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La questione dei paesi, la questione dello spopolamento, la questione rurale sono l'argomento centrale della Sardegna.

Vorrei che questo incontro non si trasformasse in una seduta psicoanalitica o di autocoscienza del tipo che si realizza nei gruppi di ascolto. Vorrei - e il mio contributo va in questo senso - che questo incontro non si trasformasse in una specie di vomitatoio delle cose che non vanno secondo un'etica - e anche un'estetica - che spesso attanaglia i sindaci dei paesi: la lamentazione.

Il dibattito che le associazioni Nino Carrus e Borghi Autentici hanno avuto il coraggio - perchè di coraggio si tratta - di organizzare non è un dibattito residuale o laterale nella discussione pubblica in Sardegna, ma ne è il centro, il fulcro, l'essenza, l'anima.
La questione dei paesi, la questione dello spopolamento, la questione rurale sono l'argomento centrale della Sardegna.
Dirò di più: sono la Sardegna.
Ed è davvero surreale che in una terra col 95% di territorio che ha il tessuto connettivo nella ruralità si parli di città metropolitane e basta.
Dunque dovremmo chiederci per quale strano motivo un dibattito così decisivo fatica - e non poco - ad affermarsi nella discussione pubblica in Sardegna.

Perchè?
i motivi sono così complessi, molteplici e intersecati e io, personalmente, una risposta univoca non ce la ho.
Ma proprio perchè non istigo alla lamentazione provo, per la parte che mi tocca, a individuare le "nostre" colpe, non quelle altrui.
Noi, che quei paesi li viviamo e li amministriamo, dobbiamo essere capaci di uscirne definitivamente dalla "sindrome da accerchiamento" e sfidare le istituzioni - la regione, le città, i luoghi di cultura, le università - dicendo in cosa i paesi possono essere d' aiuto e di sostegno alle città e alla Sardegna intera.
Noi, in realtà, abbiamo perso - se mai ce l'abbiamo avuta - la capacità di raccontarci fuori dagli stereotipi e dalle banalizzazioni: la fierezza, le tradizioni, l'aria buona.
In sostanza abbiamo perso le parole e un poco di anima. Abbiamo perduto le parole per raccontarci e raccontare le nostre comunità, le nostre vite, le difficoltà, i sacramenti, le occasioni, le difficoltà, i drammi, le feste.
Ci concepiamo, assurdamente, come paesi-stato, ma siamo invece solo dei punti di una rete che hanno bisogno di tutti e che a tutti possono dare sostegno.
Lo spopolamento non è una condizione ineludibile e, nella riappropriazione delle parole - dell'ecologia della parola - va declinata in una pluralità di sotto-fenomeni: la denatalità, l'invecchiamento della popolazione, la disoccupazione, l'emigrazione.
Noi oggi, da Sennariolo, dobbiamo dire alla Sardegna che la questione demografica è la questione CENTRALE di questa terra; una questione - e una vicenda pubblica - da affrontare non solo in un'ottica pro-natalista, ma di investimento sul capitale umano de futuro.
L'età media nell'area del Maghreb, nel 2020, sarà di 21 anni; in Sardegna siamo ben avviati affinchè sia di 50 anni.
C'è in sostanza un Continente giovanissimo - quel continente che così tanto spaventa l'occidente - che spinge su un Continente vecchissimo il cui avamposto, la Sardegna, è drammaticamente decrepito.

Chiedo: possiamo uscire da questa Tavola Rotonda, almeno, per dire alla Sardegna e ai sardi, che la questione demografica la dobbiamo mettere in alto nella scala di priorità pubbliche di questa terra?
Io credo di si.
E possiamo dire, se siamo d'accordo, che occorre costruire un sistema di welfare adeguato alla sfida: sulla natalità, appunto; sulle politiche a favore delle donne in termini di servizi e di pari opportunità e di lavoro; sul sostegno alla rete familiare, ai monoreddito, alle famiglie monoparentali; sui servizi: a partire dalla scuola e dalla sanità; sulle migrazioni, sull'accoglienza - anche - finalizzata e sull'integrazione; sulle politiche abitative e della casa.
Ecco, io mi sento che dovremo non solo dirlo, ma anche urlarlo.
L'altro nodo che questo convegno può aiutare a sciogliere è il seguente: sulla natura del rapporto fra città e paesi; ovvero se i paesi servono al progresso e alla decongestione delle città o se servono ad allietare gli annoiati fine settimana dei citoyens.
Se cioè, noi, nei paesi dobbiamo vestirci a maschera il sabato e la domenica con le Cortes Apertas e poi, per il resto della settimana ritornare al solito andazzo delle Mortes Apertas.

Finisco con alcune umilissime proposte.
Basta con l'etica della lamentazione; lavorare per riconquistare la capacità di raccontarsi con parole nuove.
E se questo è un lavoro culturale ce n'è un altro che è politico. Noi dei paesi dobbiamo attivare un percorso istituzionale che porti a definire una Carta dei paesi: un sistema di regole e di ambizioni che ci fa vivere (e continuare a vivere) in Sardegna e per la Sardegna; una Carta dei Paesi da elaborare in un lavoro collettivo di condivisione e di prospettiva dove siano sancite le cose che i paesi e le comunità si impegnano a fare per le città e per la Sardegna.
Poi bisogna iniziare a costruire un sistema di regole democratiche che garantisca la democrazia nelle nostre comunità e la rafforzi; un sistema di regole che porti i paesi, al di là di confini "provinciali" ad avere rappresentanze nei luoghi dove si decide: e una percentuale maggioritaria di sardi ha deciso, decide o deciderà di vivere nei paesi quella maggioranza deve essere rappresentata. Serve, in sostanza, una nuova legge elettorale che dia anima alla Sardegna, non solo a una parte di essa.
In quest'ottica servirebbe, come il pane, una politica fiscale che renda vantaggioso vivere in un territorio rurale per costruire, finalmente, una città di paesi che dialoga, che si scambia esperienze, che collabora. Serve, la dico con un titolo, una Zona Franca Rurale che aiuti chi crea lavoro a crearlo davvero; servono infrastrutture immateriali come la banda ultra larga e come la scuola; serve l'anima e l'intelligenza di tutti per deviare da un declino che oggi, appare irreversibile.
Ma che irreversibile non è.

* Sindaco di Bortigiadas

Intervento svolto in occasione della tavola rotonda Spopolamento dei piccoli paesi. Fenomeno irreversibile? Quali politiche e quali strumenti per invertire la rotta?"

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