La mia parola e' IMPRESA. E parlare di impresa, in Sardegna, e' un'impresa. Anche farla, ma questo e' un altro discorso. Il mio intervento sarà giocato, anche nella speranza di non annoiare, tutto sul filo delle parole.
Faro' così per evitare il rischio della retorica fine a se stessa, della semplificazione e dell'illusione. O per non addentrarmi nella sola descrizione romanzata del mio lavoro.
Partiamo da un punto imprescindibile: l'impresa per essere tale deve generare un profitto.
La parola profitto, non e' una bestemmia ed e' il motore di ogni idea.
L'impresa nasce da una persona, un uomo o una donna, e dal suo sogno. Un sogno che si fa idea e si trasforma in parola e dalla parola, nasce un progetto che diventa azione.
Ma qualunque impresa per ogni profitto che produce genera automaticamente dei costi.
Su questo mi soffermo: sui costi.
- Si può fare impresa a qualunque costo?
Io credo di no.
Perché credo fortemente, nonostante ci siano imprese che generano altissimi profitti che non sempre sia giusto siano inserite in un contesto territoriale.
E vorrei che l'attenzione – visto che oggi si parla di Sardegna e di futuro - si focalizzasse proprio su questo: sul contesto territoriale.
Io mi occupo di agroalimentare, agroalimentare di qualità in uno dei luoghi più belli e incontaminati della Sardegna, mi occupo di agroalimentare in un paese dell'area del Gennargentu, due imprese che producono salumi e formaggi tipici che vengono venduti sia in Sardegna che nella penisola con anche un discreto margine di export.
Avrei potuto immaginare di fare impresa, di realizzare questa impresa in un altro luogo?
La risposta e' no. Io non potrei fare questa impresa non solo in un'altra regione italiana, ma anche in un altro luogo della Sardegna.
L'impresa, dunque, si lega - e credo sia un valore sociale enorme - a un luogo e al sapere che in quel luogo si e' generato nel tempo.
Partire dal contesto territoriale è l'unica strada che può far nascere una forma civile e matura di contestazione a un modello di sviluppo che tende a uniformare e ad accentrare tutto
Pensate al valore delle aziende che viene calcolato praticamente solo con il fatturato che producono e il numero dei dipendenti.
Le aziende di cui mi occupo hanno un fatturato di circa 10 Milioni di Euro e generano lavoro per 40 persone, piu' l'indotto che viene sostenuto dalle nostre produzioni. Perché non mi convince questo "parametro" per stabilire il valore di un'azienda?
Perché se si continua a misurare le imprese esclusivamente dai numeri che producono non saremo mai in grado di capire qual è il tipo di impresa e come si innesta in un dato contesto territoriale e ambientale.
E continueremo a dire, ipocritamente, all'annuncio dell'ennesima crisi industriale, "si ma quell'industria da lavoro a 200 famiglie, non dobbiamo lamentarci". E continueremo, ahimè, ad essere abbagliati dalle periodiche calate di finanziamenti pubblici che spesso e volentieri hanno trasformato le nostre aree industriali in veri e propri cimiteri.
La mia impresa deve provare gratitudine per i luoghi nei quali e' nata, per le persone che li hanno abitati.
Il valore dell'impresa si misura, secondo me, anche e soprattutto attraverso parametri che non possono essere misurati con la matematica: parlo del benessere sociale che l'impresa produce, del grado di inquinamento, della capacità dell'imprenditore di fare squadra con i suoi dipendenti e farli sentire parte integrante di un progetto, parlo della capacità delle varie imprese di fare rete fra diversi settori (agricoltura, industria, cooperative sociali e culturali) per contribuire anche in modo invisibile al benessere di una comunità.
Fra i parametri di rating usati per misurare i sistemi economici non c'è mai una parola che, nell'epoca della crisi, sembra sia stata abolita dal nostro vocabolario ed e' la parola: felicita'.
La felicità di una persona, di un ragazzo, di una comunità non si può misurare matematicamente come il fatturato, però quando una persona è felice, appagata dal punto di vista lavorativo, realizzata, tutta la società che ha intorno ne trae in qualche modo beneficio.
Ma come si può oggi, con questa crisi che morde e con un tasso di disoccupazione a livelli disastrosi pensare a modelli positivi?
Provo a mettere in campo qualche riflessione:
La mia generazione, e' definita la generazioni dei precari. Ed è intorno alla parola precario che vorrei provare a fare un ragionamento, parlando di "ambiente precario".
Perché ambiente precario? Perché in qualunque considerazione che noi facciamo quando parliamo di industria, sviluppo, lavoro dobbiamo decidere che ruolo dare noi all'ambiente, inteso non solo come ambiente naturale, ma anche come spazio nel quale ambiente e persone si incrociano e diventano qualcosa di più complicato, diventano comunità.
Ha senso, oggi, avere un ambiente incontaminato se poi non c'è nessuno che lo abita? Ha senso, oggi, fare impresa in un luogo che genera costi aggiuntivi per il solo fatto di aver deciso di farla a Fonni anziché a Cagliari o a Olbia?
La Sardegna e questi territori, a dispetto di un ambiente bellissimo che, in alcune sue parti, e' stato compromesso da scelte politiche infelici e dalla calata di imprese che applicavano la teoria del " profitto ad ogni costo" si stanno inesorabilmente spopolando. E cosa c'è di peggio di un ambiente precario che genera lavoratori precari ed è attrattore di soluzioni perennemente precarie da parte della politica?
Essere industriali non significa essere contro la tutela dell'ambiente e della salute. Essere industriali non significa essere contro il mondo delle campagne e vivere dallo sfruttamento di esse. In Sardegna si associa troppo spesso la figura dell'industriale e dell'imprenditore a quella del "padrone" Esiste un'industria giusta, esiste un'industria che produce benessere per i territori ed esiste soprattutto un'industria pulita. Quell'impresa "cattiva" esiste perché, come ho già scritto prima in Sardegna per decenni, e forse non si è ancora smesso, si sono mischiati brutalmente insieme interessi economici e politici e pesantissimi silenzi e sottovalutazioni sindacali. Però c'è un momento in cui, raggiunte certe consapevolezze, bisogna superare pregiudizi e generalizzazioni e ritrovare la giusta dimensione per l'impresa e l'imprenditore in ogni territorio.
Nel mio immaginario non esiste un modello di impresa che vada bene ovunque, nel mio immaginario l'impresa deve somigliare al luogo in cui nasce, percepire nel profondo le esigenze e le aspirazioni di un territorio e di una comunità, deve coglierne le essenze e farne emergere le aspirazioni. E questo vale sia per le imprese agroalimentari e che fanno turismo – che sono più facilmente identificabili con un determinato territorio - che per tutte le altre attività economiche.
Ma per far si che questo chiamiamolo così, modello territoriale di impresa, sia fattibile, proponibile e soprattutto possa svilupparsi c'è un qualcosa che non si può far assolutamente a meno di analizzare: quel qualcosa si chiama equità.
C'è oggi, in Sardegna, una forte disuguaglianza tra centro e periferie, tra città e paesi. E questa disparità aumenta a dismisura se la si considera all'interno della disparita' che esiste fra la Sardegna e l'Italia .
E questa disuguaglianza ha a che vedere in primo luogo con quelli che sono i servizi pubblici essenziali. Nelle periferie si stanno pian piano dismettendo tutti quelli che erano dei presidi che davano un motivo di stabilità agli abitanti: penso ai piccoli ospedali, alle scuole, agli uffici giudiziari, alle caserme della pubblica sicurezza. Son tutte cose che se smantellate con l'unico criterio del risparmio creano una disparità enorme tra chi i servizi non ce li ha e chi invece, in un grande centro, li trova sotto casa. Nel mio paese, per restare sul tema impresa, si sta pensando di trasferire l'ufficio SUAP a Nuoro solo perché a Nuoro c'è la sede della Comunità Montana che aggrega 5 comuni tranne Nuoro. Io preferirei che quell'ufficio restasse - se non in tutti i paesi - almeno in uno di questi cinque paesi. Anche come semplice segnale.
Tutto questo, sommato ad una rete viaria interna a dir poco scandalosa, ai trasporti delle merci che costa in media il 40% in più di qualunque competitor nazionale e ad una serie di concause fa si che in determinati territori della Sardegna non solo diventa impossibile pensare ad un'idea imprenditoriale, ma addirittura viverci!
In questo senso mi viene difficile pensare al "concetto romantico" di un tipo di impresa adatta ad ogni territorio.
Se l'incontro di oggi deve lasciare un segnale, lanciare un messaggio, credo debba farlo soprattutto in questo senso: si azzerino le disparità. Si rimettano tutti i cittadini sullo stesso piano riconoscendo a tutti lo stesso diritto di vivere nella comunità che hanno scelto, comunità non inquinate e che abbiano le stesse opportunità di qualunque altro cittadino.
Mi è stata assegnata una parola, e vorrei chiudere il mio intervento usando tutte le cinque parole che l'hanno guidato. Confucio diceva "tutti gli uomini si nutrono, ma pochi sanno distinguere i sapori". Noi dobbiamo attraverso l'IMPRESA, IL PROFITTO E I COSTI che essa genera inserirla in UN CONTESTO che produca FELICITA' e attraverso questi ragionamenti dobbiamo trovare il sapore che vogliamo dare alle nostre imprese e alla nostra terra.