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Per un Pd dei cittadini: cambiamo la politica

Buona sera a tutti. Siamo qui, in tantissimi, perché tutti sentiamo in questi giorni lo stesso sentimento di frustrazione e di rabbia. Sentiamo la delusione cocente di una sconfitta, la preoccupazione e forse la disperazione per una situazione apparentemente senza via d'uscita per il paese, la rabbia impotente per le tante occasioni perdute, l'indignazione verso chi sembra non rendersi conto della realtà che ci sovrasta e che minaccia di travolgerci, noi e l'Italia.

Siamo qui per dire una volta per tutte "Basta". Se abbiamo perduto le elezioni (perché le abbiamo perdute) lo si deve a molte cause, che magari dovremo analizzare in altra sede una per una. Certamente due, però, a noi sembrano prevalenti.

La prima: non abbiamo capito, e non solo da oggi, quello che ci stava accadendo attorno. Non abbiamo saputo fare cioè l'esercizio principale che deve fare chi si occupa di politica: cogliere il cambiamento, interpretarlo, analizzarlo e poi predisporre risposte adeguate alle domande che la società ci rivolge. E' l'ABC. Ma noi non l'abbiamo applicato. Siamo stati sordi e ciechi – come le famose tre scimmiette giapponesi.

La seconda causa: non abbiamo tenuto fede al proposito del 2007, al sogno condiviso allora di un partito nuovo, un partito del XXI secolo cioè della società frammentata e disaggregata, nel quale non solo si fondessero le grandi tradizioni politiche democratiche del Novecento ma si realizzasse una partecipazione dal basso, da parte dei cittadini, come molla decisiva per una ricomposizione sociale della frammentazione, per superare i limiti profondi e crescenti della democrazia contemporanea, sempre più elitaria, sempre più sequestrata da interessi nazionali e sovranazionali che schiacciano i cittadini e li privano dei loro diritti sostanziali.

Paghiamo tutte insieme le nostre promesse non mantenute. E le paghiamo rovinosamente, per noi e per la società italiana. Vincono, o comunque ci schiacciano mettendoci alle corde, due populismi diversi ma ugualmente pericolosissimi,mortali: uno di destra, che dura da 20 anni, l'altro (forse) di sinistra, apparentemente nuovo;entrambi privi di prospettive, entrambi distruttivi. Perdiamo dappertutto è vero (e questo è l'alibi di certi dirigenti che non vogliono ammettere la sconfitta) ma perdiamo, e questo punto ci interessa soprattutto qui stasera, anche in Sardegna, anche a Sassari. Grillo, cioè un movimento venuto dal nulla, ci supera in Sardegna (unico caso tra le regioni) non solo come partito ma anche come coalizione. Perdiamo oltre 10 punti a Sassari e provincia. Rischiamo di perdere adesso le comunali e forse le regionali. Siamo, ci siamo rivelati, un partito allo sbando, destinato, se continua così, a deperire ad ogni nuova elezione, consumando rapidamente il credito che abbiamo accumulato negli scorsi anni.

Noi diciamo basta. E non ce ne importa niente se per farlo dobbiamo usare le cattive maniere: come io stesso ho dovuto fare contestando che alla guida della fondazione Banco di Sardegna vada un senatore ancora fresco di politica, collezionista da 30 anni di cariche pubbliche, intramontabile nonostante le sconfitte elettorali, esponente di un ben preciso gruppo di potere interno al Partito che occupa a rotazione tutte le poltrone.

Si, siamo maleducati, caro segretario regionale. Ma lo siamo perché – come ho detto a Stefano Fassina, che sul Banco di Sardegna la pensa come noi e perciò viene tacciato di centralismo – lo siamo perché amiamo la ditta. Vogliamo che la ditta non solo sopravviva ma torni a fare profitti, cioè a suscitare consenso, entusiasmo, partecipazione.

Chiediamo una svolta radicale. Chiediamo che si continui nella via intrapresa saggiamente dal segretario Bersani quando, qualche giorno fa, ha indicato due nomi nuovi, espressione della migliore società civile, per le presidenze delle due Camere. Pretendiamo che i gruppi dirigenti in campo da 20 anni si facciano da parte, con la stessa intelligenza e sensibilità dimostrata da Dario Franceschini e Anna Finocchiaro nel cedere il passo alla Camera e al Senato.

Chiediamo che i gruppi dirigenti, anche qui a Sassari, vengano d'ora innanziselezionati attraverso il metodo delle primarie. Primarie aperte a tutti i cittadini, senza trucchi e barriere.
Chiediamo che il nostro Partito torni a immergersi nella società sarda, a farne parte integralmente, aprendo i suoi circoli (che devono essere veri e operanti sul territorio, non sedi di corrente per fare tessere comprate in blocco da questo o quel capo locale) e lavorando giorno per giorno nei luoghi dai quali da anni siamo drammaticamente assenti.

Abbiamo fatto una pseudocampagna elettorale, con sufficienza e distrazione, convinti di avere già vinto. Prima la scelta sbagliatissima degli albi chiusi alle primarie, sicché a febbraio siamo andati a chiedere il voto a nostri elettori che avevamo escluso per un inspiegabile formalismo dalle primarie per la scelta dei candidati. Poi l'infausta scelta delle otto province, sicché alla fine è stato escluso persino il secondo eletto a Sassari, con 2700 voti, mentre entravano i superprotetti delle microprovince già abolite dal referendum da noi stessi sostenuto. Poi la sovrastante importazione dei nomi del listino nazionale. Poi una campagna fiacca, svogliata, fatta prendendo tra di noi gli aperitivi democratici in piazza d'Italia, invece di girare tra gli elettori per convincerli a votarci.

Ci meravigliamo di aver perso? Io dico che se esiste un manuale del perfetto perdente noi quel manuale lo abbiamo adottato e seguito alla lettera.
Confuso e generico il discorso sulla Sardegna, su Sassari. Qui da noi c'è il deserto dell'area industriale di Porto Torres e le bonifiche sono bloccate. Il lavoro è scomparso. La gente è disperata.Ma noi non ne abbiamo quasi parlato o lo abbiamo fatto ritualmente.

I lavoratori della Vinyls, sui quali io solo ho presentato alla Camera in questi 5 anni ben sei interrogazioni, sono rimasti assenti dalla nostra proposta, abbandonati a sé stessi. Nessuno più se ne cura.

Di chimica verde, di aree interne e loro abbandono, di attentati ai sindaci (avevamo suscitato su questo punto importantissimo l'intervento del ministro dell'Interno), di comparto lattiero-caseario, di pastori e agricoltori, di comunicazioni e continuità territoriale, di nuova questione sarda nell'epoca della crisi nessuno ha parlato. Sull'abolizione delle province e la loro sostituzione con enti non costosi, espressione del territorio,abbiamo balbettato, così come in generale su tutta la riforma delle istituzioni: e in Consiglio regionale abbiamo votato, in palese contraddizione con noi stessi, contro Cappellacci per difendere la proroga delle province sino al 2014.
In compenso abbiamo subito l'iniziativa dell'avversario.

Sull'IMU sarebbe bastato rispondere come ha fatto Giorgio Macciotta sia per iscritto che in direzione regionale, richiamando i dati reali del pagamento dell'IMU in Sardegna. Ma non l'abbiamo fatto.

Sulla zona franca abbiamo taciuto, mentre 260 sindaci, in gran parte nostri, aderivano a questa dubbia parola d'ordine senza che noi chiarissimo, prima di tutto a noi stessi, consa ne deriverebbe sul piano del bilancio regionale. Una fiscalità di vantaggio è possibile, ma bisogna sapere (avremmo dovuto dire) che la zona franca, posto che fosse praticabile in termini costituzionali, significherebbe per la Saredegna la perdita di accise e IVA per un valore di 3 miliardi di euro.

Abbiamo fatto una campagna elettorale senza una bussola, senza un centro, senza un'articolazione logica, affidata all'estro dei singoli, alla fantasia estemporanea dei volenterosi che hanno percorso la provincia. Io l'ho fatto, per quello che ho potuto, l'ho fatto con spirito di servizio. Ed ho vistocoi miei occhi manifestazioni di 30 persone per paese, per lo più anziani, senza i giovani, senza entusiasmo.

Un partito che parla solo a sé stesso, che sente solo – come quel personaggio di Eduardo – le voci di dentro. Asserragliato nelle stanze segrete dove si parla di potere, più esattamente di spartizione di potere. Opaco, con una comunicazione pessima, trincerato, lontano dalla gente.
Noi stasera chiediamo una svolta radicale. Nazionale, regionale, provinciale. Chiediamo che in vista delle prossime scadenze elettoralisi cambi totalmente passo. E lo chiediamo con disperazione. Perché non ci saranno molte altre occasioni.

Intanto il Partito. Basta per sempre con il partito delle finte tessere. Apriamo ai cittadini. Chiamiamo i nostri elettori a decidere non solo chi ci deve dirigere ma anche quali sono i punti prioritari del nostro programma. Primarie serie, rispetto dei risultati che ne verranno.

Poi il programma, appunto. La Sardegna in questi anni è profondamente cambiata, perché le grandi crisi (perché è grande, la più grande del dopoguerra, edanche terribile, quella che stiamo tutti vivendo) distruggono e lasciano dietro di sé cumuli di macerie, ma anche aprono – se si sa reagire con intelligenza – spazi nuovi, prospettive inedite. Ci vuole un'idea nuova di quello che deve essere la Sardegna. E al centro di questa idea c'è il problema dei problemi: come assicuriamo lavoro e sviluppo all'indomani dello smantellamento dei grandi poli industriali. Guardate, o si sa rispondere a questo interrogativo cruciale (e allora si diventa classe dirigente) oppure ci si condanna ad essere emarginati e alla fine a scomparire.

Io non credo che i grillini abbiano una soluzione a questa domanda. Ed è qui che dobbiamo sfidarli, e batterli, riprendendoci i consensi che ci hanno sottratto in queste elezioni.

Noi proponiamo che subito, da oggi, si apra in Sardegna ma anche qui a Sassari un laboratorio di idee, un dibattito vero, sui problemi. Dal quale far scaturire in tempi brevi il programma del Pd per la Sardegna e, per quel che ci riguarda, per il Nord Sardegna. Già stasera sentiremo interventi importanti, aperture e suggerimenti sui possibili punti di questo programma. Un tassello dopo l'altro costruiremo una proposta politica: la proposta del Pd dei cittadini, una proposta che deve essere collettiva e condivisa. Usiamo tutti i mezzi. Mobilitiamo tutte le risorse. Questa sala è piena di persone che, ognuna nel suo campo, hanno competenze, esperienza, idee. Mettiamo in valore questo patrimonio. Usiamo la rete, i circoli, i dibattiti pubblici.

Siamo pronti a impegnarci nel Pd più e meglio di prima. In tanti qui chiediamo solo di avere voce in capitolo. Questo è il nostro contributo. Nei giorni scorsi qualcuno ci ha accusato, ha accusato i promotori di questaqmanifestazione, di voler fare un secondo partito, opposto al primo che ha sede in via Mazzini. Se questa accusa allude al bisogno che tutti sentiamo di uscire dalla logica asfissiante delle correnti, sì, è vero: questo è uno dei nostri obiettivi, vogliamo ricostruire un Pd diverso da quello attuale. Ma se si pretende di attribuirci il programma dello sfascio, quasi fossimo degli scimmiottatori dei grillini, allora io rimando l'accusa al mittente. Perché lo sfascio del Pd, il tradimento del grande sogno in cui tutti noi abbiamo creduto, lo hanno fatto altri, non certamente noi.

Noi siamo qui stasera perché sentiamo l'urgenza di salvare l'unico vero strumento politico che resta ancora a disposizione del riformismo italiano. Uno strumento pieno di difetti, ma correggibili. Forse inadeguato, ma perfettibile. Uno strumento del quale non possiamo fare a meno, né noi che ci crediamo ancora, né l'Italia, travolta in una crisi prima ancora che economica ideale e morale. Siamo qui per questo, e abbiamo la consapevolezza e la testardaggine necessaria per non mollare.

* Intervento introduttivo alla assemblea di Sassari, venerdì 22 marzo 2013: "Basta. Il Pd ai cittadini"

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