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Italiano e stranieri

"Parlando due lingue apparteniamo a due collettività ed esprimiamo due identità. Una è nostra di nascita, di diritto, l'altra è acquisita. Se siamo noi che parliamo inglese, cinese o wolof, vogliamo assumere una doppia identità e appartenere a due mondi? E gli inglesi, i cinesi, o i senegalesi ci accettano, sono disposti a condividere il loro mondo con noi?

Se invece sono i tedeschi, gli egiziani o i vietnamiti che parlano italiano con noi concediamo loro l'identità di italiani se desiderano assumerla? Concediamo loro di condividere con noi il nostro mondo?". Si conclude così un libro essenziale per 'Usare un'altra lingua - Guida alla pragmatica interculturale, di Camilla Bettoni, Editori Laterza'.

Usare un'altra lingua significa entrare, o meglio chiedere il permesso di entrare in un'altra cultura. È ciò che si fa quando la lingua diventa un vissuto del parlante, e non esercizio retorico che esula dalla vita per meriti scolastici. Diremo meglio che proprio il parlante rappresenta il vissuto di una lingua. È lui il terreno di scambio del bilinguismo, o del plurilinguismo. Un terreno che necessita d'essere coltivato per ottenere i frutti della interrelazione, della possibilità cioè che il confronto tra culture diverse dei parlanti non sia terreno di scontro. L'accettazione individuale e collettiva di un parlante non madrelingua parte da qui. Proprio dalle basi del confronto. Dal desiderio e dalla curiosità del parlante, e della comunità che lo riceve, di conoscere, reciprocamente, la persona che gli parla. Ma conoscere implica una storia, una o più vite, l'esperienza, bisogni e aspirazioni. Stupisce capire che quando si parla di immigrazione, alla fine, si finisce sempre per parlare di noi. Non solo perché ogni Immigrato è anche un Emigrato. Ma perché il confronto: il nostro 'loro' contro il loro 'voi', impone sempre un equilibrio, una 'calibrazione' della domanda, della richiesta, sia della disponibilità che dell'offerta. E questa 'calibrazione' non può esistere alla radice se si esclude la cultura del popolo che lo riceve, e la cultura del parlante che non appartiene a quella comunità dalla nascita.

'Usare un'altra lingua' è un fatto complesso. Lo sanno bene gli emigrati sardi in giro per il mondo. Il problema dell'immigrazione, dunque, solleva questioni che ci riguardano direttamente. Un mondo sempre più vicino via internet appare ancora culturalmente molto distante. Se non si è preparati ad affrontare il problema, in grado cioè di rapportarsi adeguatamente all'incontro/scontro con l'altra cultura, sia da emigrati, che da immigrati, il confronto tra le culture andrà certamente ad affacciarsi ad un sicuro insuccesso.

Che fare allora? Le notizie drammatiche di questi mesi non confortano, certo. Ma da un lato impongono un aprire gli occhi proprio verso questa realtà che prima si era sottovalutata, ignorata, perché impone impegno, lavoro, fatica, organizzazione e trasparenza. Diritti che non sembrano esistere neppure per gli Italiani in Italia. Il problema è che gli immigrati accendono un faro sui problemi reali della società odierna. Problemi grandi come una casa, che appaiono irrisolvibili agli stessi operatori, funzionari, organi istituzionali. Certo, irrisolvibili rispetto a ciò che si conosce, a ciò che si è sempre fatto. Corsi di Lingua italiana per Immigrati, questo propone ad Enti, Istituzioni, Associazioni, Comuni la 'Sardinia Winter School and Services', www.sardiniawinterschool.it. Un modo per affrontare il problema della distanza culturale attraverso un servizio base. Necessario ed utile per comprendersi reciprocamente, rispetto a problemi e bisogni comuni. Capirsi, spiegarsi. Una prima opportunità di relazione, fondamentale per ovviare al problema dei servizi, dei diritti e dei doveri dell'immigrato nel paese in cui risiede. È un primo passo verso la valorizzazione sociale ed economica di un immigrato, che si integra per portare un bagaglio e una conoscenza che ignorare oggi, data la dimensione del fenomeno, comporterebbe dei problemi ancora maggiori.

Agli immigrati, anche a mezzo stampa, si associano spesso esempi negativi. E un esempio positivo? Sono oltre 600 mila gli immigrati imprenditori in Italia. L'ultimo anno hanno registrato un incremento del 3,8 %. Solo in Sardegna sono 10.750, e rappresentano il 5,6% di quelli nazionali (Fonte Fondazione Leone Moressa su i dati delle Camere di Cmmercio). Chi vede, dunque, negli immigrati un popolo di lucrativi o lavativi, che non pagano le tasse in Italia, ha certamente una visione parziale della vicenda. Sarebbe come dire che tutti gli italiani, oggi in Italia, pagano le tasse. O che da domani inizino davvero tutti a pagarle perché vogliono pagarle. Scoperchiare questo problema per gli stranieri in Italia, come si vede, imporrebbe farlo anche per gli Italiani. Per quale ragione, allora, sono scomodi? Sappiamo dare una risposta concreta che esuli dall'insulto, dai dati parziali o dal perbenismo? È chiaro che l'Italia non può ospitarli tutti, ma è anche vero che non tutti vogliono restare in Italia. È questa, dunque, una ragione valida per ignorare chi è presente da noi? Parlare oggi di 'loro' credo significhi piuttosto alzare lo specchio, guardarci in faccia, ed iniziare a parlare di noi con loro. E per tornare alla domanda della Bettoni in apertura, mi chiedo, allora: in che maniera "concediamo loro di condividere con noi il nostro mondo?"

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