono spesso usati nei poligoni sardi.
Ed ancora va segnalato un tema di primaria rilevanza. Un popolo può dirsi veramente libero se può decidere del proprio futuro, se può determinare in libertà le scelte economiche sul proprio territorio, se può viverlo pienamente ed in sicurezza, se è realmente messo nelle condizioni di scegliere, crescere ed anche sbagliare. Altrimenti quel popolo libero non è. Come liberi non sono i cittadini di Villaputzu, di Perdasdefogu, di Teulada, di Arbus, di Sant Antonio di Santadi, di Quirra.
Ecco perché oggi larga parte della politica inizia a sintonizzarsi sulle frequenze di una parte crescente di opinione pubblica. Perché i sardi hanno dato veramente tanto alla Repubblica e perché non hanno mai avuto una contropartita tangibile e duratura.
Io considero il documento conclusivo della Commissione d'indagine sulle servitù militari tenutasi alla Camera dei Deputati una buona base di partenza. Chiusura dei poligoni di Frasca e Teulada, riconversione civile e riperimetrazione di quello di Quirra, bonifica integrale delle aree ed investimento pubblico per la riconversione civile delle economie locali. Tale posizione è stata votata all'unanimità dalla Commissione Difesa della Camera. Quindi da tutte le forze politiche dell'arco parlamentare. Non è poco di questi tempi.
E se l'argomentazione degli Stati Maggiori è che comunque il nostro Esercito, la Marina, l'Aeronautica militare hanno bisogno di luoghi nei quali addestrarsi, che anche i nostri Alleati atlantici hanno la stessa esigenza, noi certamente comprendiamo questa esigenza ma altrettanto potremmo notificare che la questione non è più affare dei sardi. Lo è stata per quasi sessanta lunghi anni, ora non più. Dunque si trovino altre soluzioni.
* Deputato SEL