Eravamo un gruppo di giovani laureati provenienti da ogni angolo della Sardegna: Sulcis, Campidano, Ogliastra, Barbagia, Guilcier, Sassarese, Gallura. Armati di macchina fotografica, disto, carta e penna partivamo all'alba dalla città o dai propri paesi e raggiungevamo amici, colleghi e amministratori che ci aprivano gli antichi gioielli del loro paese: vecchie case in ladiri, in granito, in basalto, in trachite, in scisto, in marna, in pietra di Serrenti, di cui, la maggior parte, disabitate.
Rientravamo alle 10, le 11 di notte, "cotti", ma non per lo sforzo fisico di fare i rilievi di 5 o 6 case in giornata (fortuna esisteva già il disto!), ma perché ogni casa racchiudeva in sé un universo di saperi, di tecnica, di dettagli, di modi di abitare, di vivere, di lavorare, di influenze, di relazioni con realtà vicine e lontane, che annotavamo lestamente nei nostri fogli svolazzanti, tra una misura e l'altra. Ogni casa era espressione della cultura e dell'identità di quel paese.
Tutto questo, tra il 2008 e il 2009, confluì ne "I manuali del recupero dei centri storici della Sardegna", una collana composta di nove volumi che ancora costituiscono il più grande contributo di conoscenza e uno strumento operativo volto alla definizione di un "progetto di sviluppo centrato sull'identità dello spazio di vita e sulle culture materiali delle comunità stesse"* a corredo delle politiche strategiche contenute nel Piano Paesaggistico Regionale.
Ciò che purtroppo non è stato raccontato in questi volumi è il rito dell'accoglienza che ad ogni viaggio ci veniva riservato e il diverso modo di vivere la quotidianità a seconda del contesto geografico e culturale in cui ci trovavamo.
A distanza di anni, ad esempio, è sempre vivo il ricordo dell'accoglienza riservataci dal sindaco di Nulvi con tanto di visita esclusiva ai celebri gremi, o dal sindaco di Oniferi che, con carte alla mano, ci raccontò con orgoglio la storia del proprio paese.
Difficile è poi scordare il fervore della vita per le strade urbane del tempiese, tra panni stesi, accurate vetrine commerciali e la dedizione quasi maniacale alle composizioni floreali poste in prossimità degli accessi alle abitazioni, in contrapposizione alla sacralità della Valle della Luna, tra rocce granitiche e agglomerati di stazzi abbandonati, come quello straordinario sito in località Tarra Padedda.
Impossibile è dimenticare il calore e la luce che ci accolsero nella sala d'ingresso del complesso abitativo di due gentilissime sorelle a Massama, e la cura con cui esponevano, nella grande corte e nei rustici annessi, i vecchi utensili legati alla tradizione agricola della propria famiglia.
Il ricordo che più ho nel cuore è però quello del vecchio signore di Erula che al termine del rilievo del suo stazzo, un complesso di corpi giustapposti in modo organico in epoche successive, ci offerse, nei pochi bicchieri impolverati rimasti integri dei vecchi servizi di cui disponeva in casa, il suo buon vermentino.
E brindammo, astemi e non, per quel grande momento di reciproca gratitudine.
* "I manuali del recupero dei centri storici della Sardegna", collana di 9 volumi a cura di AA.VV., Dei Editore, pubblicata tra il 2008 e il 2009.
