Blog
Il Papa, i giovani e i politici sardi
- 26 Settembre 2013
- Davide Fara
Era chiaro ai latini che la presenza di una grossa personalità oscurava quelle mediocri intorno a lui. Ma certo, tra quelli che hanno storto il naso prima della venuta di Papa Francesco nell'Isola, v'erano anche quelli che il naso e gli occhi se li sono asciugati col fazzolettino per la commozione che le parole di una personalità come Papa Francesco, nella sua profonda e diretta semplicità, hanno saputo suscitare.
È chiaro che chi non crede quel giorno aveva un buon alibi per non stare ad ascoltare le parole del Papa a Cagliari. Ma gli addetti a lavori, tutti, oltre ai fedeli, i politici e giornalisti di primo piano, non hanno fatto a meno di esserci, e magari erano in prima fila. Seppur per dovere istituzionale o di cronaca. Mentre il Papa parlava a tutti, dunque, agli assenti, ai credenti, ai non credenti, a parolai e mistificatori, ai venditori del fumo della Saras nelle nostre TV private, o agli omertosi delle nostre TV pubbliche, lui, Francesco, abbracciava idealmente le responsabilità di tutti.
Nell'affacciarsi nella porta di casa nostra e guardare così, in faccia la crisi, con coraggio e compassione (la faccia era quella degli operai della Green Island e dei cassintegrati, degli imprenditori, degli agricoltori, dei giovani, degli ammalati, dei carcerati, degli uomini di cultura), Francesco ha visto la crisi di tutti. Di quelli che in nome del Dio denaro creano distruzione di terre e di persone che lì vi abitano. Era come se il Papa, proprio mentre parlava a queste categorie (persone vere in carne ed ossa, tanto da eliminare il protocollo) stesse parlando ad altri. Francesco parlava a chi la crisi la causa e a chi la crisi la subisce, a chi dalla crisi si arricchisce e si avvantaggia e a chi la crisi la nega o la delegittima alla responsabilità d'altri.
Lo ha detto chiaro Francesco: i cristiani devono essere "Furbi come serpenti, e candidi come colombe". Poiché si sappia che mentre parliamo in faccia alla crisi, 'noi', i cristiani, sappiamo chi sono i responsabili. 'Noi sappiamo' chi potrebbe cambiare il corso delle cose e non lo fa, o non lo vuole fare. Conosciamo chi impedisce ad altri di andare al largo per gettare le proprie reti e pescare non solo per il proprio tornaconto. Il Papa sa chi ha paura di un pescato molto fruttuoso. Ha detto che le parole dei giovani in politica sono musica nelle sue orecchie. Poiché i giovani parlano con un altro linguaggio, e con in più la speranza di un futuro migliore. Anche le orecchie dei più distratti e dei 'responsabili', davanti ad un Papa in visita nell'isola, si sono dovute piegare, anche fosse per un secondo, a sentire quel messaggio...
La domanda non è, ora, cosa resterà di quel messaggio nei responsabili del 'disastro' in Sardegna, e nel mondo. La domanda è: che cosa resta nella consapevolezza dei principali attori che soffrono la crisi: cassintegrati, giovani, emigrati, vecchi ed anziani, cristiani e non, delle parole del Papa? Che cosa resterà di quel 'noi' che responsabilizza tutti, quando in quel 'noi' è anche compreso un 'uomo venuto dalla fine del mondo' che nel Largo Carlo Felice Domenica scorsa pregava apertamente: "Signore, insegnaci a lottare per il lavoro..."?
Vorranno i sardi alle prossime elezioni prendere il bandolo della matassa della crisi, o si autoeleggeranno nuovamente quali vittime sacrificali di li governerà ancora per cinque anni? Cinque anni di sofferenze e di punizioni per una schiavitù che si sceglie volutamente di espiare? Quale è la colpa dei sardi? Il non essere capaci di distinguere nei fatti, dopo tanto fumo negli occhi (Saras, Chimica verde, carbone, Sulcis, La Maddalena...ecc) il lupo dall'agnello? Se i latini dicevano 'ubi maior minor cessat', c'è da augurasi allora che la variante sarda non diventi: 'ubi maior minor restat'.










