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La mostra del libro di Macomer e la crisi della cultura in Sardegna
- 25 Ottobre 2013
- Davide Fara
Scoprire la radice antropologica della cultura, e al tempo stesso la sua universalità, sconvolge i piani del sistema di 'appartenenza' in cui siamo stati abituati a vivere. Facciamo un esempio: Ziu Michele non è andato alla scuola dell'obbligo, ma sa fare bene il suo mestiere.
Usa la sua lingua (con la quale parla e scrive), magari compone versi, legge libri scritti nella sua lingua, e parla ai suoi nipotini con la stessa lingua con la quale sua madre parlava con lui. Esattamente come sua madre, dunque, anche lui tramanda la sua cultura. In una misura per lui netta e distinta da quella che può essere un'altra lingua.
La generazione dopo quella di Ziu Michele ha imparato un'altra lingua. Un'altra cultura sui libri di scuola, ore di vita propria nelle aule scolastiche divise per diverso ordine e grado. Il nipote di Ziu Michele non sa parlare o scrivere nella lingua di suo zio. Così come Ziu Michele non sa parlare e scrivere la lingua di suo nipote così come lui fa. È chiaro che da un punto di vista 'culturale', in appena il tempo di una generazione, si è consumata una frattura comunicativa, antropologica, programmatica: visioni e mestieri orientati all'interno di un diverso orizzonte culturale.
La domanda ora è: chi è più acculturato tra loro due? E che cosa dà la patente d'ignoranza, o acculturazione, a loro o ad un intero popolo? Il riconoscimento sociale del proprio lavoro? Il cambiamento della lingua d'apprendimento – a Michele come a suo nipote - sono stati giustificati e 'motivati' proprio nella possibilità concreta, di poter un giorno diventare, per suo nipote, avvocato, medico, insegnante ecc...
Se l'apprendimento di una nuova lingua è espressione di appartenenza ad un altro popolo, e ad un altro luogo, questo, in termini di ritorno e prestigio economico produce, o ipotizza sempre di produrre, vantaggi e benefici per quell'individuo che così la mette in essere, operando nella società in cui vive. La possibilità concreta di fare, attuare, creare 'altre' occasioni secondo un'altro orizzonte territoriale e linguistico, con un diverso punto di riferimento spesso produce nuova economia e nuova cultura. Così l'apprendimento di un'altra lingua appare come un colpo di reni dato dalla volontà, dallo sforzo, dall'umiltà e dalla ricerca di senso per migliorare una propria, e collettiva, prospettiva futura. Così come avviene per chi decide di apprendere l'inglese, o lo spagnolo. Ma rispetto a Ziu Michele e suo nipote, però - senza una istruzione paritaria tra i due le due lingue – è possibile fare l'equazione ed essere considerati 'laureati' in italiano ed 'ignoranti' in sardo? Oppure ignoranti in italiano e 'laureati' in sardo?
Secondo punto: una società conservatrice è di fatto 'ostile' al cambiamento. Di fatto 'ignora' - volutamente o meno - le potenzialità che arrivano dall'esterno del proprio sistema di equilibrio e potere. Snobba, contrasta o sottovaluta tutto ciò che non sia destinato al mantenimento della propria posizione di conservazione: che - diremo - autogenerante. È un dato comune all'esperienza di ciascuno di noi il fatto che in Sardegna si ha quasi paura di parlare liberamente di nuove idee. O promuovere liberamente nuovi progetti condivisi. Dare riferimenti sensibili o progettuali, intorno al proprio orizzonte professionale, spesso è controproducente. Nella sua conservazione, anche questo appare essere come un gesto riservato e/o autoreferenziale e/o concluso, stabilito e deciso in partenza per quello che dovrebbe essere l'auspicato risultato finale. Questo atteggiamento, però - nel campo della cultura - è una contraddizione in termini. L'idea di 'monocultura', infatti, è un'atteggiamento di chiusura che risulta in netta contraddizione con quel moto di apertura e curiosità proprio del conoscere nei libri. Se poi questo non trova/manifesta/escogita/riesce all'interno di un'utilità condivisa nella vita reale, anche il gesto della Cultura diventa un'operazione 'stanca', d'élite, non aderente alle molteplici e varie risposte proprie del tempo in cui si vive. Di fatto diventa 'conservativa'. Poco importa quale sia l'appartenenza al proprio schieramento politico. Si può essere anche più conservatori a sinistra, se l'atteggiamento è di chiusura rispetto alle esigenze del proprio tempo.
Sia chiaro, la Sardegna soffre un grande male, che è appunto quello generato dagli effetti 'non positivi' di una lunga 'conservazione' bipartisan, che porta a rallentare, scoraggiare, far 'tediare' ogni sforzo o tentativo di cambiamento. Rendere le cose a volte semplici o difficili, complesse, è un brand sardo di difficile esportazione, poiché già poco appetibile in loco. La sensazione comune di 'perdere tempo', quando si propongono soluzioni è sensazione che tutti i sardi in Sardegna (o in luoghi simili) abbiamo provato almeno una volta quando dall'altra parte trovavamo chi neppure ci degnava di un ascolto. Eppure, anche quando non si colpisce a vuoto - o non si raggiunge la meta - scoprire la direzione, per provare ad arrivare a destinazione, è sempre il primo passo.
Brevi conclusioni: se dunque il libro (in Mostra in questi giorni a Macomer) scritto e parlato nella lingua di Ziu Michele e di suo nipote, è sintesi di una cultura e della conoscenza di un singolo e del popolo a cui appartiene, esso è (anche) momento di 'transito' obbligato dalla propria cultura verso le 'altre' culture. Tutte le Culture sono in grado, più o meno, di dare risposte e soluzioni ai problemi che viviamo oggi, a seconda che altri uomini, cose o animali, si siano cimentati ed abbiano risolto prima di noi un 'nostro' problema. La conoscenza e le informazioni contenute nei libri, dunque, sono sia strumenti per conoscere le cose fissate nel tempo, che possibili chiavi di volta per risolvere il dilemma del contrasto tra culture ed appartenenze proprio del presente, in modo da potersi proiettare nel futuro in maniera certamente più consapevole.
È davvero una cattiva sensazione quella che spesso si avverte quando si parla generalmente di cultura e la si deve necessariamente coniugare al passato. Molte cose stanno cambiando, oggi, e lentamente. Anche in Sardegna. Sono spesso quelle che non hanno proclami. Altre fanno passi da giganti al contrario, nel senso opposto. Se cultura significa 'fare rete di informazioni all'interno di una conoscenza condivisa' essa, allora, in primo luogo dovrebbe abbattere un concetto di 'monocultura' troppo spesso radicato in certe idee identitarie. In secondo luogo è necessario trovare soluzioni alla crisi. Ma forse le due cose vanno esattamente di pari passo. Tanto più urgente, allora, diventa programmare un'aderenza politica che risponda esattamente al dettato della crisi odierna, per rispondere in forma di Cultura di metodo e non di prassi alle esigenze di oggi. Ora per domani servono risposte operative all'operato di ogni singolo per il bene collettivo. Quando i tempi di organizzazione del fare e del sapere saranno in grado di coinvolgere finalmente in maniera chiara, allargata, condivisa le diverse competenze esistenti e ancor di più necessarie (per richiamarne delle altre, ove mancassero, in uno scambio di proficua competizione), tanto più la ricerca di una fisionomia propria, identitaria in una strategia definita, potrà muoversi e dare valore e senso – forse nuovo, forse antico - a ciò che necessita risposte. Forse solo l'apertura al dialogo sospesa a metà tra cambiamento e conservazione, all'interno di una capacità culturale dialettica, può dare una risposta alla domanda di cultura e di altre 'culture', che in tanti, giovani e meno giovani, riconoscono essere sempre più necessaria e 'vitale' per la Sardegna, ma non per la sopravvivenza di un sistema che cerca disperatamente d'impedire ormai da anni che frani su sé stesso.
E in quest'ottica, allora, che si inquadra il lavoro dell'Associazione Nino Carrus fatto negli ultimi due anni. "Il valore della cultura: creazione, sviluppo e gestione di un Distretto culturale internazionale del Marghine", è il titolo del Premio 2013 chiuso lo scorso 15 Ottobre. Entro Dicembre si decideranno i vincitori.
Nelle intenzioni degli organizzatori c'è l'auspicio che questo possa essere l'inizio di un nuovo fermento creativo ed operativo. Fatto dall'incontro di soluzioni ottimali per provare a rispondere alle soluzioni della crisi della Cultura nel Marghine. Marghine inteso come 'Margine', terra di confine tra diverse appartenenze. Centro e luogo di passaggio, scambio anche permanente, tra le varie periferie dell'Isola.










