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Lettera dal paese di Qualsivoglia
- 08 Febbraio 2016
- Angelo Giuseppe Pisanu
Qualsivoglia è uno dei tanti paesi che interrompono la campagna in questo altipiano battuto dal maestrale della Sardegna e popolato da una comunità che è quasi una famiglia. La vita a Qualsivoglia trascorre placida e serena, intervallata dalle feste di paese e dalle stagioni. Ma la gente che vi abita ha memoria dei tempi in cui la miseria, l'emigrazione, la fatica nei campi segnavano la vita e nelle feste l'ebbrezza dei balli, quegli sguardi incrociati e il vino forte potevano far tirare il fiato dal duro lavoro.
Ma come si vive oggi a Qualsivoglia? Perché la sua gente va via? Dove vanno? Certo, il lavoro qui, come nei vicini Borgoesempio o Villauguale è davvero poco, ma questo è così in tutta l'isola e forse in tutto il sud Italia. Eppure da questi paesi si scappa anche prima di cercare lavoro, si va via pur potendolo trovare. Chiedersi se questo sia giusto o sbagliato sa di moralismo e di giudizio, dunque non mi interessa, ma al contrario chiedersi il perché di questi fatti può dare interessanti chiavi di lettura sullo spopolamento dei nostri territori. E allora bandiamo i moralismi, puliamoci gli occhiali e proviamo a guardare. Nel dopoguerra Qualsivoglia (ma potremmo parlare anche di Borgoesempio o di qualsiasi paese simile) dava ai suoi abitanti un'offerta di vita, di socialità e di stimoli ben proporzionata alle aspettative; l'emigrato partiva con le lacrime agli occhi e nel suo cuore serbava spesso il sogno di un miglioramento economico con l'obbiettivo di tornare a casa. Oggi noi partiamo da Qualsivoglia col sorriso e forse anche col segreto sogno di tornare solo di tanto in tanto. E il primo passo fuori dalla porta di casa lo si mette spesso per gli studi universitari, dunque ancora prima di ricercare lavoro. Ma allora cosa succede? Succede che oggi tutti abbiamo viaggiato, tutti abbiamo internet, tutti abbiamo "assaggiato" il mondo e le nostre aspettative di vita sono enormemente cresciute.
Qualsivoglia invece è rimasto sempre quello e le sue feste che un tempo ritmavano la vita della comunità, ora sono un piacevole rimestare tradizioni e ricordi cristallizzati nel tempo. Un giovane del paese, che magari per sue vicende di vita è stato a Londra o che ama la musica o che è un creativo o che nel pieno della sua giovinezza e scoppia di curiosità, interrogato sulla vita sociale di Qualsivoglia potrebbe descrivere queste occasioni di festa in dettaglio per come accadranno nei prossimi dieci anni: le persone che ci saranno, le canzoni da cantare, i comportamenti e addirittura che tipo di drink scalderanno le nostre gole.
Nessuna occasione di stupirsi, di cambiare, di essere stimolati e di stimolare, di sfogarsi, di imparare cose diverse, di conoscere persone nuove. Ed ecco che spuntano fuori non più le valige di cartone, ma dei silenziosi trolley su ruote, silenziosi come quest'emigrazione non registrata. Quei trolley che ci indicano come fortunatamente tra chi è giovane il disagio sa trovare sfogo e soluzione in questo o in mille altri modi.
Ma se raffinassimo lo sguardo, vedremmo che forse tra chi giovane non lo è più, c'è un malessere più acuto e silente. Proviamo ancora una volta a mettere da parte il grosso problema del lavoro, (non perché sia secondario ma semplicemente perché non è il solo) potremmo vedere quanti uomini e donne di Qualsivoglia a cinquanta, sessanta settanta anni, pur non avendo problemi economici soffrano un acuto disagio sociale. Anche loro, come i loro figli, sanno quanto il mondo sia dinamico, quanto possa essere bello dar corpo alla propria creatività o sentirsi protagonisti di qualcosa ma, quale offerta ricevono? Ad esempio immaginiamo una donna di cinquanta anni che non guidi la macchina, cittadina di Qualsivoglia o di Villauguale o di Borgoesempio, e chiediamoci come passa le sue serate d'inverno? Difficilmente farà una valigia per cambiare vita, ma a quanti chilometri di distanza ha un cinema, una scuola di teatro, un locale interessante, un centro culturale attivo, una scuola di musica, una piscina, la possibilità di conoscere persone, essere stimolata, dare il meglio di se? E con quale facilità invece una sua coetanea trova le stesse cose in città? Per contrastare questo pessimismo cosmico che aleggia minaccioso su giovani e adulti non possiamo che riflettere come comunità di questi paesi e rivedere radicalmente la struttura dell'offerta di vita data a chi abita il nostro territorio, cercando sinergie, ascoltando i malesseri e ponendosi seriamente la questione dei trasporti. Se il territorio avesse la forza della città, la sua facilità di spostamento, la sua dinamicità nel rinnovarsi, nell'essere luogo delle potenzialità, nell'accogliere i creativi e non respingerli, allora forse le ultime catastrofiche previsioni demografiche potrebbero non avverarsi.










