Per esorcizzare quella catastrofe prossima ventura dello spopolamento (calo di 400 mila abitanti in Sardegna entro il 2050, centri abitati solo nelle coste, villaggi desertici all'interno) hanno invocato l'ottimismo di Antonio Gramsci per dire che quel "fenomeno non è irreversibile" come sostiene Marc Augè, uno dei padri dell'antropologia contemporanea.
Una inattesa ventata di speranza – per contrappasso e in controtendenza - da uno dei paesi più piccoli dell'isola, Armungia, appollaiato sulle forre del Gerrei, guardato dalle vette di Santa Vittoria, Monte Corongiu e Monte Cardiga e dove osava, soprattutto con la doppietta a tracolla, il Cavaliere dei Rossomori Emilio Lussu in compagnia della moglie Joyce. È stato Sandro Ruiu, scrittore sassarese, a citare uno dei massimi demografi viventi, Massimo Livi Bacci, per dire che "lo studio dei movimenti delle popolazioni non è scienza esatta e non può dare certezze soprattutto in una fase di grandi migrazioni e immigrazioni".
L'antropologo Felice Tiragallo: "Occorre reagire per far restare paesi i nostri paesi". A contorno, con pochissime voci contro, l'elenco di tante esperienze positive dal Sulcis al Sarcidano dove – ha detto il sociologo Benedetto Meloni – sta per sorgere, a Gergei, una beauty farm mentre "in Sardegna le aziende sono sempre più popolate da giovani e da agronomi con competenze". Meloni ha scelto, a sostegno della sua tesi, anche il titolo di un giornale che parla del Montiferru di Seneghe e Santulussurgiu come "di un angolo della Svezia". L'associazione "Isperas" di Pozzomaggiore ha elencato le iniziative per "animare il paese con dibattiti e presentazioni di libri". Sandra Melis ("Il Convivio" di Silius) ha citato la "voglia di fare nel paese del castello Sassai" dove si combatterono aragonesi e arborensi". Stamani il botanico Luigi Erriu di San Nicolò – nella vallata del Nido dell'aquila - parlerà di "biodiversità e rispetto dell'ambiente per vivere meglio". Corradino Seddaiu, antropologo di Olbia, ha sottolineato la vitalità di Padru "dove, quando ci arrivavo da Sassari, mi sembrava di essere come Heidi circondato da tante signore Rottermeier" e dove oggi "hanno preso casa giovani tedeschi che sono diventati apicoltori e vendono il miele agli abitanti fra Goceano e Gallura". E le case in vendita a Ollolai? Martina Giuffrè, antropologa di Sassari, ha annunciato un progetto per il museo di Burgos.
Il convegno di Armungia fra antropologi e amministratori – certo parlando più delle eccezioni che delle regole – si è mosso "controcorrente" accendendo un semaforo verde. Perché "va combattuta la rassegnazione, la tutela dei paesi e del territorio – ha sottolineato Pietro Clemente - dev'essere vissuta come impegno civile". Ad Armungia ha una eccellenza nell'iniziativa di Tomaso Lussu nipote di Emilio archeologo e Barbara Cardia studi da giurista. In solitudine ma con metodo hanno saputo calamitare iniziative produttive (tessitura, bottega del fabbro, prodotti alimentari) in un paese in via di estinzione. Certo, quella di Tomaso e Barbara è un unicum o quasi, perché hanno dalla loro competenze e grazia, qualità poco diffuse in Sardegna per poter tessere una rete di accoglienza intelligente. La casa-Lussu è tanto antica quanto confortevole, con un cinghiale del diavolo in ferro arrugginito che domina un cortile tutto fiori sotto un pergolato che ricorda belle pagine della letteratura del Novecento. Il paese è più curato di tanti altri. Il non finito edile è raro, il decoro è tangibile.
E l'economia? Come "restare paese – si è chiesto Tomaso Lussu – senza romanticismo ed economia di sussistenza? Creando microfiliere produttive diffuse, producendo, facendo lavorare mani e cervello. Perché oggi siamo ancora in fase di sperimentazione e la nostra attività non consente ricadute economiche. Far rivivere i paesi è un'idea che deve diventare progetto politico sostenendo un'economia reale. Ma non vogliamo essere musealizzati. Vogliamo che vadano avanti le iniziative private. Il pubblico pensi alle infrastrutture, ai trasporti interni ed esterni per esempio".
Un'idea che Clemente ha definito "coscienza di luogo". Che è la coscienza di Emilio Lussu per Armungia, così come è Barumini per Giovanni Lilliu, Nughedu San Nicolò per Francesco Masala, Ulassai per Maria Lai, San Sperate per Pinuccio Sciola, Orani per Costantino Nivola, Santulussurgiu per Antonio Cossu, Santa Cristina per Paulilatino, Remundu Piras per Villanova Monteleone, il Duomo con le quattro lunette delle Maddalene di Mario Delitala per Lanusei. Ma questo "è il progetto di una nuova Sardegna che in Sardegna non c'è ma può esserci", ha detto Ruiu. Il che comporta "conoscenza della nostra storia".
Spopolamento allora? "Credo che si assisterà a un'inversione di tendenza, non si erano mai visti tanti giovani tornare all'agricoltura, l'inurbamento avrà una fine, ci sono i corsi ma anche i ricorsi storici", rimarca Cristina Lavinio, docente di Letteratura all'università di Cagliari. Giunge ottimismo da quelli che ai primi del Duemila erano ricercatori sul campo ad Armungia e oggi siedono in cattedra. Caterina Di Pasquale (università di Pisa): "Armungia ha significato capire che cosa vuol dire guardare il tuo stesso mondo con una prospettiva diversa e renderlo più ricco". Eugenio Testa (La Sapienza di Roma): "Quindici anni fa il nostro obiettivo non era cercare autenticità e arcaicità, ma interagire con cittadini del mondo contemporaneo e interrogarsi su cosa volesse dire confrontarsi con questo mondo ("grande, terribile, complicato") stando in un piccolo paese della Sardegna interna e mantenendolo vivo. Se gli studenti sono stati curiosi degli armungesi, è stato vero anche l'inverso. Con la nostra invasione volevamo aiutare Armungia a 'restare paese'. Ma l'Italia, come dice Pietro Clemente, è un Paese fatto di paesi. Che i paesi siano vivi è necessario non solo per chi li abita, ma per l'Italia tutta".
E da domani? Clemente: "Creare una rete delle associazioni che vogliono combattere lo spopolamento. Una rete fra associazioni sarde collegate con quelle presenti in campo nazionale. È difficile, ma abbiamo il dovere di andare controcorrente. Senza paesi non c'è Sardegna".
Intervista a Pietro Clemente, Antropologo - "I paesi hanno diritto a resistere ed esistere"
Il titolo, molto popolare, recita: "Andiamo a prendere un caffè ad Armungia". Potremmo adattarlo a Florinas e Pozzomaggiore, a Seneghe e Villanova Monteleone, a Bitti e Neoneli, ai paesi che si spopolano. "È stato un mio amico giornalista di Cagliari, Gianni Perrotti, a propormela e l'ho trovata efficace e pertinente. Anche un piccolo gesto può far capire il senso di quella che considero una emergenza nazionale e mondiale", dice Pietro Clemente, nuorese di nascita, antropologo fra i massimi in Europa, legatissimo al Cavaliere dei Rossomori.
Fra trent'anni la Sardegna avrà 350 mila abitanti in meno.
"Occorre viaggiare controcorrente per rianimare Armungia, connettere in una rete di generazioni e imprese i paesi della Sardegna interna, che le previsioni del 2020 danno pressoché esausti a favore della ciambella costiera e turistica. Viaggiare controcorrente guidati dalla cultura, dall'artigianato, dai saperi, dai cibi, dalla produzione locale, dalle generazioni Erasmus. Una scommessa piena di futuro difficile. Armungia ha due musei, quello dedicato a Joyce ed Emilio e alla loro storia, e quello dedicato alla vita del paese e al mondo produttivo con l'edificio del fabbro. Con la nuova strada che la connette alla costa, Armungia non è più finisterrae. Ci si può venire tornando dal mare, ci si trova da dormire, si mangia in modo organizzato ed eccellente nella rete del B&B. Ridare vita alla vita demografica è scommessa che Tommaso Lussu sta praticando, in nome del nonno. Questo è impegno civile".
Il suo collega Marc Augè dice che lo spopolamento dei paesi è "fatto irreversibile al mondo". Cita la Cina dove le piccole città diventano megalopoli mentre le campagne si desertificano. Gennargentu docet.
"È vero che anche nelle metropoli nascono paesi, comunità, forse economie rurali. Ma in Italia spesso sono i paesi dell'interno che danno senso e identità alle regioni e molti hanno avviato processi di riaggregazione. In Sardegna anche le coste turistiche prendono valore dalle culture dei paesi, occorre sostenerli contro il declino. Con politiche regionali per trasformare la resistenza in nuovo sviluppo con risorse locali".
Che fare in concreto negli altri 285 paesi sardi destinati a scomparire?
"Copiare Armungia. Organizzare iniziative non previste dai trend demografici. Paesi virtuosi ce ne sono con iniziative che animano villaggi in agonia, penso ai festival letterari. Ma non basta. Sogno un ritorno dell'artigianato, del saper fare manuale che è calamita attrattiva e darebbe reddito. E non possono essere le sole donne eroiche del tessile a Ulassai come a Mogoro. Creerei una rete tra questi paesi, che si scambino le esperienze. Mi farebbe piacere che Monticchiello (Siena), frazione di Pienza con 300 abitanti che lotta con i mezzi del teatro e del museo per rivivere, incontrasse Casa Lussu e Armungia. Sarebbero due pezzi di storie esemplari".
Molti paesi sardi sono troppo divisi per campanili.
"Sono un antropologo che si è dedicato ai piccoli paesi. Spero di restare nella loro toponomastica, mentre condivido le sfide per costruire un futuro controcorrente. Lussu è restato nei nomi delle strade, ma nella toponomastica diffusa ha avuto un solo racconto: «Una volta mentre eravamo a caccia uscì in questo passo nel bosco un cervo bellissimo, i cacciatori imbracciarono velocissimi i fucili, pronti a sparare, ma Lussu che guidava la battuta, li fermò con un gesto: "è un animale bello e fiero, lo dobbiamo rispettare" disse. Quel passo ora si chiama Su passu de Lussu». Per valorizzare i nostri paesi li dobbiamo conoscere".
Lei ha creato la scuola antropologica di Armungia. Come nasce?
"Nel 1997 Giovanni Lussu, figlio di Emilio, mi suggerì l'idea di dare centralità ai luoghi periferici. Andai ad Armungia con i miei studenti romani per una esercitazione sul campo, vedere se potesse nascere qualche scintilla. Lo stage durò tre anni, per circa 15 giorni all'anno, coinvolse 66 giovani e diversi docenti delle università di Roma e Cagliari. Esperienza difficile e intensa. Quei ragazzi ora sono trentenni o quarantenni. Hanno scritto libri di antropologia, lavorano in Ong e organismi internazionali, molti sono precari nel modo di vivere e antropologi nel modo di pensare e scrivere. Un primo ritorno ci fu nel 2007 per presentare la Rivista Lares con scritti legati agli stages. In quel numero ho scritto un testo che si intitola Il paese di Emilio Lussu e delle rose, un testo 'emozionato'. Emozioni che restano".
Nuove politiche: mica è facile "viaggiare controcorrente".
"Ad Armungia e in pochi altri paesi varie amministrazioni hanno investito sul 'patrimonio'. Si direbbe che ad Armungia è in atto un processo di patrimonializzazione. Ci sono state tante discussioni sull'Unesco e sul patrimonio, qualcuno pensa che il vero patrimonio è quello di cui non si parla, ma sbaglia. Nel nostro mondo la parola, la autorappresentazione, la narrazione e la meta narrazione sono le forme principali del riconoscimento. Siamo nel mondo globale anche nei piccoli paesi, anche dove ci sono più televisori che abitanti. Le istituzioni 'patrimonializzano' e tutti i fiori appassiscono, il bello diventa brutto. Noi vogliamo paesi abbelliti da fiori freschi. Con politiche diverse da quelle metropolitane".
Qualcuno, alla Regione o Montecitorio, si potrà sintonizzare col metodo-Armungia?
"Armungia è casa di memorie. Lo sono tutti i paesi. San Sperate ricorda Pinuccio Sciola, Ulassai Maria Lai, Orani Mario Delitala per non parlare di Ales e Ghilarza. Ricordare Lussu è uno 'heritage' della memoria e della coscienza. Tessere alla maniera di Zia Giovanna è molto di più. Trasmettere quel sapere ricco di modalità apprese nel tempo è letteralmente quel che nella Convenzione Unesco 2003 si intende per 'salvaguardia'. Tommaso e Barbara con Giovanna hanno attivato una trasmissione di know how che è costruire futuro, per gli artigiani, per le differenze culturali, per i saperi della natura, per 'cose' dotate di uno stile. Le competenze attivate si ri-aprono a loro volta alle varianti, alle creazioni, a nuovi mercati. Il 'patrimonio culturale immateriale' sta vivendo un tempo fecondo. Lo può essere in tutti i paesi. Che hanno diritto a resistere ed esistere".