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A proposito di Pluriclassi

Il 36,2% degli studenti sardi non arriva al diploma. E' un dato sconvolgente che dovrebbe imporci una riflessione. E che, se non altro, dovrebbe portarci a mettere in discussione l'attuale sistema visti i non eccellenti risultati.

Invece riguardo il piano di dimensionamento scolastico varato dalla Giunta di Francesco Pigliaru e la polemica che ne è seguita la cosa che più mi ha colpito è stata, in mezzo a tante argomentazioni meritevoli e degne di essere prese in considerazione, la strenua difesa dell'esistente in quanto tale.

La difesa del piccolo mondo antico, buono perchè "rodato","sperimentato", "sempre esistito". Buono perchè antico, appunto.
Ma frasi come "le pluriclassi ci sono sempre state", "meglio una scuola di serie B che nessuna scuola" sono inconcepibili per il mio modo di ragionare.

Attenzione: metto in conto di poter essere io a sbagliare. Non pretendo di avere la verità in tasca e intendo esprimere, in questa sede, quella che è la mia opinione. Un opinione grezza, data dalla valutazione empirica di alunno e studente.
E oggi, pensando ai bambini sardi e alla loro scuola incasinata, la mia preoccupazione non è per i 23 alunni di Osini costretti ogni giorno ad andare a studiare in pulmino a Ulassai (2 km, di salita impervia ma pur sempre 2 km).
Sono più preoccupato per gli 8 bambini di Usassai che l'anno prossimo frequenteranno ancora una pluriclasse che non è stato possibile accorpare ad altri comuni vicini e che vedrà studiare insieme alunni dai 6 ai 10 anni. Tutti insieme appassionatamente. In molti casi i genitori hanno già iscritto i loro figli nelle scuole vicine. A spese loro, ovviamente, creando una differenza inconcepibile tra i figli di "chi può" e quelli di "chi non può".

Difendendo le pluriclassi non si difende l'uguaglianza, si difendono le differenze. Enormi e atroci perchè riguardano bambini.
Si difende un sistema comodo, forse. Rassicurante, forse. Ma non certo virtuoso e complice di un dato della dispersione scolastica che ci dovrebbe far vergognare ogni secondo della nostra vita.
Va assicurato il presidio dello Stato nei piccoli centri, certo. Ma lo si deve fare avendo a cuore il diritto di un bambino di 6 anni di Triei di poter imparare a leggere e a scrivere come un suo coetaneo di Cagliari o di Carbonia, e non essere affidato a una maestra alle prese nelle stesse cinque ore con tre programmi di studio diversi.
E non si tiri in ballo lo spopolamento delle zone interne, per favore.
Sono fortemente convinto del fatto che la Sardegna possa avere una speranza e un futuro di ricchezza solo partendo dalle proprie aree interne e dal proprio territorio.

Ma le politiche cosiddette anti spopolamento vanno ripensate. Cancellate e riscritte.
Oggi abbiamo parti importanti di Sardegna destinate, se non si cambia registro, a diventare paesi fantasma. Questo nonostante le politiche edilizie siano state spregiudicate e abbiano permesso di costruire molto piú di quello che effettivamente fosse utile.
Questo nonostante la ripartizione delle risorse regionali privilegi i piccoli centri a scapito delle grandi città, generando una spesa non sempre utilizzata bene e ormai fuori controllo (un abitante di Baradili concentra 8mila euro di risorse regionali, ogni cagliaritano 300).
Questo nonostante il livello delle tasse locali sia infinitamente piú basso che nelle periferie delle città.
Questo nonostante, in alcuni casi con evidenti forzature e con pessimi risultati, sia stato consentito a realtà spopolate di mantenere scuole e presidi sanitari.
Scuole di serie B, dove molte famiglie già da tempo si rifiutano di iscrivere i figli. Ospedali dove gli stessi abitanti fanno di tutto per non farsi curare perchè sotto gli standard minimi e il numero di casi minimi curati per dare un servizio sicuro.

Vi do una notizia: perseguendo questa via niente salverà i nostri paesi dallo spopolamento e dalla scomparsa. Non è trattenendo i bambini a frequentare una scuola che non regge il confronto con le altre che si salvano le comunità e si presidia il territorio.
Le piccole comunità si difendono assicurando ai loro abitanti standard di scolarizzazione, assistenza sanitaria, accesso ai servizi uguale in tutto il territorio della Sardegna.
Il presidio territoriale dello Stato lo si deve assicurare senza penalizzare l'obbligo scolastico dei piccoli. Senza giocare con la preparazione e il futuro dei bambini. Lo si può fare seguendo esempi virtuosi, come quello messo in pratica nel comune di Escolca dall'amministrazione del compagno Eugenio Lai, per esempio.

O seguendo una proposta intelligente che mi ė stata suggerita da Angela Quaquero, presidente dell'ordine degli psicologi che propone di utilizzare le strutture delle 29 scuole chiuse dal piano di dimensionamento per attività serali e per il doposcuola.
In parallelo con la scuola dell'obbligo, frequentata la mattina in classi composte nel paese vicino, i bambini potrebbero frequentare i plessi scolastici dei loro paesi nel pomeriggio. Si potrebbero valorizzare le scuole dei piccoli centri sperimentando l'insegnamento della lingua inglese e della lingua sarda.

Riflettiamoci.
Senza paraocchi, senza fucili puntati e senza logiche di scuderia: stiamo parlando di bambini e del loro futuro.

* Consigliere Regionale Sel

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