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Nuraxi Figus: nelle viscere della Sardegna l'impotenza della politica e la responsabilità del cambiamento
- 07 Settembre 2012
- Michele Piras
"La miniera è la metafora della condizione di un'Isola. Ricatto, disperazione e alternativa bruciata da anni nei quali l'intreccio perverso fra denaro pubblico e privato ha consentito speculazione, profitto, carriere politiche affamando un territorio, gettando un popolo intero nella disperazione più nera. Nuraxi Figus nelle viscere di una terra dove per secoli si è scavato, fino allo sfinimento delle risorse, per alimentare lo sviluppo dell'Industria del nord, le tasche di padroni stranieri.
È l'intera vicenda di un popolo inscindibilmente legata all'attività estrattiva, come il suo territorio sventrato, avvelenato, depauperato.
A quattrocento metri di profondità non c'è vita per esseri umani. L'impianto di pompaggio dell'aria restituisce un ossigeno accettabile a seconda della stanza che si visita. Così si passa dalle esalazioni più inquietanti alle temperature ed ai tassi d'umidità più asfissianti. Dalle strutture di contenimento corrose alla convivenza quotidiana con i topi e gli scarafaggi, i naturali abitanti della miniera. Nuraxi Figus è la metafora della disperazione.
Aggrapparsi a un lavoro come quello, quando non c'è alternativa che sia più tangibile di uno slogan elettorale, è una condizione di suprema ingiustizia. È la condizione operaia in Sardegna. Che accomuna tutti coloro che reagiscono al processo di deindustrializzazione tentando di mantenere ciò che hanno. Che hanno avuto.
Troppo complesso il tema per essere affrontato con l'arroganza di chi da giudizi sommari. Troppe persone in carne ed ossa per superficiali sentenze.
Un patrimonio naturalistico, archeologico industriale, culturale, di intelligenze e mestieri, asfissiato da decenni bui nei quali riconversione ha significato principalmente finanziamento a pioggia: temporali di vecchie lire e nuovi euro andati a finanziare fornitori, ingegneri, progettisti.
La triste storia di un Meridione divenuto sempre più prigioniero, di una classe politica che ha fatto della commistione fra denaro pubblico e privato la leva di riproduzione del proprio potere. Impoverendolo il territorio in maniera colpevole.
E ora che i rubinetti si sono chiusi ci sono le promesse a reggere un popolo disorientato e spaventato, i progetti irrealizzabili, il rinvio della vertenza, il galleggiamento di una politica invecchiata, in pieno declino, che guarda alla buona uscita prima che al progetto.
Ci sono le vittime e i carnefici. E i carnefici non sono i minatori nè gli operai Alcoa. Ecco perché - a dispetto delle critiche che pure abbiamo ricevuto - abbiamo fatto bene ad andare in miniera, a portare la nostra solidarietà. Quella battaglia evoca il bisogno urgente di una alternativa di sviluppo. Parla un linguaggio più ampio. Allude a una politica nuova, che recuperi il suo spazio nella società, che sappia produrre cambiamento e progresso, riconversione ecologica e lavoro.
Da una parte l'immagine terribile dello stato delle cose presenti, dall'altra la frustrazione e il senso d'impotenza di chi ci prova ad impegnarsi in un tempo in cui ci dicono che sono tutti uguali.
Ed a ben vedere la sconfitta della nostra sinistra è stata precisamente la percezione di inutilità che abbiamo trasmesso al nostro popolo. E in questo contesto di confusione e miseria lo spazio per una sinistra concreta, nuova, seria - che non strizzi l'occhio ai populismi e che non sia omologata - si è terribilmente ristretto.
Ma proprio per questo la sinistra oggi deve accettare la sfida più difficile: quella del governo. La ragion sociale è proprio Nuraxi Figus. Il futuro di una umanità sofferente come quella che vive in Sardegna. Per loro vorrei che fossimo in grado di pensare, proporre e produrre una risposta concreta e migliorativa della condizione sociale.
E penso anche che la nuova sinistra - in questo spazio ed in questo tempo - non possa nascere se non si assumerà, di fronte al suo popolo, questa responsabilità".
* Coordinatore SEL Sardegna










