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Il gesto politico di Ratzinger

La notizia del giorno, e forse dell’anno, per non dire del secolo - visto che non capita neppure ogni cento anni che un Papa si dimetta - l’ha data oggi il Santo Padre. Neppure un mese di preavviso, il 28 Febbraio dalle ore venti la sede del Vaticano sarà ufficialmente vacante. Si procederà dunque a tutte le procedure del Conclave, per l’elezione del nuovo Papa.

Il gesto di Ratzinger, dato il segno del suo pontificato, e la sua storia, di dotto e compassato erudita, non può essere letto come atto dell’ultimo minuto. In primis per la scelta della lingua e del luogo del suo annuncio. La lingua ufficiale della Chiesa, il latino (ostinatamente riesumata per le celebrazioni proprio sotto questo pontificato). Il messaggio proclamato durante un Concistoro davanti all’assemblea rappresentativa del collegio cardinalizio.

È stato, dunque, certamente un gesto meditato, ponderato nel silenzio, nel tempo nella meditazione, nella preghiera. Se più di due anni fa il tema entrò nella discussione di un libro intervista, Luce del mondo, dove il pontefice rispose alla domanda precisa circa la possibilità tecnica della fine di un pontificato ante litteram, prima, cioè, della morte naturale del pontefice. Il Papa in quell’occasione rispose che questo gesto era ammissibile nel codice canonico, ma non può e non deve confondersi con un gesto di ‘opportunismo’ o di codardia di fronte alle difficoltà da affrontare. Ma le dimissioni sono sempre un gesto politico. Alcune sono imposte, altre forzate, altre meditate, sofferte, e quindi responsabili. In un’Italia governata dalla gerontocrazia il gesto di Ratzinger, Papa non certo famoso per essere considerato un avanguardista, appare, oggi, essere rivoluzionario.

Alla vigilia delle elezioni in Italia, dopo il grande tsunami della pedofilia nei ranghi della Chiesa, è questo gesto chiaramente responsabile, libero ed onesto. Rivoluzionario, appunto. Un gesto che risponde a una verità personale - che forse mai sapremo - ed una verità pubblica, che invece implica la reggenza di un governo, e la possibilità che questa, sua sponte, possa essere messa di lato, come atto formale ed irrevocabile. Nella sua presa di coscienza libera e pubblica, è però anche un gesto di enorme fiducia nel futuro: nel destino del proprio governo, in chi verrà, per le sorti dello Stato finora guidato. È una fiducia che certo non caratterizza chi è stato alla guida di uno Stato, l’Italia, ora incagliato negli scoglie della crisi come la nave di Schettino. Nessuno è indispensabile, neppure il migliore, e di questi tempi in cui molte poltrone tremano per lo tsunami della crisi nessuno si fa da parte, dando un segno di responsabilità. Ma tutti, semmai, rivendicano un ruolo, anche coloro che un ruolol’hanno avuto fino ad oggi - spesso senza una responsabilità.

Se un gesto così, per amore di patria, di governo o di partito, fosse imitato con la stessa dose di responsabilità, dalla classe dirigente italiana - sarda compresa – forse si darebbe un segnale chiaro che per l’Italia ci sarebbe davvero un futuro. Un posto deputato ad entrare nella Storia per i suoi meriti. Cadrebbero forse come un castello di carte le cronache di bassa lega su cui si monta una campagna elettorale certamente non all’altezza della crisi, dove le citazioni in giudizio tingono di fosco, in negativo, i titoli delle nostre principali testate di giornali. Il gesto di Ratzinger appare come una bellissima voce che si allontana umilmente da un coro di cornacchie gracchianti. Speriamo ci siano orecchie predisposte a sentire una bellissima musica. Speriamo che se ne riconosca il suono.

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