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Torniamo alla terra

oviniLe difficoltà del sistema economico sardo derivano da vari fattori strutturali; storici, geografici, e culturali. La radice del problema è certamente l'insularità che, riducendo i mercati a disposizione, ha impedito e continua a impedire lo sviluppo di grandi imprese, necessario se si vuol essere competitivi a livello mondiale. Una condizione strutturale, quella della Sardegna, sulla quale si sono sviluppati elementi culturali e politici, oggi più difficili da estirpare di quelli fisici.

Gli ultimi cinquant'anni della storia sarda hanno visto il loro avvio con la crisi dell'agricoltura e con la sua progressiva sostituzione con l'industria, finanziata però, non da imprenditori che avevano in precedenza accumulato capitali, ma dallo Stato che si è occupato più di creare posti di lavoro che di insediare imprese competitive. Si è creato così un sistema nel quale la politica ha distribuito denaro ad imprenditori del nord Italia che non avevano alcun interesse ad avere aziende produttive, poiché il denaro proveniva dallo Stato e non dal mercato; era più semplice e redditizio assumere chi era indicato dal politico di riferimento che, ingrossando la propria base elettorale, sarebbe stato rieletto e avrebbe continuato ad elargire denaro pubblico.

I nuovi rapporti economici a livello mondiale non ci consentiranno più di far sopravvivere sistemi economici non competitivi sul mercato. Si dovrebbe allora rifondare l'economia sarda, mettendo alle spalle quei limiti che, se insormontabili in passato, sono oggi superabili.

La Sardegna ha clima e terre inutilizzate che possono costituire la basa di una nuova economia di cui l'agricoltura può costituire il motore. Concentrare le risorse, spesso ancora distribuite con criteri non produttivi, in un piano di rilancio dell'agricoltura che miri a creare grandi aziende agricole e da qui imprese di trasformazione capaci di competere a livello internazionale. Si possono oggi individuare i terreni e i climi migliori per produzioni di vini, oli, ortaggi e utilizzare tutte le conoscenze a disposizione per arrivare a prodotti di altissima qualità.

Anche un settore a noi più consueto come l'allevamento deve essere rivoluzionato, incentivando la costituzione di grandi imprese sia per quanto riguarda la produzione che la trasformazione. Si deve ripartire da ciò che abbiamo e smetterla di finanziare progetti che non hanno niente a che vedere con il nostro territorio, che vedono la fine appena smettono di essere finanziati.

Un rilancio del settore agricolo e dell'allevamento ci consentirebbe di migliorare ulteriormente la qualità della nostra offerta enogastronomica, rafforzando un settore per noi importante come il turismo. Se i trasporti sono un problema bisogna fare tutti gli sforzi per abbatterli nella prima fase, anche con investimenti consistenti che potranno essere poi ridotti quando la domanda dei nostri prodotti sarà sufficiente a remunerare i costi. Per un rilancio dell'economia sarda è necessario, prima di ogni altra cosa, che cambi il modo in cui vengono gestiti i fondi pubblici.

Grandi quantità di risorse vengono gestite dai politici col solo fine della propria sopravvivenza, scambi di favori (spesso molto costosi) che creano reti con il solo scopo di drenare denaro e puntellare posizioni di potere; consorterie del tutto disinteressate al progresso economico e sociale.

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