Pubblichiamo la seconda parte di uno scritto di Pietrino Soddu (se ti sei perso la prima parte).
6. Delle cause più antiche della decrescita demografica (guerre, pestilenze, carestie, trasferimento dalla montagna alla pianura e alle città) oggi è rimasta – forse anche in misura maggiore di sempre – solo quest'ultima, ma, come già detto, non da sola bensì in compagnia di cause nuove, numerose e complesse.
Tra i politici, gli amministratori e nella più vasta opinione pubblica si è però andata consolidando l'idea che sia possibile risolvere i problemi strutturali con qualche nuova infrastruttura, un migliore utilizzo delle risorse locali e un turismo più articolato e diffuso di quello attuale. Da qualche tempo invece i fatti stanno dimostrando il contrario. Comincia a essere più chiaro che per mantenere l'attuale livello di popolazione delle varie zone e conservare la proporzione (come minimo l'attuale) tra le zone interne e le aree urbane maggiori è necessario introdurre nelle prime e rafforzare nelle seconde, nuovi elementi capaci di creare occupazione stabile e qualificata. Non basta aggiungere un po' di turismo allo sfruttamento tradizionale delle sole risorse locali per rispondere alla domanda delle nuove generazioni, che hanno in mente – come abbiamo già detto – traguardi di vita e di lavoro possibili solo in un sistema largamente modificato in senso più avanzato, più aperto, più articolato e più moderno.
La questione dello spopolamento delle aree interne non è solo sarda ma è presente ovunque in Europa. Questo ha portato l'Unione europea ad adottare un "accordo di partenariato" con tutti i paesi a sostegno delle zone interne in via di spopolamento: l'accordo vigente abbraccia il periodo 2014-2020: quindi è operativo da tre anni e ha l'ambizione di tracciare un piano strategico comune. L'Italia ha risposto con un'azione governativa denominata in un primo periodo «strategia per lo sviluppo delle aree interne» e in un secondo «strategia nazionale per le aree interne», che è diversa dalla prima perché c'è la parola " nazionale" al posto della parola "sviluppo".
L'obiettivo dichiarato nell'accordo di programma con l'Italia, approvato dal Cipe nel dicembre 2014 e dall'UE nel dicembre 2015 è promuovere la crescita intelligente, sostenibile, inclusiva di tutte le aree interne.
A prima vista sembrerebbe una cosa molto importante, anche perché può utilizzare risorse di altri programmi come quello sociale e quello agricolo. Ma le risorse finora impiegate in Italia e in Sardegna sono molto scarse, nonostante le ripetute dichiarazioni fatte sul tema dai responsabili regionali.
L'Italia ha titolato l'intervento SNAI (Strategia nazionale aree interne), ma lo ha finanziato con soli 30 milioni, troppo pochi per un piano strategico. Dell'elaborazione e della gestione si occupano il Ministero della Coesione, l'agenzia "Coesione", le Regioni, i Comuni e i ministeri dell'Istruzione, della Salute, dei Trasporti e dell'Agricoltura. Uno schieramento imponente, molto al di sopra dell'impegno finanziario piuttosto modesto, almeno per la Sardegna, dove sono stati individuati per ora solo tre comprensori: Alta Marmilla, Gennargentu e Mandrolisai. Troppo pochi se si seguono i criteri adottati in sede europea e statuale che dividono le diverse aree in "molto interne" o "intermedie", a seconda della distanza dalle sedi dei servizi più essenziali. Sulla base di questi parametri in Sardegna le "molto interne" comprendono 30 comuni per complessivi 25.000 abitanti, le "intermedie" 300 comuni per complessivi 800.000 abitanti: la metà degli abitanti e i 4/5 dei comuni fanno parte delle aree interne. E questo basta per dimostrare l'inadeguatezza delle risorse. Se si aggiungesse poi il criterio dell'insularità agli altri criteri tutta la Sardegna dovrebbe essere considerata come un'unica "area interna" dell'UE e apparirebbe quasi offensivo parlare di strategia per azioni così modeste.
Forse è per questo che la Regione ha sottoscritto diversi Patti e Contratti di sviluppo territoriale sulla base di criteri che non corrispondono a quelli concordati con l'Unione europea. Ma non l'hanno mai spiegato e ciò rende difficile capire il perché di certe scelte, che appaiono in contrasto con le esigenze di equilibrio e di equità.
7. Da questa sommaria esposizione emerge, mi pare, non solo l'insufficienza delle misure adottate per contrastare il fenomeno del declino e dello spopolamento di larghe zone della Sardegna, ma anche l'esigenza di andare oltre gli schemi attuali e adottare, non a parole ma con i fatti, una nuova strategia generale per tutta l'isola.
L'ho già detto, ma ritengo utile ribadirlo: le cause del declino sono molte, ma la causa più rilevante è l'insuccesso del tentativo di estendere l'industrializzazione a tutti i territori dell'isola. la scelta del Piano di rinascita comprendeva Tempio, Ozieri, Macomer, Siniscola, Nuoro, San Gavino, Villacidro, Iglesias, Isili e tanti altri capoluoghi di zona un tempo fiorenti oltre a Cagliari, Portovesme, Oristano, Portotorres e Arbatax.
Le cause di questo insuccesso non erano prevedibili in tutta la loro complessità. Qualcuno sostiene invece che era largamente scontato perché la Sardegna è geneticamente ostile all'industria. Ma si tratta di un'affermazione azzardata. Se si guarda all'esperienza, infatti, sarà chiaro che la Sardegna non è diventata una regione industrializzata non per ragioni genetiche proprie della sua popolazione ma per l'assenza di infrastrutture, servizi e cultura industriale, cioè per l'assenza di tutto ciò che rientra nelle cosiddette "economie esterne" di cui si sono dotate altre regioni sin dall'inizio della Rivoluzione industriale, facendo intervenire per colmare il deficit l'amministrazione pubblica. Così è stato non solo in Italia ma in tutta Europa e negli stessi Stati Uniti.
Per l'Italia del ʼ900, oltre alle infrastrutture moderne funzionali allo sviluppo industriale occorre ricordare la creazione di strumenti innovativi ed essenziali come l'Iri, la Cassa per il Mezzogiorno, le Partecipazioni statali, l'Eni, e in Sardegna soprattutto gli interventi del Piano di rinascita, compresi quelli degli enti strumentali minori operanti in singoli settori. Da qualche tempo avviene esattamente il contrario. Si è persa la visione strategica e la classe dirigente isolana ha rinunciato di fatto a realizzare gli obiettivi più importanti, che non riguardavano uno o un altro settore, uno o un altro territorio, ma la condizione generale della società sarda, la formazione di un patrimonio di cultura imprenditoriale all'altezza del nuovo tempo, lo sviluppo di una rete istituzionale e amministrativa moderna, responsabile e tecnicamente in linea con i nuovi bisogni.
Questa rinuncia ha impedito il consolidamento del "senso comune" nato con il Piano di rinascita e indirizzato al conseguimento di obiettivi di sviluppo in linea con i principi generali già richiamati e con gli obiettivi di una nuova democrazia, un nuovo autogoverno e un nuovo sviluppo. Ciò ha provocato una forte penalizzazione di tutti i territori, ma soprattutto delle zone interne. È questo ripiegamento che ha favorito il declino e ha contribuito alla nascita e alla diffusione di un sistema politico e sociale dominato da una moderna "vassalleria" che ha provocato la crisi del blocco sociale autonomista, democratico e popolare che aveva reso possibile il grande balzo degli anni '60 e '70. È questo stesso ripiegamento che ha indebolito il ruolo delle istituzioni, lasciando che il compito di decidere passasse in molti campi dall'autorità democratica espressione della politica nelle mani di poteri esterni, favorendo così anche la formazione di un senso comune anti-politico che ha condizionato il sistema e consentito l'uso degli investimenti pubblici non per risolvere i problemi della Sardegna ma per sostenere gli interessi privati più forti del momento.
8. Nel dibattito ha prevalso finora la preoccupazione per la scomparsa, nel giro di qualche decennio, di una trentina di paesi già oggi sotto i cinquecento abitanti – che è il lato più appariscente del fenomeno, ma non il più importante per dimensioni, per qualità e per gli effetti negativi che provoca.
La decrescita della popolazione colpisce infatti, come già detto, tutti i comuni, anche quelli che soltanto qualche decennio fa costituivano una rete di centri intermedi dotati di proprie strutture produttive e amministrative, scolastiche, sanitarie, giudiziarie o di supporto allo sviluppo (filiali di banche, centri di assistenza tecnica, sedi periferiche degli ispettorati agrari, uffici finanziari e altre strutture pubbliche di dimensione mandamentale) con funzioni e servizi diversi che garantivano un certo equilibrio e concorrevano a mantenere una certa qualità della vita nelle zone più periferiche.
La vitalità di questa rete dei comuni di medie dimensioni contribuiva anche a conservare l'unità di zone omogenee storicamente consolidate. Il loro indebolimento appare uno degli elementi di cui meno si parla, ma che è tra i più importanti della crisi. È tempo di riconoscere che è stato un errore sottovalutare l'importanza della localizzazione decentrata di certi servizi per la coesione territoriale e la solidarietà sociale, considerandola meno importante di una riduzione dei costi e una, peraltro solo presunta, maggiore efficienza di scala. Ma anche tra le città che hanno conservato la presenza dei servizi, quelle in stato di salute e in crescita sono molto poche. E si preoccupano solo di sé stesse, non si curano del mantenimento di un migliore equilibrio tra le varie parti dell'isola, non pensano che il declino possa coinvolgere anche loro. La città metropolitana, in particolare, sembra incurante della sorte delle aree interne della regione e non assume alcuna iniziativa per promuovere un sistema più equilibrato. È difficile capire questo atteggiamento, e dovrebbe essere evidente che un'iniziativa per favorire un miglior equilibrio generale non sarebbe contro il ruolo guida di Cagliari, ma anzi a suo favore perché susciterebbe la nascita dei nuovi servizi necessari per rispondere a una domanda più alta che solo una città aperta ai bisogni oltre che agli apporti di tutti i territori può offrire.
Per interrompere il declino è necessario dunque che tutti guardino oltre il proprio cortile e s'impegnino a promuovere uno sviluppo che si muova non secondo un modello che pretende di distribuire ovunque gli stessi beni e servizi ma secondo un modello più efficiente che non cancelli l'equità, la sostenibilità e l'equilibrio territoriale.
Parlando più concretamente, Cagliari è e resta il capoluogo della Sardegna: ma non è compreso nei principi del diritto universale che tutte le funzioni di governo e di amministrazione debbano essere collocate nel capoluogo, soprattutto quando questo non ne ha bisogno perché è già favorito dalle condizioni del mercato e il suo stesso essere collocato in uno dei margini estremi dell'isola non risponde alle esigenze di funzionalità. Non deve più essere inevitabile, come ha spiegato a suo tempo il grande storico Fernand Braudel, che la gente della montagna spinta dalla necessità conquisti la pianura e le città per diventare la classe dirigente. Anche in Sardegna molta parte della classe dirigente cittadina (industriale, professionale, commerciale, amministrativa e politica) proveniva fino a ieri dalla montagna, ma senza che i luoghi di partenza ne risentissero eccessivamente. Oggi, invece, l'esodo delle forze più vitali dall'interno verso le città impoverisce molto più di prima le zone interne, le dissangua e le condanna al declino – e in qualche caso le avvia all'estinzione. Ciò nonostante questo problema non è ancora diventato centrale nel dibattito pubblico, non incide sulle scelte generali, anzi paradossalmente sembra rafforzare in molti strati dell'opinione pubblica l'idea che per bloccare l'esodo basti un ritorno a "su connottu" e che la riscoperta del più antico passato possa colmare i vuoti e dare sicurezza e fiducia in sé stessi, dal momento che le vere cause del declino deriverebbero dalle dure condizioni imposte dai vincitori di turno e non dall'inadeguatezza della classe dirigente del presente, a cominciare dagli intellettuali, da tempo (oggi più di ieri) assenti dalla scena pubblica, salvo che nelle forme riservate alla stretta area professionale di ciascuno.
Purtroppo l'assenza dell'apporto degli intellettuali alla vita politica non è un fenomeno solo sardo. Esso da qualche tempo è comune a tutto il mondo occidentale, che anche per questo non riesce ad uscire dalla crisi della prima modernità, rispettando i vecchi valori della democrazia parlamentare, superando il vuoto creato dalla fine delle ideologie e dai cambiamenti che hanno portato alla globalizzazione e alla crisi sempre più vasta e profonda delle vecchie sovranità nazionali, che anche per questa assenza riemergono in forme esasperate in tutta Europa e in Italia. I nuovi nazionalismi si muovono alla ricerca di soluzioni sempre più "populiste" ma, non avendo la sovranità necessaria per controllare le nuove forze economiche e imporre la priorità del bene comune, non risolvono la crisi profonda della politica, anzi la aggravano: così essa diventa sempre più povera di scopi propri, sempre più dipendente dai sondaggi e dall'orientamento dell'opinione pubblica: la quale, a sua volta, segue i suggerimenti dei media che dipendono dai poteri dominanti e rispondono soprattutto alle grandi concentrazioni finanziarie globali, molto reali anche se appaiono spesso fantasmatiche (e anonime) per non rispondere a nessuno e per non essere costrette a preoccuparsi del bene comune, ma solo dei loro interessi.
9. A spiegare il declino della Sardegna c'è anche un'altra ragione che non compare quasi mai. Mi riferisco al fatto che esso non è iniziato solo dopo gli errori della classe dirigente regionale che non ha difeso i risultati raggiunti né indicato gli obiettivi da raggiungere, ma anche dall'atteggiamento di una larga parte della classe dirigente regionale, compresa delle aree interne, che alla riflessione e alla lotta ha spesso preferito il giudizio sommario, la condanna e le rivendicazioni senza progetto e senza assunzione di responsabilità.
L'esperienza degli ultimi anni andrebbe dunque rivisitata, discussa e giudicata senza schemi pregiudiziali per coglierne invece ciò che ha avuto di positivo ed è ancora vivo e operante e ciò che non ha portato i risultati sperati perché sbagliato o in ritardo rispetto alle nuove tendenze.
Non è giusto (oltre che semplicistico e deviante), addossare tutte le colpe di quanto sta succedendo solo alla scelta dell'industria o agli strumenti che sono stati adottati in passato sulla base delle tendenze economiche prevalenti nel mercato italiano e in quello mondiale, oppure alla scarsità delle risorse messe a disposizione dallo Stato e ai comportamenti delle imprese. A queste cause occorre aggiungere il comportamento del corpo sociale, le assenze e le debolezze scientifiche e culturali degli intellettuali sardi, la sottovalutazione – da parte loro oltre che dalla politica – dei nuovi processi in corso nella tecnica, nei consumi, nella vita associata e soprattutto nell'analisi degli insuccessi di alcuni elementi del processo di modernizzazione.
Sarebbe tempo di riconoscere che se l'industrializzazione delle zone interne è stato un insuccesso ciò è accaduto non perché, come hanno sempre detto gli oppositori di queste scelte, fosse in partenza destinata alla costruzione e poi al crollo di alcune "cattedrali nel deserto" ma come era in realtà: un programma teso a realizzare un nuovo equilibrio territoriale il cui insuccesso non era scontato e non è dipeso solo dall'emergere di condizioni negative di mercato (non prevedibili), ma soprattutto dall'atteggiamento della classe dirigente regionale nel suo insieme che non ha difeso con convinzione quel progetto e non ne ha elaborato un altro più valido e condiviso, non ha adottato un diverso "piano" per l'intera Sardegna. Dopo i tentativi di rilancio, purtroppo senza successo, dei primi anni '80 e anche dei primi anni '90, ci si è limitati alla critica e affidati al mercato, abbandonando non solo l'obiettivo di uno sviluppo industriale articolato e diffuso in tutta l'isola, ma tutto ciò che da esso doveva derivare in termini di sviluppo economico e crescita civile.
Continuare a discutere come se il tempo trascorso non avesse insegnato nulla lascia irrisolti tutti i vecchi nodi e rende più difficile individuare quelli nuovi, che diventeranno sempre più duri e complessi e non si scioglieranno affidandosi passivamente al mercato: così lasceremo che siano il destino, la sorte o la fortuna a decidere il nostro futuro, mentre invece tocca a noi a farlo.
Ma per farlo occorre mettere in campo un nuovo piano di sviluppo per l'intera isola: un piano che abbia come obiettivo la realizzazione di un nuovo e più giusto equilibrio economico e sociale che unisca la Sardegna e non costringa le sue varie parti a combattere l'una contro l'altra, come sta succedendo da qualche tempo. La politica deve ritrovare un'anima, un cuore e una mente, fare in modo che tutti abbiano una visione unitaria, considerino la Sardegna un unicum, si impegnino a creare un sistema capace di garantire un equilibrio stabile e il più possibile paritario, accettabile da tutte le sue componenti.
Il piano deve comprendere le istituzioni, l'ambiente, l'agricoltura, il turismo, l'uso del patrimonio archeologico, l'industria, la sanità, i trasporti, l'istruzione, la cultura, visti non separatamente e ognuno a sé stante ma tutti insieme.
Esso deve non solo rendere possibile a tutti valutare, esaminare, confrontare, elaborare e approvare le azioni politiche più idonee a migliorare gli equilibri, la coesione e lo sviluppo di ogni singola area, ma deve anche promuovere la collaborazione e la solidarietà di tutte le componenti istituzionali e sociali.
L'obiettivo primario della politica deve essere mantenere l'unità solidale della Sardegna e dei sardi. Se non si parte da queste posizioni la crisi delle aree interne coinvolgerà l'intera isola e i problemi diventeranno conflitti, i conflitti rotture e le rotture porteranno alla fine dell'unità sociale, culturale, economica e persino politica dei sardi. La crisi diventerà irreversibile e verranno sempre più avanti le contese, le contrapposizioni, le guerre per dividersi le risorse scarse e insufficienti di cui disponiamo oggi e di cui meno disporremo in futuro.
Il tempo è maturo per un cambio di passo. La realtà è difficile, ma anche ricca di possibilità inesplorate in tutti i campi: anche in quello delle attività tradizionali legate alle risorse e ai saperi locali, che però non devono essere tenute in disparte o fossilizzate ma anzi devono essere coinvolte nella costruzione della seconda modernità post-industriale, unendo la tecnologia più avanzata, le conoscenze dei nativi digitali ai saperi de "su connottu", che non sono tra loro inconciliabili.
Molte delle azioni suggerite, richieste e messe in campo – richiamate anche dagli intervenuti al convegno promosso dagli ex parlamentari a Ollolai (case a 1 €, turismo interno, residenze per pensionati, far diventare i piccoli comuni una rete), tutti argomenti presenti da qualche tempo nel dibattito pubblico – sono valide e vanno sostenute.
Ma senza farsi, con questo, troppe illusioni: è infatti fin troppo chiaro che si tratta di azioni insufficienti, che non cambiano la visione di fondo, non contribuiscono alla nascita di un nuovo "senso comune", non creano una nuova egemonia culturale, un nuovo blocco sociale fondato sui principi generali che hanno dominato la politica prima della crisi dei partiti autonomisti e che sono ancora validi anche se quasi ignorati da tutti, anche da chi dovrebbe sostenerli.
I partiti sono scomparsi e quasi nessuno si preoccupa dei valori sulla base dei quali elaborare e attuare un nuovo progetto per tutta la Sardegna, le cui esigenze sono diventate più complesse e più articolate e avrebbero bisogno di una nuova sintesi per non lasciare l'Isola in balìa dei più forti e dei più spregiudicati. Se questo non avviene, non solo continuerà il declino delle zone interne ma crescerà la sfiducia nella democrazia, nell'autonomia, nella politica e con esse tramonterà ogni possibilità di emancipazione, di inclusione, di crescita e di pari dignità per tutti i sardi. La post-democrazia e l'anti-politica vinceranno.
10. È questo che sta avvenendo da quando la Sardegna non possiede una visione generale condivisa.
I sardi seguono il vento. E il vento porta l'isola alla deriva dentro le correnti del mercato, che non ci sono favorevoli e che già hanno penalizzato la Sardegna in tutti i settori, anche in quello apparentemente più in linea con le preferenze dei consumatori, voglio dire l'osannato turismo. A guardare bene, infatti, anche il turismo – che tanti considerano la nostra più grande risorsa, in linea con la domanda del mercato – non ha promosso la crescita che ci si attendeva degli altri settori, non ha funzionato da motore trainante per l'intero sistema produttivo, non ha prodotto gli effetti espansivi che speravamo: non ha provocato la ricaduta tanto attesa sul settore agricolo, su quello artigiano e neppure su quello dei servizi. Una ricaduta per la verità c'è stata, ma molto inferiore alle attese, anche rispetto all'occupazione e al reddito, alla formazione di un consistente capitale locale e alla crescita delle imprese sarde.
Ma i maggiori beneficiari dello sviluppo del settore turistico non sono state le imprese sarde e gli investitori sardi ma soggetti esterni all'isola che dominano il settore dei trasporti, della distribuzione, dell'accoglienza e dei servizi più importanti.
Soprattutto nelle aree interne, contrariamente alle attese di molti, il turismo ha portato scarsi benefici, anzi ha forse contribuito al loro declino privandole delle forze più giovani e dinamiche, sempre più attratte dalle occasioni di lavoro e di carriera più favorevoli presenti nelle aree costiere. Nessuno può dire che non si è fatto niente. Ma i programmi per consolidare la continuità territoriale, i patti per lo sviluppo locale e per la costruzione delle nuove infrastrutture, per migliorare il sistema energetico e ridurre i costi, per sostenere le imprese tradizionali e quelle innovative, per migliorare l'istruzione, per valorizzare il patrimonio ambientale e quello culturale sono importanti e certamente utili, ma non bastano a invertire la tendenza al declino.
Anche il tentativo – se dovesse andare a buon fine – d'inserire nella Costituzione della Repubblica il riconoscimento dell'insularità e le relative compensazioni può avere qualche risultato, ma non sarà decisivo.
Per avere un'idea basta pensare alla condizione dei territori montani, ai quali la Carta costituzionale riconosce sin dall'origine il diritto a specifici interventi di varia natura, messi in atto anche in Sardegna ma, tutti sappiamo, senza grandi risultati. Inserire nella Costituzione l'insularità come fondamento di interventi speciali può servire a migliorare le condizioni infrastrutturali e ottenere qualche piccolo vantaggio fiscale, come è accaduto per i territori montani, ma non sarà certo con questi interventi che si elimineranno le cause dello spopolamento e del declino dell'Isola.
L'esperienza storica, quella recente e quella meno recente, dimostra che non basta la presenza dei princìpi nella Costituzione per superare diseguaglianze e ingiusti squilibri, come non bastano le politiche settoriali o di dimensione locale per promuovere sviluppo se manca una lungimirante strategia politica regionale unitaria capace di mobilitare tutte le energie necessarie.
Se si continua a seguire la strada percorsa negli ultimi anni forse un equilibrio si realizzerà ugualmente. Ma ci vorrà molto tempo – ammesso che sia possibile –per ottenere un più giusto equilibrio territoriale trasformando le sagre animate e affollate di uno o due giorni in vere stagioni turistiche e sarà molto difficile far diventare un giorno precario di svago e di festa in un fattore attrattivo e dinamico in grado di bloccare la desertificazione e l'abbandono.
Non basta neppure costruire nuove infrastrutture né rafforzare gli interventi per migliorare la continuità aerea e marittima con l'esterno, assolutamente necessarie e importanti per molti aspetti ma molto meno per la stabilità delle popolazioni dell'interno e per lo sviluppo di quei territori. Fino ad ora, la continuità ha incrementato l'esodo e lo stesso miglioramento delle strutture stradali ha finora agevolato più il trasferimento degli abitanti dai paesi alle città che non dalle città ai centri più piccoli. Sia la continuità esterna che le nuove strade hanno provocato risultati opposti a quelli sperati forse perché senza altri interventi hanno solo reso psicologicamente meno difficile a chi emigra il distacco dal luogo d'origine e dalla famiglia, e perché consentono a chi si sposta di ritornare a casa con frequenza e a basso costo, senza interrompere le relazioni familiari e sociali già consolidate.
Altrettanto si dica per i consumi: la facilità del trasporto ha funzionato a favore delle merci in arrivo piuttosto che di quelle in uscita, spesso anzi ha provocato un aumento delle importazioni senza incidere sul volume delle produzioni e sulle esportazioni di prodotti locali.
Lo stesso discorso vale almeno in parte perfino per le grandi infrastrutture: vale per le dighe, le centrali eoliche e solari e per tutto ciò che si localizza nelle aree interne ma produce effetti positivi soprattutto per le città, senza grandi ricadute nelle zone che le ospitano.