Blog
Oltre questo passato infinito c’è il futuro, archiviamolo o ci rimarremo impantanati
- 14 Ottobre 2014
- Daniele Cau
Le politiche di contrasto che l'amministrazione pubblica, a tutti i livelli, ha contrapposto e contrappone alla crisi economica sono inadeguate allo straordinario stravolgimento degli equilibri economici che ha caratterizzato l'ultimo ventennio.
Quando il Mondo era diviso in due blocchi, quello occidentale costituiva quasi per intero il mercato mondiale gestendo buona parte delle risorse del Pianeta. Un miliardo di persone producevano e consumavano buona parte delle risorse prodotte in un Pianeta che ne contava sei miliardi Consegnato alla storia il blocco comunista, aperte le frontiere non solo dal punto di vista commerciale ma anche da quello dello scambio di conoscenze, la ricchezza ha cominciato a defluire dalla parte del mondo più ricca a quella più povera.
Si tratta di paesi dove i salari sono bassi, le tutele sociali deboli, ma il livello tecnologico è ormai omogeneizzato al mondo ricco. In questo quadro globale l'Europa si trova zavorrata da un processo di unificazione lento che accentua invece di lenire gli squilibri economico-sociali tra nord e sud del Continente.
L'Unione Europea si presenta oggi come un colosso burocratico che in nessun modo è riuscito a sostenere le regioni più deboli. Il Sud Europa permane in una crisi di eccezionale gravità, qui i sussidi dei fondi europei, se spesi, finiscono per foraggiare gruppi di potere e clientele non riuscendo a disegnare le linee di un nuovo modello di sviluppo.
L'Italia, dal canto suo, ha le sue difficoltà peculiari già da sole sufficienti a configurare una matassa inestricabile. Imponente debito pubblico, elevatissima imposizione fiscale per aziende e cittadini, parte ingente della spesa pubblica dissipata nella corruzione e nel voto di scambio. Un Paese dalle grandi risorse sia ambientali che umane, campione di bellezza, cultura e creatività si trova ingabbiato dalle corporazioni, dalla burocrazia e dagli intrecci di potere politico- economici.
La Sardegna si trova, nell'ambito del quadro nazionale, in una posizione periferica e cumula quindi ulteriori debolezze. Alla fine degli anni ottanta un quarto dei lavoratori sardi era occupato nella pubblica amministrazione, nel sud Italia era un quinto, una piccola parte, circa il 12% era occupato nell'industria nata e cresciuta grazie a un continuo finanziamento pubblico, e lo stesso allevamento ovino, tipico dell'isola, era ed è sostenuto da contributi europei e regionali.
L'economia non finanziata dallo Stato, a parte il turismo, è marginale, insufficiente a consentire un'indipendenza economica e uno sviluppo consono agli standard europei. Non si tratta certo di stigmatizzare l'intervento pubblico bensì le modalità che lo rendono più vicino all'assistenza strutturale piuttosto che un sostegno di progetti capaci di camminare da soli. Si tratta per la Sardegna di trovare il coraggio di una massiccia spending review che consenta di racimolare le risorse per un forte rilancio della produzione agricola, della trasformazione dei prodotti dell'agricoltura e della loro commercializzazione.
Un altro settore su cui investire è quello della cultura e della storia dell'isola, rafforzando in particolare lo studio delle civiltà che nell'antichità hanno popolato la Sardegna. Comprendere in particolare il ruolo che una civiltà come quella nuragica possa aver avuto nel Mediterraneo del secondo millennio a.c. incrementerebbe l'interesse di potenziali turisti sia italiani che stranieri. Agricoltura, cultura, turismo, innovazione sono le uniche via di uno sviluppo economico futuro.
La Sardegna, nell'occidente impoverito dell'economia globalizzata, non può avere sviluppo che puntando sulle sue peculiarità, utilizzando le risorse pubbliche come grimaldelli dello sviluppo piuttosto che come risorse di consumo.










