Questa mattina la verdissima campagna inglese di Englishcombe brillava sotto il sole primaverile. In questo borgo di trecento anime a poco distanza dalla cittadina di Bath, tra le case di pietra risuonavano i campanacci delle grosse vacche da latte impegnate nel loro ruminare a poco distanza da noi.
Bello ma certo non sorprendente per me. Nelle oziose giornate d'estate ho avuto spesso i campanacci come sveglia attraverso le finestre della grande casa di famiglia che si affaccia sul giallo bruciato dei campi d'estate o sul verde smeraldo invernale o sui mille colori della primavera. Lo straniamento arriva infatti più nel guardare le automobili che le mucche. Il benessere economico degli abitanti è evidente e rende chiaro quanto per una parte delle classi abbienti della società inglese, sia attrattivo vivere in una casa vista mucca in un villaggio del Somerset. Nel breve viaggio per raggiungere la stazione dei treni di Bath ho modo di sapere da un abitante che alcune persone vivono qui e lavorano a Londra, viaggiando in treno anche per 4 o 5 volta a settimana.
Ma se certo non fa notizia una vita da pendolare (è il percorso quotidiano per tantissimi lavoratori un po' ovunque) è nella dinamica di questi spostamenti che troviamo degli aspetti interessanti. Non si tratta di persone che si sono spinte sempre più lontano, fino al Somerset, per vivere in economici e popolosi quartieri fuori città. Non si tratta di persone che sono nate e cresciute in questo borgo nella casa ereditata dai nonni. Si tratta di persone spesso sono ai vertici della loro carriera lavorativa che hanno scelto di vivere li, avendo le condizioni per farlo. Il mio pensiero, un po' come un'ossessione, va alla Sardegna.
Senza ingenui paragoni e facilonerie, mi chiedo se in questi modelli di vita si possa vedere una risposta per la crisi esistenziale che vive la nostra isola. Non c'è nessuna Londra ad un'ora e mezzo di treno dai nostri paesi e davvero pochi di noi sono abbastanza inglesi per scegliere di vivere in un paese qualsiasi senza avere ragioni sentimentali o lavorative. No, questo modello non lo possiamo calzare, ma l'insegnamento che ho avuto da Englishcombe è un altro. Sarà forse scoprire l'acqua calda per qualcuno, ma non è vero che dobbiamo invocare l'eroismo perché i nostri paesi non scompaiano, non è vero che dobbiamo fare appello al cuore e all'identità e alla nostalgia e alla tenacia degli abitanti che non devono andar via o devono tornare.
Ad Englishcombe non ci sono eroi ma solo posh people che hanno sborsato un bel po' di quattrini per vivere in quel modo. Forse possiamo trovare una chiave di lettura nei dati sui conflitti urbani come quelli elaborati dal gruppo di ricerca LSE cities. Un caso su tutti è la città cinese di Guangzhou la cui area urbana è cresciuta del 3.284% in 15 anni passando da 2,4 a 24,6 milioni di abitanti. Sempre secondo lo studio di LES cities, se nel 2030 la popolazione mondiale vivesse in luoghi dalla densità di Hong Kong, basterebbe occupare metà della penisola italiana per ospitarla tutta, spopolando per intero il resto del pianeta.
La luce in fondo al tunnel che mi è sembrato di scorgere ad Englishcombe, racconta di un mondo dove non è vero che l'unico modello di vita vincente è quello delle grandi città, non è vero che i paesi moriranno.