Sabato, 05 02nd

Last updateMar, 10 Feb 2026 2pm

Blog

L’industria nella Sardegna Centrale tra passato e futuro

Il momento economico e sociale che sta attraversando Ottana e i paesi che la circondano, impongono una seria riflessione su come occorra programmare il rilancio dell'intera area industriale. Ritengo di importanza strategica individuare tutte le aree di intervento che andrebbero analizzate, con le quali dobbiamo riqualificare il nostro tessuto imprenditoriale. Si tratta evidentemente di aprire una riflessione "storica" anche e soprattutto alla luce di quello che rimane delle realtà produttive nate all'interno dell'area industriale di Ottana.

Il complesso comparto dell'area industriale vive una fase decisiva della crisi in diversi settori: quello chimico è oramai destinato al declino, quello tessile è in attesa di offerte di acquisto all'asta e appare sempre più improbabile un serio rilancio, mentre le iniziative del contratto d'area si sono rivelate un fallimento. A tutte queste vanno aggiunte le conseguenti difficoltà delle imprese di servizi e dell'indotto. Questa grave situazione, per alcuni casi irreversibile, deve imporre a tutti noi la consapevolezza che dobbiamo assumerci il ruolo di proporre un progetto che altri, dopo aver fallito, hanno abbandonato.

La verità è che oggi viviamo una fase storica particolarmente difficile; fatta di poche certezze, di sacrifici e di disorientamento generale: se oggi avessi un milione di euro, saprei sicuramente come spenderli, ma difficilmente come investirli in questo territorio coniugando lavoro e rendita. Molto si è detto sulle scelte del passato; io non so, trovandomi a decidere quaranta anni fa, come mi sarei schierato: sì o no all'industria? Probabilmente avrei puntato sullo sviluppo agrario della zona dell'ETFAS, anche per via di quell'antipatica equazione che l'opinione pubblica faceva passare: industria =sviluppo=conquiste sociali per tutti; per contro, la pastorizia=sacrificio=arretratezza sociale=banditismo.... Il modello del nord Italia tutto nuovo, contro il nostro storico modello da rivitalizzare. Parlando con chi ha vissuto direttamente quella fase, è evidente ancora oggi l'entusiasmo, il continuo riferimento vincente al nord industrializzato, i diritti garantiti collettivamente col sindacato e il riscatto sociale dei più poveri. Del resto si aveva ancora negli occhi la vita dei sacrifici dei pastori e degli agricoltori, ancora in stato di arretratezza tecnologico. Io guardo con molto rispetto chi ha dovuto decidere allora.

Facile oggi, con quello che è sotto gli occhi di tutti, parlare di scelte sbagliate, il fallimento del primo insediamento dell'industria statale, il fallimento dei vari rilanci fino a quello della Legler e ancora, l'ultimo fallito tentativo del Contratto d'area: danari pubblici persi, occupazione disattesa, inquinamento ambientale, un esercito di cassaintegrati o lavoratori in mobilità e un grave danno d'immagine per un paese continuamente abbinato a crisi, sperperi e indagini giudiziarie.

Ma sarebbe un altro errore avvitarci in una sterile analisi su ciò che è stato, mischiando le scelte di allora alle ragioni di ora; si è chiuso un ciclo, guardiamo avanti senza ignorare ciò che resta e che potrebbe essere razionalizzato e sfruttato: dobbiamo domandarci come sfruttare quelle utilities, come produrre rispettando l'ambiente e come riuscire a rilanciare ciò che è stato abbandonato: la pastorizia e l'agroalimentare. La strada del "vecchio tipo di sviluppo industriale", il suo gigantismo così slegato dal territorio, a così alto e costoso impatto ambientale, non durerà a lungo ovunque.

Bisogna affrontare la realtà e capire cosa offre oggi quel sito, progettato senza risparmio di terre e di materiali studiando come si può aggiornare alle esigenze attuali: le tecnologie di allora non sono più valide oggi, la velocità di comunicazione e di produzione determinano il successo di un'azienda. Dobbiamo pretendere la bonifica del sito per ottenere il "bollino verde" dell'area e poter avviare iniziative nell'agroindustria. L'industria nella Sardegna centrale è stata "significativa presenza dello Stato", che ha scelto di avere questo ruolo, ora non può andare via abbandonando ciò che ha sfruttato e lasciando i terreni inquinati.

Dobbiamo partire da quello che abbiamo: risorse umane; arrivare a considerare tutto il sito industriale di Ottana in "formazione professionale continua" con tutti benefici che ne conseguiranno: questo potrà sicuramente dare una svolta determinante al raggiungimento dell'obbiettivo sempre più attuali sul lavoro di qualità e sull'autoimpiego.

Gli economisti ci dicono che chi si propone di avere un tessuto economico completo non rinuncia al settore industriale, io ritengo che sicuramente lo dovrà saper gestire con competenza e programmazione continua, non come è avvenuto qui.

Il vero problema per questo territorio non sta solo nella giusta o sbagliata scelta industriale, è che la classe dirigente, dopo la prima fase industriale si è arresa, siamo diventati pigri e appagati, abbiamo scelto di programmare in altri settori, abbiamo subito le "non scelte", affidandoci alle ricette di altri e mettendoci in fuori –gioco.

Ora, noi siamo qui per riaprire un nuovo ciclo, anche la giornata di oggi testimonia che ci sono nuove idee, perché crediamo nello sviluppo delle tecnologie, nelle energie rinnovabili, nel rispetto ambientale, nell'agroalimentare e nella pastorizia; questa deve essere la nuova vocazione e la speranza del territorio: negli ultimi millenni la storia, nel bene e nel male, ha consegnato a Ottana un ruolo di riferimento per tutto il Centro Sardegna, il risultato è dipeso dall'uomo, dalle sue capacità, dal suo entusiasmo e dai suoi valori etici e morali; la sfida per tutti noi sarà proprio questa.

Sei qui: Home Blog L’industria nella Sardegna Centrale tra passato e futuro
BLOG COMMENTS POWERED BY DISQUS