Anche quest'anno il Festival letterario 'L'isola delle storie' di Gavoi si è concluso. Numeri e cifre del dopo Festival, anche se importanti, non fanno giustizia sulla carta di ciò che a Gavoi si vive nella strada. Ha fatto bene il sindaco del centro barbaricino, Giovanni Cugusi, nella giornata inaugurale a sottolineare il fatto che a Gavoi il Festival dura tutto l'anno: "Mentre altri paesi dell'interno chiudono - ha detto - noi, seppur con difficoltà, rimaniamo aperti".
Lo ha ribadito anche l'Assessore Claudia Firino, subito dopo, nel dire che innanzitutto Gavoi e il suo Festival diffuso nel territorio sono una bella storia. Storia tra le storie che il Festival racconta. Storia fatta di passione, dedizione, opera, riuscita delle idee messe in campo. Una storia che a Gavoi, da tredici anni, parla tutto l'anno. Anche a livello imprenditoriale Gavoi è 'un caso'. Un gruppo di amiche, coetanee e non, che vogliono muovere le cose con pubbliche letture invitando gli autori di libri nei bar del paese. Paese che di inverno pare schiacciato, come molti altri, dentro il proprio finisterre. Scambi, esperienze, progetti. Poi l'idea importata dall'Inghilterra, che fu di Flavio Soriga. A seguire le altre strade organizzative e le direzioni che il Festival ha preso. Così è nato il Festival di Gavoi, quello che noi oggi conosciamo. Un festival che dura tutto l'anno nell'organizzazione e nei ricordi dei luoghi delle esperienze vissute proprio durante il festival. Così personaggi e pubblico l'hanno popolato.
A Gavoi, come in qualsiasi altro luogo, se solo il Festival durasse di più credo che si potrebbero sviluppare a dismisura progetti artistici, editoriali, imprenditoriali della cultura, per il semplice fatto che le persone che vi partecipano avrebbero più tempo per entrare in contatto e in rapporto tra loro. Resta, poi, di Gavoi, il clima positivo e propositivo che in maniera dimessa, senza grida, riporta tutti i partecipanti al piacere di ascoltarsi, conoscersi, confrontarsi. Per fare cultura ai massimi livelli in Italia.
Ora, però, una domanda sorge d'obbligo: di quale cultura parliamo? Editori, scrittori, giornalisti che cultura portano avanti? Mi chiedo, cioè - ancora una volta - se a parte il fatto di dare in Sardegna una location unica; a parte il fatto (e non è poco) di creare economia dalla cultura in Sardegna (caffé, bar, ristoranti, alberghi, case private e seconde case in affitto, libri ecc); a parte il fatto di creare un clash culturale unico secondo cui si vedono i modelli di ragazzi coi capelli cortissimi, la polo e il colletto alzato, pantaloni aderenti, non importa più se di fustagno o jeans, incontrarsi o sfiorarsi con quegli anticonformisti della cultura che, durante i loro nomadismi, a Gavoi cercano un posto tranquillo in cui far riposare idee o dare loro le ali; a parte il fatto - importantissimo! - che un paese di una delle regioni più remote di Europa, nascosto tra i monti di un'isola al centro del mare nel Sud dell'Europa, si apre al mondo e diventi esso un modello di convivialità ed esempio di ap-partenenza locale, mi chiedo - dunque - in questo contesto dove il Festival 'Isola delle Storie' prende piede, dove si trova la cultura della Sardegna? E cioè che posto ha l'espressione della cultura della Sardegna qui? Fois, Angioni, Murgia ed altri sardi presenti al Festival, certo...Ma non sarebbe forse il momento che anche al Festival 'Isola delle Storie' si possa parlare di Sardegna? Pur all'interno di un un confronto e una progettualità pari agli altri temi attualmente trattati nel Festival. Intellettuali, politici e scrittori della Sardegna, insomma, che dialoghino confrontandosi con il resto del mondo proprio in Sardegna.
Altra domanda, per quale motivo non sono presenti gli editori sardi al Festival Isola delle Storie? Per quanto ne so hanno uno spazio importante alla Mostra del Libro di Macomer, ed altri spazi nei vari stand di Torino e nelle Fiere internazionali del libro, e perché non a Gavoi? In sostanza perché, a Gavoi, emblema culturale della Sardegna, non si parla anche di Sardegna?
Mi chiedo, dunque, come e se sia possibile parlare di Sardegna fuori dalle nicchie e dagli stereotipi in cui spesso i sardi stanno, e fuori dai quali paiono non sentirsi più a casa propria. Siamo ospitali nell'accogliere gli altri, certo, abbiamo il vino e il cibo buono, sicuro (anche questa è ovviamente cultura), ma è proprio vero che siamo arcigni nell'esprimere le nostre idee in un confronto pubblico con chi viene da fuori nel provare meglio a definire chi siamo noi? Confronto da cui scaturisca l'idea che noi abbiamo di Sardegna, per provare a ristabilire pubblicamente quella che gli altri hanno di noi, facendo sì di contribuire così a creare quella che noi vorremmo avere di essa nel futuro. Idee espresse nei tavoli, confronti pubblici, fatti agli stessi livelli di quelli già presenti nel Festival. Momenti che ci permettano di guardare fuori dalla Sardegna anche quando siamo in Sardegna e anche se parliamo di Sardegna.
È sotto gli occhi di tutti che in estate tante cose importanti accadono in Sardegna. La Sardegna stessa diventa contenitore di eventi unici, ruolo che si è duramente e faticosamente ritagliata negli anni. Non sarà dunque giunto il momento di alzare anche il livello della proposta culturale sarda? Nessuna zona franca, nessuna riserva indiana: sia chiaro. Ma pensare ad un luogo di scambio di idee sulla Sardegna durante i vari eventi sì. In cui mettersi a confronto e dialogare ai massimi livelli della cultura nazionale e internazionale in Sardegna. Perché se questo non accade, se cioè la Sardegna non ha un luogo pubblico riservato alle idee in cui sia capace di confrontarsi con quelle di altri, allora credo che questo voglia dire solo una cosa: o che nessuno è interessato a farlo, oppure che in Sardegna non ci sono intellettuali all'altezza di questo compito. In tutti e due i casi credo che questo sia un problema: per la Sardegna.