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Non basta essere un cittadino per essere un buon parlamentare

Auguriamoci che il 4 marzo vincano quei candidati che hanno le qualità per essere dei buoni parlamentari. Ne abbiamo bisogno. In un saggio di qualche anno fa Gianfranco Pasquino – uno dei più autorevoli studiosi italiani di scienza politica – scriveva che un buon parlamentare «potrà affettivamente "rappresentare" facendosi tramite tra il Parlamento e il suo elettorato, garantendo una presenza assidua nel suo collegio e comunicazioni frequenti non a senso unico con gli elettori, con la società, con l'opinione pubblica».

Aggiungeva poi che «un buon parlamentare è colui/colei che padroneggia le tecniche, che sa leggere un bilancio, sa scrivere un emendamento, sa presentare un'interpellanza, sa decidere come e quando richiedere una votazione. Il buon parlamentare acquisisce prestigio e influenza grazie alla sua competenza, riconosciutagli/le anche dai colleghi dell'opposizione».

Oggi, forse ancora più che in passato, il compito del parlamentare è molto difficile. Non tutti i candidati ne sembrano consapevoli, ma soprattutto una parte significativa degli elettori ignora o trascura, nella scelta di chi votare, l'importanza della competenza e dell'esperienza politica. Si tratta di un fenomeno generale, che non riguarda solo il nostro Paese, ma più o meno tutte le democrazie occidentali, che dimostrano una certa intolleranza nei confronti del "politico di professione". È paradossale – o forse completa ignoranza della storia – che si citino Enrico Berlinguer o Aldo Moro come modelli e, al contempo, si disprezzi il politico di lungo corso: è questa figura, così ingenerosamente vituperata, che ha garantito alla prima Repubblica un serbatoio di esperienza e di qualità. I "vecchi" partiti non erano soltanto macchine di potere, erano anche strutture che sottoponevano i dirigenti a "tirocini" nelle cariche minori prima di presentarli agli elettori per un seggio in Parlamento. Il partito era un filtro che selezionava il futuro legislatore anche in base al merito di cui tanto, negli ultimi tempi, ci riempiamo la bocca.

Un ex deputato sardo, Elias Vacca, ha scritto un post che mi permetto di riprendere qui: «non è vero, levatevelo dalla testa che chiunque può fare bene il deputato o il senatore. Ci vogliono cultura, resistenza alla fatica, autorevolezza, carattere, duttilità e capacità di mediazione, conoscenze specifiche, voglia di studiare, aggiornamento, capacità di ascolto, sobrietà e predisposizione alle rinunce, ambizione, senso della comunità, amore per la democrazia, per la Costituzione, per le istituzioni e per questo sgangherato Paese. E bisogna credere nel primato della politica, sapere di essere dei privilegiati e cercare di meritarlo. Non è cosa per tutti. Si può essere ottimi professionisti, genitori, lavoratori manuali, attori, sportivi, scrittori, filosofi, militari, sindaci e magistrati e non essere adatti a fare i parlamentari».

Trovare una foto, uno slogan o una frase generica di un candidato è piuttosto facile – Facebook aiuta –, ma se l'elettore cerca la complessità, vuole approfondire, capire davvero quali sono le idee e le novità programmatiche in campo, e quindi confrontarle per farsi un'opinione, incontra troppe difficoltà. Molti candidati non hanno un sito internet (eppure ci sono modi gratuiti per costruirlo); né tutte le liste presentano un programma che vada oltre lo spot pubblicitario. La maggioranza degli aspiranti, fatte salve alcune eccezioni, non si caratterizza per la preparazione, per la capacità di analizzare i problemi, per proporre soluzioni innovative. Quella parte dell'elettorato che nutre una profonda avversione nei confronti del semplicismo dovrebbe indignarsi, dovrebbe farsi sentire, invece di chiudersi in sé stessa, lamentandosi senza agire. Le "classi" colte di questa società, anzi forse soprattutto loro, hanno una grande responsabilità, a cui troppo spesso sfuggono. Se davvero tengono alla qualità dei legislatori è necessario che si riprendano un ruolo attivo.

* Università di Sassari

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