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Il Marghine ha gli stessi diritti del Sulcis

Il 31 dicembre 2012 sono arrivate le lettere di licenziamento a tutti i dipendenti della Texfer S.p.A in fallimento (ex Legler, per intenderci). E' finita cosi una Via Crucis iniziata nel lontano 2003 dal percorso molto complesso e, a dir poco, penoso.

Nelle varie tappe abbiamo vissuto momenti di grande speranza alimentati dalle promesse dei vari governanti di turno (regionali e nazionali), alternati ad altrettanti momenti di profonda delusione per le stesse promesse mai mantenute.

La rabbia di quei lavoratori urlata più volte nelle piazze si è infranta sui muri di inconcludenza che hanno caratterizzato una classe politica incapace di dare risposte alla grave crisi delle nostre aziende e del mondo del lavoro in generale.

Cosi, il giorno in cui i tribunali di Nuoro e di Oristano hanno decretato il fallimento delle tre aziende sarde nessun politico ha speso una parola di solidarietà per quei lavoratori che vedevano sfumare ogni possibilità di salvezza per il proprio posto di lavoro. Stessa sorte per tante altre aziende del territorio, come il Calzificio Queen, per citare una delle più importanti.

Migliaia di posti di lavoro irrimediabilmente persi e l'economia di un territorio in caduta libera con conseguenze drammatiche che possiamo toccare con mano tutti i giorni. Ma il colpo di grazia arriverà non appena tutti questi lavoratori perderanno il diritto agli ammortizzatori sociali e si ritroveranno senza un minimo di copertura salariale.

Allora scoppierà una bomba sociale con conseguenze veramente disastrose. Il pasticcio della "riforma" Fornero ne agevolerà la detonazione.

Mi sono chiesto spesso perché il nostro territorio non abbia avuto la stessa grande capacità di mobilitazione dimostrata dal Sulcis nel difendere le proprie fabbriche e propri lavoratori.

Ho sempre respinto, in cuor mio, l'idea di una popolazione indifferente ed egoista che ha lasciato soli quei lavoratori a combattere le loro battaglie, anche se devo confessare che qualche volta l'ho pensato seriamente.
Ho preferito, invece, credere che la delusione ceda lentamente il passo alla rassegnazione ed ho ricercato le cause nel nostro carattere e nel nostro orgoglio che ci inducono, spesso, a cercare di nascondere quella condizione di povertà che subentra quando si perde il lavoro, unica fonte di reddito, e a vivere il nostro disagio e la nostra sofferenza con dignità, protetti dalle mura domestiche e dalla solidarietà dei parenti e dei vecchi genitori pensionati.

In ogni caso, qualunque siano state le cause, il malessere sociale del nostro territorio è identico a quello del Sulcis, del sassarese e di tutti i territori della Sardegna e la dignità dei nostri lavoratori è pari a quella degli altri.
Perciò la Regione non può pensare di destinare 33 milioni al Sulcis per rilanciare il polo dell'alluminio dopo aver rifiutato di intervenire sulle aziende del nostro e di altri territori con un numero maggiore di occupati, senza suscitare l'indignazione generale.

Allo stesso modo il governo nazionale non può destinare risorse per creare alternative di lavoro in un solo territorio ignorando tutti gli altri che sono nelle stesse condizioni, se non più gravi.

Senza nulla voler togliere al Sulcis che ha il grande merito di essere riuscito a farsi sentire e per il quale nutro grande rispetto, sono convinto che simili atteggiamenti servano solo ad innescare conflitti tra lavoratori disperati.
Serve, invece, un'idea politica per una vertenza dell'intera Sardegna. In questa direzione dobbiamo muoverci tutti, a partire dalla giunta regionale, che deve crederci e chiedere con maggior determinazione un intervento del governo nazionale. Purtroppo, però, con questi chiari di luna, credo che saremo costretti ad aspettare per avere interlocutori attendibili.

Intanto possiamo cominciare a vigilare e pretendere che i Progetti di Sviluppo Locale nelle aree di crisi e nei territori svantaggiati abbiano delle reali ricadute occupazionali e non ne traggano vantaggio solo i vari enti di formazione o altri soggetti diversi dai diretti interessati, che sono i disoccupati e i giovani in cerca di lavoro.

Dico questo perché l'Accordo di Programma per l'area di crisi di Tossilo, che ho sostenuto e ritenuto iniziativa di grande importanza , praticamente ha dato dei risultati deludenti, ciò perché, a fronte dell'impiego di risorse importanti, i nuovi posti di lavoro si possono contare sulla punta delle dita.

Credo che su questo argomento vada fatta una seria riflessione.

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