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Quale cooperazione di comunità in Sardegna (per non dover piangere sul latte versato)?

La recente protesta dei pastori in Sardegna vede il suo incipit in giuste motivazioni: gli industriali caseari pagano il latte ai pastori solo 60,00/lt per trasformarlo in formaggio da esportazione, il cd. pecorino romano.

La protesta, sfociata in manifestazioni distruttive (ripetuti sversamenti di latte ovino sulle strade e nei luoghi simbolo del potere; assalti ai camion-cisterna delle aziende casearie) esprime una rabbia ed un'esasperazione che potrebbero essere indirizzate verso nuove forme di lealtà nei confronti del bene comune. Considerato che il sussidio non può risolvere la crisi del latte, si ipotizza che l'impresa sociale di comunità e/o la cooperativa di comunità possano, almeno in parte, offrire vie d'uscita alternative a Stato e Mercato. Perché nel settore ovino non si è riusciti a costruire una rete simile a quella che gli allevatori del settore bovino, in periodo di crisi, hanno costruito fin dagli anni 50 ad Arborea (provincia di Oristano) con la Cooperativa 3A?

Dall'analisi di questo caso emerge che è possibile mettere insieme le risorse primarie o staple, in questo caso il latte vaccino, per trasformarle e commercializzarle. Inserita in un sistema territoriale e promotrice di iniziative di responsabilità sociale di impresa, welfare aziendale e partecipazione al sistema finanziario, questa cooperativa è leva di una economia che esprime successo aziendale: diversificando i prodotti è riuscita a varcare i confini nazionali, assorbendo altri marchi (Fattorie Girau, Trentinalatte e San Ginese) fino a contare 224 associati e un fatturato di 182 milioni di euro nel 2018.

L'analisi sociologica delle crisi di ieri e di oggi mira a far luce sulle fragilità/capacità in ambito rurale. A partire dalle opportune comparazioni tra settori del latte bovino/ovino, ci si domanda come l'imprenditorialità sociale possa aiutare a ricostruire il senso del bene comune nel mondo pastorale. A quali condizioni la fiducia può fungere da catalizzatore dello sviluppo economico nelle aree rurali della Sardegna? Queste ultime sono definite "zone interne" o "marginali", ma qualcosa sta cambiando: la Sardegna guida infatti la classifica delle regioni italiane con oltre il 40% di nuove aziende agricole under 35 (dati Coldiretti). Sorge allora una domanda: ai diversificati bisogni delle giovani generazioni si possono offrire sempre le stesse risposte standardizzate del welfare?

Il concetto di vulnerabilità ha molte facce, necessita pertanto di analisi approfondite e pratiche di ascolto attento: nelle campagne e nei piccoli centri non si vive tanto un impoverimento economico, quanto una mancanza di reti per attivare sinergie, come la protesta del latte in Sardegna dimostra.

Quali alleanze interne alla comunità possono dare vita a un welfare rurale rigenerativo, che preceda (e non segua) lo sviluppo dell'economia e che sviluppi la propensione delle nuove generazioni a "restare in paese"? Quali fattori di promozione possono favorire lo sviluppo delle qualità manageriali dei giovani pastori nelle aree a rischio di spopolamento? Quali sono le variabili sociodemografiche in gioco, le forme di exit/voice e i principali punti di forza e debolezza delle politiche pubbliche?

Lo studio di caso vuole evidenziare le prospettive di azione imprenditoriale secondo il modello dell'impresa sociale di comunità e della cooperativa di comunità (LR Sardegna 2/8/2018 n.35), con l'obiettivo di rendere conto della complessità e delle criticità principali che ne ostacolano la fondazione.

Il principale risultato atteso riguarda la possibilità di evidenziare, attraverso la produzione di beni relazionali, un modello di business che non si basi sull'estrazione ma sulla creazione di valore: grazie a questa lente interpretativa sarà possibile capire come si evolve la solidarietà interna al mondo pastorale, oltre i limiti "meccanici" del suo modello tradizionale.

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