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Il lavoro s-mobilita l'uomo

L'estate torrida finisce con l'annuncio di un autunno altrettanto caldo, secondo le dichiarazioni dei sindacalisti, ma anche di alcuni ministri di questo governo tecnico, che avrà pur portato l'Italia fuori dal baratro, ma a prezzo di un sacrificio in termini di perdita di posti di lavoro, che ha i numeri di una guerra. I dati di ieri riportano un'emorragia di posti di lavoro italiani pari a 292mila unità, un terzo dei posti persi nell'Europa dell'euro: uscire dalla crisi ci costerà ancora parecchio visto che le aziende italiane (sempre in questo scorcio di 2012 quasi terminato) hanno impiegato il 31% in meno rispetto all'anno precedente.

Leggere su questo blog le parole appassionate di Michele Piras mi ha spinto immediatamente a rispondergli, ma le cose da dire erano talmente tante che ho preferito questa forma di post esteso e più articolato, sperando di dare un contributo a una discussione che, purtroppo, in occasione degli ultimi avvenimenti legati ad Alcoa e Nuraxi Figus mi sembra sia mancata completamente.
Mi spiego meglio. La discussione c'è stata e ha coinvolto politica informazione e opinione pubblica a livello nazionale, ma non ho visto o ascoltato, a parte le parole di Passera, niente che potesse parlare del futuro di queste realtà. Lo dico chiaramente è mancata la voce della politica isolana da entrambe le parti.

Personalmente sono relativamente interessata alla parte destra, quello che mi colpisce è la posizione inconsistente e asfittica della nostra sinistra o di ciò che resta ed è per questo che Michele mi ha dato una sferzata soprattutto nell'ultimo periodo del suo articolo con il suo invito, non il primo tra l'altro, a una nuova sinistra che" in questo spazio ed in questo tempo - non possa nascere se non si assumerà, di fronte al suo popolo, questa responsabilità".

Vorrei partire dalla definizione di LAVORO- Impiego di un'energia per raggiungere uno scopo determinato- oppure- Occupazione specifica che prevede una retribuzione ed è fonte di sostentamento-, e ancora-L'insieme delle attività produttive come fenomeno sociale con i suoi rapporti economici e giuridici.

Quello che possiamo vedere in Italia negli ultimi tempi con il picco spaventoso attuale è tutt'altro, diventa una forma di ricatto che l'industria, la grossa impresa operano nei confronti di lavoratori, sempre di meno sempre meno pagati e soprattutto sempre più delegittimati e defraudati dei diritti faticosamente conquistati. Non guardo solo l'Ilva di Taranto ma la nostra isola, la questione del Sulcis e le sue miniere, che sembra entrata nel dna sardo per restare irrisolta o peggio per diventare oggetto di scambio in occasione di scadenze elettorali. In cui operaio o il lavoratore in genere sono (s)oggetti dei diritti altrui.
So che ciò che scrivo è forte ma leggere che per esempio Ottana perderà 500 ALTRI posti di lavoro mi fa capire come il piano industriale nato con i conti in rosso già agli esordi sia stato fallimentare per quanto riguarda la visione del posto di lavoro, che sembra non tener conto dell'uomo/donna che lo ricopre.

Ci imposero l'industria come lotta al banditismo ma ciò avvenne come un innesto forzato, senza le giuste considerazioni e se da una parte nacque una classe operaia che portò nella nostra provincia una visione diversa della società, dall'altra come una chemioterapia pesantissima distrusse quasi completamente un tessuto sociale e culturale secolare.

Adesso ci ritroviamo senza pastori senza agricoltori senza operai e con una situazione di degrado socio-economico-ambientale cui nessuno guarda con serie proposte per il futuro.

Dimenticavo la classe dirigente e sindacale, nata in quegli anni e che, ora come ora, mostra tutti i difetti di una visione minuscola del mondo che si evolve, con un attaccamento a posizioni che non coincidono con i bisogni reali dei territori e con una incapacità di guidare progetti di riconversione che sono urgenti.

Le mie parole sono dettate dalla frustrazione di vedere questo impasse politico che si protrae da decenni, scrivo di getto riconoscendo che il mio punto di vista è limitato dal fatto che non essendo sociologa, storica o politica, ma solo una cittadina militante, sono stanca di parole vuote di significato e soprattutto incredula che la Sardegna, nonostante i proclami di indipendenza e di autonomia sia s-governata da una classe politica inadeguata che si è riformata all'italiana, mantenendo il peggio di sé e ormai platealmente in corsa per le poche briciole che restano a questa regione martoriata.

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