Non venendo mandato al Quirinale dal voto popolare, la nomina parlamentare del Capo dello Stato storicamente ha assunto i contorni dell'oscuro intrigo di palazzo. D'altronde, questa che si è radicata, ormai come prassi consolidata, così appare, quasi nell'immaginario collettivo, in stretta connessone con la sontuosa riservatezza dei quel Castello, al centro di Roma, il Quirinale, appunto. Come, alla sua maniera diceva Cossiga: " Quel palazzo isola. Ci ho vissuto con l'oppressiva sensazione d'essere la comparsa di un film storico....in costume".
Quelle stanze non possono non richiamare conflitti, tradimenti consumati, alleanze pattuite e svincolate, duelli rusticani, ambizioni sfrenate, ascese rapide e cadute repentine.
Da residenza dei pontefici romani da Gregorio XIII fino a Pio IX, i quattro sovrani di casa Savoia e i nostri dodici presidenti della repubblica. 1.200 stanze che trasudano Storia, con grandi specchi che sono lo specchio generale dell'Italia. Alle liturgie consuete e alle prassi che si declinano nei palazzi della politica non è sfuggito Sergio Mattarella. La sua elezione, da parte dei grandi elettori, è stata il crocevia di protagonismi che potevano stare lontano dalla figura del Presidente.
Con inaudita prepotenza in quelle giornate frenetiche, più che la figura del futuro inquilino del Quirinale, sull'ipotetico profilo del quale, in maniera abbastanza ipocrita, si dicevano quasi tutti d'accordo, centrali sono stati i conflitti usuali della attualità politica nostrana: patto del Nazareno, Italicum, Senato si o no, la grande eterea galassia PD che si compone e si scompone come la coda della via lattea, appunto. Frullatore apparso talvolta impazzito, che peraltro ha continuato a girare e a frullare anche dopo la elezione di Mattarella.
Personaggio per certi versi d'altri tempi. Con cinquanta sfumature di grigio, si direbbe. Solido nella sua dirittura morale, di profonda cultura e convincimenti radicati in quel cattolicesimo democratico e popolare, sui cui " stilemi" si sono forgiate intere generazioni di giovani impegnati nella politica. Seppur con i toni felpati che l'"augusta" carica impone, ha marcato subito, nel suo discorso di insediamento, una distanza notevole dal suo predecessore. Occorre ascoltarlo, soprattutto leggerlo bene, quel discorso.
Napolitano, come era forse ovvio facesse, anche per la sua identità di ex-comunista e quindi in qualche modo con un gap da superare, forse solo psicologico, ha improntato la sua presidenza all'insegna della quasi ossessiva pratica del rispetto delle regole formali: procedure vicine alla perfezione, persino quando appariva non arbitro ma giocatore, equilibrio dei poteri, richiami costanti ai dettami, articoli e commi, della democrazia formale; tutto in Napolitano aveva un riferimento preciso alla Carta, nei suoi aspetti più di immobile fissità che di progressione storica.
Mattarella ha già rovesciato la situazione; si. Naturalmente si è detto arbitro, chiedendo l'aiutino ai giocatori, ma " la garanzia della nostra Costituzione consiste nella sua applicazione, nel viverla ogni giorno". Insomma non solo nel "santificarne" gli aspetti formali. E allora partiamo dall'art.3: la repubblica riconosce a tutti i cittadini i diritti fondamentali e pari dignità sociale, deve rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l'eguaglianza. Altro che aspetti formali; è sostanza. Perché " Il volto della repubblica è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni, l'ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo. Tutela delle libertà, tutte le libertà anche quelle della sfera affettiva. " E se princìpi e valori della Resistenza sono nel nostro DNA, c'è una moderna resistenza che deve innervarsi nelle coscienze, rivolto ai parlamentari e al palazzo: la corruzione ha raggiunto livelli inaccettabili, divora risorse, penalizza i cittadini onesti; le mafie sono un cancro pervasivo che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazione, calpesta diritti; la crisi ha ferito la società, accresciuto ingiustizie e diseguaglianze, sottraendo il futuro ai ragazzi e alle ragazze. Non è forma, è sostanza.
Per quelli di memoria corta, nelle giornate "della Memoria", lo struggente richiamo di Stefano Tachè, bimbo ebreo, di due anni, assassinato nell'attentato alla sinagoga di Roma, 9 ottobre 1982.
Compare, insomma, dal primo discorso di Mattarella, contrapposto alla sua sobria mansuetudine somatica ed espressiva, quel "filo di ferro" che secondo alcuni notisti , ha dentro e che è irrobustito dalla caratura del filone sociale del cattolicesimo politico. C'è da scommettere che piano piano si scoprirà, sintonizzandosi con il Paese reale. E ancor di più lo farà se saprà colmare il gap che lo separa, non solo forse dal punto di vista generazionale, dai mondi dei giovani, dalla loro filosofia globale, dal loro stile di ribellarsi, comunicare e stare insieme, modo di studiare e percepire la progressiva senescenza delle classi dirigenti nazionali. Assolutamente insufficiente, quasi pacchiano, il riferimento ai giovani parlamentari " capaci persino di indignarsi"; giovani marmotte ad arricchire il mosaico.
A Mattarella non gli si chiede di stare su twitter, facebook o instagram; ma con questi mondi, con l'oggi e col domani immediato dovrà fare i conti e misurarsi e in fretta, per capire l'Italia.