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La Sardegna di domani: PAESI

Il tema è così grande che non saprei da dove cominciare, e penso che racconterò un pezzo della mia esperienza di amministratore, di uno che è nato più di mezzo secolo fa in un piccolo paese, ci ha vissuto, è andato e tornato e poi da grande infine è di nuovo nel suo paese per fare l'amministratore.

Non ho nessuna lettura originale, nessuna certezza.

Vi rimanderei sul tema della formazione delle città a Frederich Engels, nasceva in Germania proprio un 28 novembre, nel 1820, lo sentivo rievocare da Radio3 questo pomeriggio. Ha scritto molte pagine del "Capitale" con Marx. Figlio di un industriale, dopo il '40 è a Manchester a dirigere l'industria tessile del padre, e vede, studia, racconta la rivoluzione industriale mentre a Londra Charles Dickens sta vivendo nella tumultuosa metropoli inquinata, brulicante di poveri, di operai bambini e contadini asserviti a un nuovo ordine.

In Sardegna in quegli anni Cagliari e Sassari stavano poco sopra e poco sotto i 50mila abitanti rispettivamente. Gli altri 400-500mila sardi distribuiti nella vasta campagna, organizzati in paesi compatti.

La nostra industrializzazione, anche quella più impetuosa, capitalistica, quella dell'industria mineraria nel Sulcis prima fra tutte, non ha formato grandi agglomerati urbani.
La terziarizzazione, gli uffici, gli impieghi, tendenzialmente pubblici, lo hanno fatto di più, hanno contribuito a gonfiare le aree urbane, e principalmente una, quella di Cagliari, dove ora vive - a stringere l'occhio sulla città e l'hinterland - un quinto della popolazione sarda; ad allargarlo, lo sguardo - dall'area urbana a quella cosidetta metropolitana - la metà dei sardi di oggi.

La rete dei nostri paesi è fitta come un secolo fa, forse un po' meno di tre-quattro secoli fa, nel lungo medioevo sono nati e morti una miriade di piccoli e piccolissimi villaggi.

Viviamo lo spopolamento come un dramma o poco meno,
anche perché per una questione di età, chi fa parte oggi della classe dirigente è nato, e ricorda o sente ricordare i bei paesi del tempo andato, gli anni '50 quando la Sardegna raggiunse il picco della popolazione nella sua storia. Il mio paese e molti paesi di quella dimensione avevano almeno un terzo di abitanti in più di oggi, c'erano bambini, nelle case e per le strade, uomini al lavoro nei campi e donne attivissime in casa e nella vita comunitaria, che ci sembra di ricordare che vibrasse. Come le canzoni degli anni '60, altrettanto indimenticabili. Ma la nostalgia fa anche brutti scherzi, non ci fidiamo troppo. Nei paesi c'era povertà materiale e a volte anche morale, nel mio in quegli anni una faida terribile con molti omicidi, paura, silenzio, ricatti, sottomissioni.

Cosa sono oggi i nostri paesi? Penso siano quartieri, piccoli quartieri della grande città che abitiamo tutti da qualche decennio.
Non sono luoghi di produzione, se non alcuni, e in piccola parte, nemmeno di produzioni agricole. Sapete tutti a Macomer che di latte in Sardegna ce n'è sin troppo, che il formaggio può tenere sui mercati se se ne produce in minori e non in maggiori quantità, che zitto zitto il sistema è riuscito a eliminare in pochi anni alcune centinaia di migliaia di pecore, molti centinaia di pastori.

Mi ha sempre colpito il dato che da cronista di un giornale in Gallura con gusto replicavo negli articoli: a Olbia ci sono più pastori che ad Orgosolo, Orune, Fonni, e molto più latte, ci sono anche più buddusoini che a Buddusò e più bittesi di quanti siano rimasti a Bitti (e più pastori buddusoini e bittesi che nei loro paesi d'origine). Così è a Sassari e nella Nurra, e tutte le piane irrigue hanno attirato greggi, pastori, spostandoli dai paesi della lunga tradizione dell'allevamento ("lunga" senza esagerare: la pastorizia sarda esplode un secolo fa, esplode quando i laziali cominciano a fare i caseifici in Sardegna. Attenzione ai falsi miti...)

Dunque non si produce quasi più nella campagna sarda e non sono certo i paesi il luogo decisivo, non dal punto di vista dell'economia agricola e dell'allevamento. Nella migliore delle ipotesi si fa presidio ambientale e paesaggistico, quando non si è contribuito a distruggere, compromettere, il paesaggio (per esempio incoraggiando gli investimenti in enormi capannoni e sale mungitura).

Sono i paesi semmai luoghi di consumo, e del consumo più scadente, alla stregua delle periferie urbane. Guardate ai dati del consumo di formaggio e di carne in Sardegna, per dire due prodotti di cui ci intendiamo, la provenienza dell'uno e dell'altro prodotto, la loro qualità.
Non si trovano di norma nei paesi i cibi genuini, non più che in città. Anzi. (Compreso il formaggio di Sedilo, di Santulussurgiu). Diceva un presidente di Provincia: "I sindaci dell'interno vengono a chiedermi strade, e io capisco che servono a far raggiungere in minor tempo dai paesi le città mercato, nelle periferie dei capoluoghi...."

Il pastore, e l'agricoltore in Campidano lo stesso, è totalmente all'interno del sistema capitalistico di produzione. Va in campagna a portare mangime e sementi e torna indietro con il latte, o i carciofi, da versare, ininfluente sull'origine, il valore, il prezzo del primo (il mangime), ininfluente sulla destinazione del latte prodotto, anche quando pensa di decidere a chi dare il latte fra gli industriali che se lo contendono (a volte fingendo). Falsa libertà, il prezzo è quello, "cartello" o no gli industriali da lì non si scostano. Si dirà: è il mercato, bellezza! Ed è un progresso, e ci sarebbe la cooperazione come alternativa.

Non sarà mai esistito in realtà, ma era della nostra antropologia: il sogno del pastore, che tutto quello che l'occhio abbracciava era suo, i pascoli infiniti che sognava di conquistare un giorno, nelle transumanze. (Ci sono pagine bellissime in Salvatore Satta e prima in Tolstoj su questo miraggio. E Antonello Satta - a proposito di "Città e Campagna" - raccontava del piccolo proprietario fonnese che scrutava l'orizzonte, e diceva: "Vorrei che tutti i terreni che vedo io fossero i miei, e quelli che non vedo di mia moglie..."). Ora se ci si azzarda a saltare un muretto a secco, sono guai. E i cani che ti saltano addosso possono essere i cani del professionista che si è costruito la villa in campagna.

La campagna non sembra più un luogo di libertà se mai lo è stata.

Il mito dell'uomo forte e balente che la abiterebbe, rodato dalla durezza della natura, già abbastanza costruito da altri (dipingevano una Sardegna di comodo, che trasformava i banditi fieri in soldati coraggiosi...)
è un residuo spento, si chiama bullismo, che il bullo vada a piedi, in scooter, o che vada a cavallo.

I miti, la nostra stessa mitologia, costruita da altri, dalla città, dall'esterno, possono tornare a fregarci.

"Autunno in Barbagia" può fregarci, il marketing territoriale può fregarci, questo insopportabile marchio imposto a ciascun paese, "Sedilo paese dell'Ardia", Ottana dei merdùles, Oristano dei mostaccioli, e così per quattrocento volte, una per paese. Semplificano e mortificano, impoveriscono, banalizzano, per una malintesa promozione turistica che si risolve in nulla, all'Ardia e a Ottana, con l'invasione di qualche ora e la gente che se può salta il paese per andare dritta all'"evento". Ce l'hanno imposto altri e noi crediamo di poterne godere.
Così ci sorprendiamo a scoprire che in un paese c'è invece anche altro, molto altro. Compresa la povertà, miseria, e magari novità interessanti, fuori dai cliché. Mai letto su un giornale locale che a Sedilo c'è il più grande allevamento di capre della provincia di Oristano.... Così non lo sanno nemmeno la gran parte dei sedilesi. O del caseificio che fornisce formaggio biologico a circuiti esigenti delle città tedesche.

In paese ci sono le stesse tensioni della città, spesso si manifestano anche prima, a saperle ascoltare. E' successo a Sedilo qualche giorno prima che a Roma a Tor Sapienza, la "rivolta" contro gli immigrati. Certo, nella nostra piccola dimensione, ma è successo che si sono presentati insieme sotto il municipio una decina di iscritti alle liste delle povertà e altrettanti commercianti. Erano assistiti da quattro forestieri del movimento dei forconi, questi sì un po' fuori tempo.

Innalzavano uno striscione: "Fuori gli stranieri da Sedilo". Poi ciascuno cercava la soluzione per sé, e gli stranieri che danno fastidio sono gli stranieri residenti che chiedono di entrare nelle loro stesse liste. Per esempio no quelli che hanno le case popolari nelle palazzine che ai sedilesi non interessano, mentre le villette ex Iacp quelle sì, sono contese. Per esempio tutto bene per gli albanesi che lavorano in campagna, nei caseifici, ai sedilesi non interessa troppo nonostante sia lavoro serio, retribuito, contrattualizzato. I commercianti protestavano per le bollette Tari, qualcuno aveva detto loro che le aveva decise il Comune. Non sono organizzati in nessun sindacato di categoria, non si accorgono quando sta nascendo la legge che li frega, si svegliano, ci svegliamo, quando ci arriva la bolletta a casa. Hanno storie alcuni di loro di cose fatte in nero, imprese che non accettano un lavoro proposto dal comune anche di 40mila euro, perché devono fatturare... Ma insomma, il malessere delle categorie è questo. Incoerenti come tutti siamo, senza coesione. Protestiamo per l'alto costo dello smaltimento dei rifiuti ma magari stavamo nei comitati dei No agli inceneritori, così ci teniamo i vecchi, e le bollette più alte d'Italia.
C'è tutto il portato del berlusconismo e ahimè del renzismo di questi tempi, e il Salvini che si portano dietro, con la distruzione dei sindacati, il rapporto populista fra il capo e la gente che guarda la tv, lasciandosi aggirare sinché si accorge che le parole d'ordine che infiammano le dice appunto Salvini, il malessere va scaricato così.

Come vedete, questa è la città o il paese?

Stamattina la prima mezz'ora in comune l'ho dovuta dedicare a un ex carcerato, reduce da 10 anni di prigione, innocente si proclama, in regime di libertà vigilata, deve venire dal sindaco a dimostrare di essere in paese. E' stata sfrattata dalle case popolari la compagna che lo ha aspettato. E' originario di una città del Continente, ma non ha nemmeno lì la residenza.

Siamo tutti così, senza residenza.

Che speranze abbiamo? Non ho dubbi: partecipiamo al dibattito su cosa diventa la città e cosa la campagna. E' la stessa discussione.
Si fa nelle università, in Europa, negli Stati Uniti, leggendo libri, in biblioteche come questa dove siamo ora.
Lo dico perché quel che diventa Sedilo, Silanus, Gavoi, Oristano, Macomer, lo si sta decidendo in Europa, quando va bene.
L'Unione Europea tende a non considerare più la campagna luogo di produzione, è assai più radicale di me in questa lettura.
La campagna è industrializzata, le fabbriche si localizzano dove è meglio, ed è meglio lontano dalla città. E in città ci sono gli orti urbani: nelle megalopoli del Terzo Mondo si producono più ortaggi e frutta negli interstizi della città (sui terrazzini, sui bordi delle strade sterrate, con il letame dei bagni pubblici...) che nella enorme campagna (che stanno comprando le multinazionali, o la Cina).

Forse non dobbiamo accettare di essere periferia, pensando che è il prezzo da pagare per stare in campagna, in paese. Dobbiamo pretendere di essere in città. Cittadini, dice qualcosa questa parola? (Pagare il pullman dei nostri nipoti che vanno a scuola da Sedilo a Macomer o a Nuoro o Oristano quanto paga chi sta in quei luoghi, non un euro di più, nemmeno in anticipo aspettando che il comune ti rimborsi, per esempio).

C'è un modo di stare in paese e in campagna in alcune regioni d'Europa, prendete la Normandia, la Bretagna. Sono vuoti anche quei paesi, non hanno nemmeno il sindaco a portata di mano, certo belli, ben tenuti, alti redditi, qualità della vita, accesso alla cultura. Ma ho idea che dipenda dal fatto che la città tira, tira Marsiglia grande città in sviluppo, così Caen, Rennes, e l'industria fiorisce, quella aerospaziale, informatica, e Le Havre ha ancora industria di ogni genere e un gran porto integrato nella città che è patrimonio mondiale dell'Umanità. Poi gli ingegneri ospitano a casa la sera nell'annesso B&B i turisti italiani, che non capiscono più cosa devono invidiare....

* Giornalista e Sindaco di Sedilo

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