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Le ragazze son partite. Un bellissimo libro di Giacomo Mameli

Consiglio molto, davvero, di leggere questo libro appena uscito, Le ragazze sono partite, di Giacomo Mameli (Cuec, Cagliari, 15 euro). Due parole prima sull'autore: Giacomo, non lo dico perché sono suo amico da oltre 30 anni, è stato uno dei migliori giornalisti sardi della sua generazione.

Io l'ho conosciuto a fine anni Settanta all' "Unione sarda" (l'Unione di Crivelli e poi quella quasi autogestita di Giorgio Melis e Alberto Rodriguez), quando faceva soprattutto memorabili inchieste sul territorio: raccontava palmo palmo la Sardegna, esperto specialmente di quella industriale, che già allora cominciava a dare segni di crisi e di regresso. Articoli esemplari.

Poi, con tempo, è diventato uno scrittore. Lo ha fatto con il suo tipico understatement, fingendosi più che altro un cronista attento a registrare i fatti. Ma in realtà, come ormai testimoniano molti esponenti di spicco della cultura italiana (l'ultimo ad apprezzarlo pubblicamente è stato Luca Serianni), Giacomo Mameli è uno scrittore vero, con caratteri di originalità più che evidenti.

Si è inventato una lingua, ad esempio. Un passo dal dialetto, con costrutti, stilemi, mix di parole, posizionamento degli aggettivi, intonazioni che mimano da vicino la lingua parlata dai sardi, per lo meno dai sardi che usano il linguaggio della comunicazione domestica, l'ibrido fatto di sardo e italiano ormai inestricabilmente miscelati.

Ne viene un timbro realistico, di verità, che è diventato, libro dopo libro, la sua caratteristica.

Ma vengo a questo nuovo libro: in copertina una donna non più giovanissima, vestita di bianco, vezzosa gonna a pieghe, scarpe bianche eleganti, un bimbo in braccio, un altro, irreprensibilmente vestito da ometto al suo fianco. E' la storia, questa raccontata in poco più di 100 pagine da Giacomo, di una ascesa sociale, individuale e di gruppo. Di un riscatto, anche. L'escalation delle ragazze di paese, poverissime, partite dagli anni Cinquanta in poi dalla Sardegna agropastorale per "andare serve" in continente.

Un salto epocale, inimmagimabile per chi non sa come era allora la Sardegna interna: alle spalle delle ragazze la miseria senza speranza di certe zone dell'Ogliastra, o del Campidano, o della Barbagia profonda; di là dal mare il mito luccicante del benessere, il riscatto sociale, i soldi sicuri da mandare a chi è rimasto a casa a far la fame; e le prime toilette da "signora".

Nessuno aveva mai raccontato questo salto antropologico e culturale con l'efficacia (ma anche la partecipazione umana) di cui è capace Giacomo. Il libro si risolve in una serie di ritratti fulminei ma efficacissimi di giovanissime donne, diciassettenni, al più ventenni: scalze, a lavare i panni nel fiume, a mungere la vacca e a governarla, a dare una mano nella tanca. Le case non hanno bagni. Si va in campo, come diceva una mamorabile gag di Robero Benigni a sfottere la discesa in campo del primo Berlusconi: e poi ci si lava nell'acqua gelida del fiume.

Innamorate spesso del ragazzo del cuore, senza dirglielo. Piene di speranze e illusioni ingenue, di sogni, in un paese (il teatro di molte storie, non di tutte, è Perdasdefogu, Foghesu, la Macondo di Giacomo Mameli) che non offre nulla a chi sogna. Poi ecco il viaggio: la levata all'alba con la morte nel cuore, addio ai parenti, al ragazzo, alle amiche. E la corriera, per Cagliari o Olbia, e la notte in nave, stipate con tante altre compagne di avventura, e poi il treno da Civitavecchia a Roma, o sennò a Milano. "E non capire niente, in un mondo che sa tutto", diceva il bellissimo verso di una tragica canzone di Gigi Tenco (fu quella del suicidio a Sanremo).

I padroni, la signora continentale. Non sempre e n on per tutte va bene. C'è anche il maturo professionista che ti butta subito le mani addosso, convinto di poter tutto su di te, solo perché ti paga un salario. Ci sono le umiliazioni: le "sardignole" , le chiamano.

Ma ci sono anche le fortunate: alcune vanno a servire in case di gente per bene, intellettuali persino. Tullio Kezich, del quale la servetta sarda diventa alla fine - diplomandosi in dattilografia - l'indispensabile segretaria; o i Segni (persino la visita al Quirinale), o il grande De Chirico. Ad una capita di conoscere Antonioni e finisce nel set di "Deserto rosso", ad accudire un bambino promosso sul campo piccolo attore.

Per molte la vita cambia radicalmente. Il lavoro dà reddito, ma anche fa salire nella scala sociale. C'è ci si istruisce, tutte imparano l'italiano. La sera sono a Termini, dove si radunano le sarde a Roma, a scambiarsi esperienze e progetti. Lì ci sono i ragazzi in divisa, i militari di leva sardi di stanza a Roma. Si parla di nuovo il dialetto. Si scherza. Nasce qualche amore.

Chi conosce ragazzi laboriosi, di Roma o di Milano magari, si sposa. Interi quartieri (a Roma il Tuscolano) parlano adesso con accento sardo. I due mondi, quello lasciato nel passato e quello del presente, proiettato verso il futuro, sono come due metà di una mela spaccata: si torna in paese per essere invidiate, o chiacchierate come "signore". Alla messa il prete non vuole vedere trucco in faccia, né tacchi ai piedi. C'è in paese chi sfotte l'accento romanesco o continentale : una feroce battuta sarda definisce "mighezza" questa deformazione della pronuncia: da "mica", interlocuzione che fa tanto continentale, ma che le guardie di finanza sarde e forse anche le servette oltre mare pronunciano con la "g", "miga", perché credono sia più raffinato.

Eppure, nella trama di questa migrazione di ragazze giovani, incolte, inesperte, ingenue avviene un miracolo: c'è un ascensore culturale e sociale, un potente elevatore di vite altrimenti senza speranza, che le premia, le salva dalla maledizione eterna della miseria e dell'invecchiamento precoce consumate dai lavori pesanti del paese, le fa se non proprio signore per lo meno donne, consce dei propri diritti e della propria dignità.

Storie esemplari, che parlano più di saggi di sociologia. Lo rileva, in un illuminante post-fazione, Martina Giuffrè, antropologa non sarda, allieva però di un grande studioso cagliaritano come Pietro Clemente (da tempo trasferito in Toscana), quando spiega alla luce delle ricerche recenti (magari quelle australiane o statunitensi) il fenomeno della acculturazione delle ragazze partite senza valigia (senza: perché tanto povere che le poche cose personali stavano nel lenzuolo a mo' di sacca, da portare sulle spalle).

Libro bellissimo, insomma, emozionante persino. Pieno di dettagli concreti. Resta, a leggerlo tutto d'un fiato come ti costringe a fare la scrittura accattivante di Giacomo, il senso drammatico della rottura tra i due mondi, il dolore dello strappo, la nostalgia inestinguibile del paese, della infanzia. Non sono più scalze, le ragazze di Foghesu partite quel mattino con la corriera e con la morte nel cuore. Non hanno più le gambe graffiate e le mani callose. Portano adesso scarpe alla moda, la borsetta, e il trucco al viso che non piace al prete della chiesa foghesina. Epperò sembra che nelle loro storie vincenti (perché Giacomo ci racconta - ed era ora che qualcuno lo facesse - una Sardegna che vince, non l'eterna Sardegna dolente e sconfitta di tanti scrittori sardi) rimanga in eterno un nodo irrisolto, un grumo nascosto di sofferenza umana e di nostalgia invincibile. Com'era terso, la sera, il cielo di Foghesu. Come brillavano le stelle. E com'erano silenziose quelle notti, al canto dei grilli.

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