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Fuori dalle sabbie mobili. Globalizzazione, democrazia, sviluppo. Il caso Sardegna

1. La Sardegna nell'età della globalizzazione. Mi ha molto colpito, nei giorni scorsi, il testo di Claudio Magris sulle frontiere assegnato come traccia di esame per la maturità.

Domandandomi, un po' per gioco, come l'avrei svolto io, mi è sembrato naturale pensare alla Sardegna,alle sue frontiere liquide antiche di millenni, immutabili, perennementeostili, non tramite di comunicazione – come capitava alle îles-carrefour di Lucien Febvre – ma perennemente ostacolo allo scambio e fattore di isolamento, in una storia immobile tipica delle îles-conservatoire.

Ebbene, forse, se avessi dovuto svolgere il tema, avrei concluso che quella condizione – come ho detto – millenaria oggi è superata, residuale tutt'al più ma comunque tendenzialmente risolta. Perché siamo entrati, senza che sinora ce ne siamo accorti del tutto,nella dimensione che, per comodità d'espressione, chiamo l'età della globalizzazione, con tutte le sue implicazioni d'ordine storico, economico,culturale che questo passaggio decisivo comporta.

Marco Cammelli, un giurista acuto, che già un'altra volta ho citato in queste giornate in onore diPaolo Dettori, ha scritto, nella prefazione a un testo su Territorialità e delocalizzazione nel governo locale al quale io stesso, coi miei collaboratori ho collaborato, che si pongono oggi almeno tre fondamentali interrogativi:

"se e quanto lerelazioni tra governi locali e territorio, tradizionalmente così strette daaver conosciuto, per lungo tempo, il carattere della quasi esclusività, sisiano allentate in ragione di una crescente 'cedevolezza' del vincoloterritoriale;

quale sia il grado di compatibilità di questi processi con il carattere del vigente ordinamento deglie nti locali e la conseguente necessità di trasformazioni o adattamenti;

se e quali implicazionine discendano sul piano giuridico e concettuale".

Ed ha postulato –Cammelli – una "nuova costituzione territoriale", che appunto della trasformazione in atto prenda visione e che introduca in rapporto ad essa nuoveregole e forse anche nuove istituzioni.

Parole stimolanti. La globalizzazione (come già era accaduto per la prima e la seconda industrializzazione, ma questa volta con tempi e modalità di integrazione su scala universale ben più incisive) sta infatti letteralmente riscrivendo l'architettura del mondo, e la sua geografia economica e culturale. L'Europa,che agli inizi degli anni Novanta produceva il 45% dei beni industriali, oggi ne produce il 25%: al che corrisponde la sua inesorabile marginalizzazione dal gruppo di testa delle potenze su scala mondiale. L'Italia è, in questa classifica, drammaticamente indietro, sebbene – voglio rimarcarlo perché a volte ce ne dimentichiamo – resti pur sempre dopo la Germania la seconda potenza manifatturiera del continente. La crisi in atto, che investe tutto il mondo e non solo quello occidentale, determinerà, già sta determinando, nuovegerarchie, e sarà su queste gerarchie che si distribuirà il potere. Attentiperò, in questo generale rimescolamento delle carte, a non perdere la vocazioneindustriale dell'Italia contemporanea, che è un tratto distintivo della nostra identità nazionale almeno dal primo Novecento in poi.

Dico tutto questo per avvertire con preoccupazione, vorrei dire quasi con allarme, la siderale distanza dal dibattito in corso in Sardegna. Ci sono state delle occasioni storiche, anche qui da noi, nelle quali ci siamo saputi interrogare sul nostro ruolo esterno, sulla nostra capacità di stare insieme agli altri. Lo abbiamo fatto – per restare nel corso del Novecento – almeno tre volte: nel frenetico biennio seguito alla grande guerra mondiale 1915-18, specialmente per merito del movimento autonomistico e sardista sorto dalle trincee; nel periodo della lotta per ottenere il Piano di Rinascita, e poi per la sua attuazione; e ancora negli anni Settanta, all'epoca della industrializzazione per poli, quando siamo diventati una delle regioni protagoniste della modernizzazione chimica e petrolchimica ed è cambiato radicalmente, in relazione a ciò, l'assetto stesso del potere tra le classi sociali in Sardegna.

Momenti esaltanti, nei quali la società sarda è stata attraversata come da una corrente elettrica, la corrente dell'attivismo di intere generazioni, o di grandi aggregati di classie ceti sociali. Nel quale ha espresso nuove élites, nuove classi dirigenti più moderne di quelle antiche. Nel quale ha rimosso antichi pregiudizi e secolari privilegi di pochi a vantaggio dei diritti dei molti. Con luci ed ombre, certo, come del resto accade in tutti i grandi fenomeni di mutamento storico. Ma tuttavia secondo percorsi chiari, con obiettivi precisi, con capacità di quei gruppi dirigenti di farsi comprendere dentro e fuori la Sardegna. E di farsi seguire.

Oggi, al contrario,siamo immersi nelle sabbie mobili. Silenzio, omissione, parlar d'altro, andar per farfalle indipendentiste o antindustrialiste. Oggi, che agonizza o forse è già morto il vecchio modello di sviluppo che tuttavia ha retto e ci ha diretti per quasi 50 anni. E che nessuno sa bene cosa sostituirgli. Oggi che i margini di un assistenzialismo profondamente inquinato dal clientelismo politico si sono ridotti sino a scomparire, e nessuno sa quale placebo potrà loro essere sostituito: la zona franca integrale ora e subito? Basterebbero le due colonne dell'articolo diGiorgio Macciotta di avantieri sulla "Nuova" per demolirla. La favoletta di unaSardegna tutta turisti e magari case da gioco e rifugio per vip? O l'altra, di una sopravvivenza dei sardi così come sono, con il loro inesorabile tasso demografico prossimo allo zero, all'insegna – semplicemente – del ritorno ad antiche, più sobrie, ma improponibili tradizioni?

Tre grandi mostri (uso appositamente una parola del linguaggio maoista, il linguaggio di una rivoluzione del Novecento che ha cambiato un continente) si aggirano oggi in Sardegna, dominando le menti di chi non intravede altro che disperazione: ilmostro dell'immobilismo (tentazione atavica ricorrente in tutte le crisi della nostra storia: chiudersi al mondo nel nostro guscio isolano, offesi e incerca di riparo); il mostro del velleitarismo (si può fare da soli, la Sardegnaè un giardino dell'Eden espropriato dai conquistadores, riprendiamocela,separiamoci come staterello indipendente e sovrano e tutto rifiorirà); ilmostro, infine, della demagogia (fuori dall'euro, fuori dal piano di stabilità,fuori dalle politiche di risanamento nazionale e continentale, fuori da tutto..).

I tre mostri spesso siconfondono tra di loro. Sono un unico, enorme mostro a tre teste. Un'idra checi divora e ci atterrisce. Trovano spazio un po' dovunque, ma specialmentenelle categorie sociali più esposte. Si esprimono in una ideologia di fondocontraddittoria, che si nutre di un pessimismo totale sui propri destiniinterrotto da sussulti di velleitario orgoglio etnico: un mix micidiale.

E' in questo quadro cheva posta la questione specifica delle istituzioni. Ponendoci la domanda: cosa serve, dopo le istituzioni dell'epoca delle autonomie? Quali sono le istituzioni dell'epoca della globalizzazione?

2. L'irresistibile declino dell'autonomismo. La prima parte del ragionamento riguarda l'irresistibile declino dell'autonomismo democratico come ideologia unitaria dei sardi nel corso degli ultimi 150 anni. L'idea forte che la Sardegna dovesse esprimere una rivendicazione unitaria, del "popolo sardo",nei confronti del potere esterno, fosse esso quello della Corte sabauda, o quello dei governi liberali dopo l'unità, o quello delle classi dirigenti"italiane", o quello dei governi repubblicani dal secondo dopoguerra in poi; che questa rivendicazione dovesse esprimersi puntando a patteggiare con lo Stato condizioni di esercizio autonomo del potere in loco; che dovesse rassodarsi in forme anche costituzionali di solenne ripartizione dei diritti e dei doveri reciproci: ebbene tutto questo appartiene al passato.

Appartiene al passato in primo luogo perché la trincea Stato-Regione, tipico luogo nel quale si è a lungo combattuta la guerra di posizione per la conquista e poi per la difesa dell'autonomia,è diventata un po' come quella fortezza del deserto dei Tartari di cui parla Dino Buzzati: è una trincea che si affaccia sul nulla, che fronteggia un nemico che non esiste più, truppe avversarie dislocate altrove.

Nell'età dellaglobalizzazione – lo abbiamo ormai scritto e detto tante di quelle volte da consentirci di non argomentare troppo –le istituzioni, tutte le istituzioni, vivono non più in un sistema di contrapposizioni frontali ma in un'unica galassia a struttura tendenzialmente circolare; sono cioè – siano esse istituzioni periferiche o centrali (ma l'uso stesso di questa terminologia è oggi improprio) snodi di un'unica rete, estesa ben oltre i confini degli ordinamenti nazionali, ben oltre, anche, la dicotomia classica che divideva i soggetti dell'area pubblica da quelli dell'area privata. Sono racchiusi in una dialettica circolare nella quale entrano tra di loro in concorrenza o in concomitanza a seconda non più della loro natura giuridica-istituzionale ma a seconda dei compiti che concretamente si danno e in rapporto agli obiettivi che concretamente perseguono. Si governa perobiettivi, per programmi, per aree vaste, per materie. E i tavoli (espressione bruttissima, però diventata non a caso di moda) sono nient'altro che patti temporanei tra più soggetti che concorrono ai medesimi obiettivi in tempi e luoghi di volta in volta prestabiliti. Anni fa l'esordio di questo nuovo modo digovernare furono i patti territoriali (esperienza non sempre brillante, ma che tendeva appunto verso quella direzione: soggetti pubblici e privati associati in un programma limitato nel tempo e nello spazio). Prima ancora, se vogliamo,erano state una premessa le zone omogenee, una esperienza interessante che forse anche in Sardegna, meriterebbe d'essere rivisitata, in funzione dei nuovi problemi della articolazione del territorio. Oggi tutta la legislazione europea (che è poi l'unica fonte di finanziamento rimasta disponibile) spinge verso la stessa meta e pretende analoghi modelli di concertazione. Si governa insieme,non più autonomamente. Ci si integra, non ci si contrappone più. Si fa massa critica con altri, non si conta più sulle proprie sole forze. Si procede per accordi, utilizzando gli strumenti del diritto privato, non più per leggi e decreti, con strumenti di diritto pubblico. Qui, a ben vedere, sta anche il vero orizzonte delle Regioni, in un rapporto con lo Stato centrale e con il complesso delle altre istituzioni che le pone nell'ambito del gruppo di testa,protagoniste non solo di politiche locali ma di una politica nazionale dellocale, di una strategia generale per affrontare i problemi della periferia.

E' questa una trasformazione profonda delle tecniche di governo delle società complesse dalla quale non possiamo più prescindere.

Ma se questo è oggi l'alfa e l'omega del governare negli anni Duemila, non è possibile che non ne derivino conseguenze serie sul piano istituzionale. Le istituzioni, a partire da quelle locali, debbono rinnovarsi puntando ad essere rapide nel decidere, agili nell'operare, prive di vincoli nel modificare in itinere obiettivi e modalità d'azione. Abbiamo quindi bisogno, a tutti i livelli, di una trama istituzionale semplificata e leggera. Semplificata, cioè meno fittamente articolata di oggi.Leggera, cioè con meno addetti, budget di funzionamento meno costosi, meno dipendenze dall'esterno.

3. Qualche idea sul che fare. Ciò implica una rivoluzione vera e propria. La scorsa settimana ho partecipato a Roma a un interessante convegno storico sui circondari e in genere sulle forme della amministrazione locale nella storia d'Italia. Anche lì tornava utile la riflessione di Cammelli: come si configura oggi la territorialità? In che misura le istituzioni possono rappresentarla in questo nuovo stadio della evoluzione storica che chiamiamo l'età della globalizzazione? Come si concilia una democrazia della territorialità con i tempi e le esigenze di decisione della nuova democrazia del globale?

Certo,una parte di questi problemi possono essere risolti in termini di semplificazione amministrativa, agendo sui rami bassi del sistema. Grazie all'informatica oggi si può fare molto. Un altro convegno tenuto nelle ultime settimane, questa volta a Bologna presso il Mulino, ha ragionato sugli open data, cioè sulla realtà odierna per cui qualunque concetto (a Bologna si parlava di documenti,fossero essi scritti o visivi o oggetti museali) può essere smembrato nei suoi dati costitutivi e questi dati essere riaggregati in filiere diverse da quelle tradizionali. Nell'ambito delle pubbliche amministrazioni una applicazione di queste tecniche (che poi come sempre accade non sono solo tecniche neutre)farebbe saltare tutte le assurde divisioni burocratiche persistenti, eredità divecchi modelli ottocenteschi, e potrebbe delineare finalmente la realtà nuova di una amministrazione "per obiettivi".

Sin qui è facile (per modo di dire, naturalmente). Ma nel campo della democrazia?Come si fa a semplificare senza perdere in democrazia? Si può decidere in rete,come rozzamente dice Grillo? Lo dico esprimendo un dubbio, ma al tempo stesso consapevole che esistono forme oggi più raffinate di quelle grilline, sulle quali si sta esercitando ad esempio il gruppo di esperti che stanno attorno aRenato Soru, e che di lì può arrivare la soluzione del mio dubbio.

Ecosa resterebbe, poniamo, in questo caso delle attuali istituzioni autonomistiche?

Una rete di comuni ma non più isolati fra loro, bensì unificati da robuste reti informatiche, costretti a mettere insieme non solo servizi ma idee, progetti, realizzazioni.

Un livello intermedio non più presidiato dalla obsoleta Provincia, ma garantito da una rappresentanza dei Comuni del territorio.

Una rete più vasta, regionale, alla quale partecipino non più soltanto i soggetti della democrazia politica ma quelli della democrazia economica e sociale, e quindi il mondo composito ma vitale delle associazioni in tutte le suevariegate espressioni, e magari le università e il sistema scolastico regionale.

Una rete, insomma, che mobiliti anche soggetti dell'iniziativa privata, dei mondidel lavoro e delle professioni: e che trovi spazio in una apposita istituzione(un secondo ramo di un futuro bicameralismo regionale?) dedita all'approfondimento dei temi, allo studio dei problemi di lunga gittata. E infine un Consiglio regionale, molto più ridotto quanto a numero, con un regolamento fortemente ammodernato, eletto secondo collegi, nel rispetto di tutte le aree della Sardegna, assistito da competenze di supporto che oggi latitano.

Un sistema a tre stadi (comuni in basso, consiglio delle autonomie ma rappresentativo del sociale in mezzo, consiglio regionale in alto) che sarebbe naturalmente espresso anche dalla politica.

Ma da quale politica? Qui si apre un discorso enorme, che non potrò trattare se non per cenni (me ne scuso sin d'ora). E' però il discorso base dal quale dobbiamo muovere. Procedo per schematizzazioni estreme.

1) Partiti: vanno radicalmente ripensati, al di fuori degli schemi ereditati dal tardo Novecento. L'idea che siano formati da iscritti, tesserati, inquadrati in correnti, chiamati a decidere in congressi, elettori di organi interni per lo più formali e inutili, va radicalmente rimossa. Bisogna tornare alla intuizione felice del primo Pd, poi tradita: quella dei partiti dei cittadini, cioè delpartito-canale di tensioni e spinte provenienti dalla società. Parte della società, del suo zoccolo, non arroccati nel Palazzo che quella società sovrasta. Selezione interna ai partiti: deve essere garantita da filiere dif ormazione e di legittimazione che affondino le loro radici nel sociale. I partiti non devono "guidare", "spiegare" (come sento dire) devono "ascoltare" e "raccogliere", tutt'al più "sintetizzare" quel che viene dal basso. In questo la rete, con le sue tecnologie in continua evoluzione, può offrire già oggi ma specialmente i futuro enormi opportunità.

2) Interessi: vanno aggregati coinvolgendo quelli progressivi e isolando quelli parassitari e regressivi, puntando quindi specialmente a un settore intermedio dell'economia che oggi è specialmente rappresentato dalla piccola impresa a base artigiana. Valorizzando gli operatori economici attivi nei territori.Sviluppando politiche di tutela e di incoraggiamento a vantaggio di chi si muove nella frontiera ambiente-turismo-trasformazione. Ritrovando la capacitàdi parlare al mondo degli allevatori e dei produttori dell'agropastorale.Puntando fortemente sul sistema integrato dell'istruzione e favorendo la crescita di una nuova generazione di ricercatori al tempo stesso organici almondo dell'economia sarda.

3) Classe dirigente: occorrono modi nuovi di individuazione e selezione della classe dirigente. Una politica seria sa discernere tra il vecchio e il nuovo,tra il progressivo e il regressivo. Non si limita a riflettere come in uno specchio il coacervo aggrovigliato degli interessi (così come avviene oggi anche in Sardegna: sarei imbarazzato a dover dire in due parole quali interessi progressivi interpreti il Pd sardo) ma seleziona e si concentra sul fronte degli interessi che generano dinamismo e portano avanti la società. Chi sono oggi i protagonisti, qui e ora, del nuovo blocco storico? Quali certi sociali,gruppi, aree della società sarda ne fanno parte? Quali invece vi si oppongono?Ecco un tema sul quale bisognerebbe fare maggiore chiarezza.

Unprogetto per il futuro, insomma. E sui suoi interpreti.

E una politica che miri a quell'obiettivo.

E una sequenza di azioni che faciliti la sua conquista.

* Relazione svolta nella Giornata 2013 in onore d Paolo Dettori

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