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Occorre un progetto di profondo cambiamento

Uno spettro si aggira per la Sardegna: lo spettro della rielezione di Cappellacci alla Presidenza della Regione. Il peggiore Presidente della storia rischia di essere riconfermato alla guida della Regione per gli egoismi, l'insipienza e i bizantinismi dello schieramento di sinistra, progressista, e sovranista.

Proviamo a fare una simulazione. Tra otto mesi i cittadini sardi potrebbero essere chiamati ad esprimere la propria preferenza su almeno quattro candidati alla Presidenza della Regione: il candidato della destra Ugo Cappellacci, quello del centro sinistra, quello del Movimento 5 Stelle, quello di una possibile coalizione sovranista e indipendentista.

E' del tutto evidente che le divisioni all'interno dello schieramento progressista rischiano di riaprire le porte di Villa Devoto a Cappellacci. Infatti, in assenza del ballottaggio tra le due coalizioni piu' votate, ad essere eletto sarebbe prevedibilmente il candidato della destra, con poco piu' del 30% dei voti.

Tra i tre litiganti il quarto gode, e a perdere sarebbe la Sardegna. La destra dei palazzinari e dei cementificatori, quella che ha trasformato l'Amministrazione regionale in una bottega, quella che ha fatto strame dell'etica e della moralità pubblica, ha capito che per vincere deve solo facilitare e approfondire le divisioni all'interno dello schieramento progressista e sovranista. Alcuni segnali appaiono inequivocabili.

Uno su tutti. Il cambio alla direzione del quotidiano "L'Unione Sarda" ha portato ad una sensibile correzione della linea politica seguita in tutti questi anni da quel giornale. Dopo essere stato per cinque anni la cassa di risonanza della giunta Cappellacci, e ancora prima l'opposizione militante contro la giunta Soru, da qualche settimana ha iniziato una strategia dell'attenzione nei confronti delle tematiche sovraniste. E' lecito chiedersi: come si puo' conciliare l'apertura ai movimenti sovranisti con il sostegno alla giunta Cappellacci?

Sembra di cogliere in tutto questo non solo un cambio della linea editoriale teso ad intercettare il nuovo che si agita nella società sarda, in particolare i bisogni di autogoverno e di autodeterminazione di una parte importante del popolo sardo, ma anche un disegno machiavellico. Dare credito ai movimenti sovranisti può avere il significato di contribuire ad accrescere il consenso nei confronti di una candidatura capace di aggregare quella parte della sinistra che non si sente rappresentata dal PD e da SEL e di portare a sintesi la frastagliata galassia dei movimenti. Di per se tutto questo non sarebbe disdicevole, anzi, tutt'altro. Il sospetto è che però possa essere funzionale ad una strategia che punta a dividere l'elettorato progressista e sovranista.

Per essere chiari, questo non vuol dire che qualcuno deve rinunciare preventivamente a portare avanti il proprio progetto politico. L'esigenza è che, prima di riconsegnare la Regione alla destra, si debba esperire il tentativo di ricercare, all'interno dello schieramento progressista e sovranista, una candidatura unitaria espressione di un Progetto di profondo cambiamento della realtà politica, economica, culturale e istituzionale della Sardegna. Un tentativo, forse velleitario, che servirebbe anche a spuntare l'arma del ricatto sul "voto utile".

Una candidatura unitaria che rivesta carattere di novità, di freschezza, di affidabilità, di autorevolezza, di onestà. Se poi a fare il passo indietro fosse chi, in tutti questi anni, ha tradito le aspettative di rinnovamento e di cambiamento, e ha fatto dell'esercizio del potere (vedi la Presidenza della Fondazione del Banco di Sardegna) il suo tratto distintivo, tanto di guadagnato.

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