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Lettera di Umberto Cocco: riflessioni sulla nostra storia (Anni 50/60)
- 20 Giugno 2016
- Umberto Cocco
Caro Fausto, ho riletto lo scambio di opinioni fra Matteo Marteddu e Pietrino Soddu sulla vicenda del documentario di Fiorenzo Serra "L'ultimo pugno di terra" che la tua associazione ha in programma di proiettare venerdì prossimo a Macomer, e vorrei sottoporti quest'altra storia che somiglia molto a quella, su un film belga del 1960, commissionato al regista dal Ministero dell'Istruzione pubblica perché raccontasse la felice integrazione degli emigrati italiani, polacchi, greci, nei villaggi minerari del Borinage e nel quale invece il governo non si riconobbe quando uscì.
Il film si intitola "Già vola il fiore magro" (da un verso di una poesia di Quasimodo), il regista è Paul Meyer. A lui andò peggio che a Serra: il film venne fatto ritirare dopo qualche mese, nonostante avesse fatto in tempo a farsi assegnare un premio in Italia al festival di Porretta Terme da una giuria composta nientemeno che da Zavattini, De Sica, Rossellini, De Sanctis. Il regista ebbe la carriera stroncata, e dovette impiegare molti anni della sua vita e delle sue entrate di documentarista emarginato per restituire a rate e con gli interessi l'anticipazione del Ministero dell'Istruzione pubblica per la produzione del film.
Ora Meyer (morto nel 2007) gode di una fama postuma enorme. Il suo film è uscito definitivamente nelle sale nel 1993, dopo che il regista ne aveva riscattato i diritti: a Parigi restò per settimane in programmazione in 48 sale, passò anche in Italia e in Sardegna, qui senza grande eco, nonostante ne sia protagonista una famiglia di emigrati sardi, di Ula Tirso.
Restaurato di recente dalla Cinematek di Bruxelles, è stato proiettato in prima mondiale nella versione restaurata il 1° giugno nella capitale belga, davanti alla figlia del regista, al direttore di origine italiana della cineteca, all'ambasciatore italiano in Belgio, al presidente dell'Istituto italiano di Cultura, con i mille posti della sala del Bozar tutti occupati, in parte da italiani di seconda, terza e quarta generazione, molta burocrazia colta e classe dirigente europea: c'era molta emozione, e un grande applauso liberatorio alla fine ha decretato il successo della pellicola che si sta replicando nelle sale della città e in tutta la Vallonia, in coincidenza con i 70 anni dagli accordi fra i governi italiano e belga che dettero inizio a una delle più grandi migrazioni europee del secolo scorso.
Si potrà vedere in Sardegna a luglio e agosto, a Ula Tirso e nelle piazze dei paesi del Barigadu che l'avevano messo al centro della ricorrenza già nei mesi scorsi, dando la versione del 1993 a Cagliari il 13 aprile nella sala della Fondazione di Sardegna, prima che arrivasse la notizia del restauro da parte dei belgi e il sindaco di Ula Tirso venisse invitato a Bruxelles dove fra l'altro sono stati concordati i tempi e i modi della distribuzione in Italia del DVD basato sulla pellicola restaurata.
Sarebbe bello che la tua associazione organizzasse una proiezione anche a Macomer, e magari a Sindia che è uno dei paesi da cui si emigrò in massa, e che nonostante sia un paese ridente e dai begli estesi pascoli della Campeda che conosci meglio di me, ha il primato del più alto numero percentuale di iscritti al registro degli emigrati di tutta la Sardegna.
Ma torniamo al film, e alle molte coincidenze con la vicenda di "L'ultimo pugno di terra", ai molti insegnamenti che ci lascia per la storia che racconta, al di là della sua vicenda.
Attorno a un minatore di Ula Tirso, Pietro Sanna, ruota la storia raccontata da Meyer: è questo giovane sardo magro e bruno che aspetta alla stazione di Flénu che lo raggiungano la moglie e i figli piccoli, mentre un compaesano sta tornando indietro, in Sardegna, in fuga da quell'inferno.
Non c'è mai nessuna indulgenza verso la rappresentazione cruda della vita terribile nei pozzi, dove la cinepresa non penetra mai, limitandosi a sfiorare l'imboccatura della miniera quando un ragazzo va ad aspettare il padre all'uscita. Il racconto è a tratti anche lieve, con i giochi dei bambini nelle scarpate delle discariche, le chiacchiere fra donne, i balli sul palco nel giorno di festa, l'apprendimento del francese con i buoni maestri del tempo, una bellissima scena in cui tutti in mensa intonano "Marina", canzonetta italiana di un emigrato come loro, Rocco Granata.
Ma domina tutto il realismo della vita nelle baracche di lamiera, che avevano ospitato fino a pochi anni prima i prigionieri dei nazisti e poi i tedeschi sconfitti. E anche quando lo sguardo si alza sull'orizzonte, è un'impressionante distesa di carbone che si svela, che sembra negare qualsiasi speranza ai ragazzi ai quali un uomo mostra questa desolazione dall'alto di una collina.
Il mood è la malinconia scorata di Pietro Sanna davanti al rimprovero della moglie per averle taciuto la verità sulla vita, la casa che li aspettava, lei e i suoi figli, e la tristezza di chi vuole tornare sapendo che i paesi d'origine sono in rovina dopo la guerra, e in preda alla miseria.
C'è in quella epopea che la Sardegna fa fatica a ricordare, e nel film, nonostante tutto il primo embrione della cittadinanza europea, come dice qualcuno. Ricordano volentieri i minatori, oggi ottanta e novantenni, intervistati per il progetto "Uomini contro carbone", (con il contributo della Fondazione di Sardegna e dell'Unione dei Comuni del Barigadu) da Simone Cireddu e Barbara Pinna. L'ultimo, l'altro giorno, Antonio Daga di Sindia: anche lui sapeva di essere nel film di Meyer, appena arrivato a Flénu e con la moglie incinta, che avrebbe perduto dopo qualche anno, quarantaduenne.
Sono storie dolorose ma non gli sembra vero che qualcuno mostri interesse per loro, e vengono fuori lo smisurato orgoglio dei minatori che la Sardegna già conosce dal Sulcis, ma anche altre inattese risposte: il rimpianto per essere tornati, e non essere rimasti lì, in un paese che in fondo ha saputo accogliere i figli e i nipoti. L'avere vissuto "come animali, come i topi", dice uno di loro, di Samugheo, non gli impedisce appena può di mettere la televisione sul canale satellitare della tv del Belgio, per sentire rievocare quella migrazione anche sua, che i sardi hanno rimosso.
Forse anche del documentario di Serra interessa quel che racconta e quello a cui poeticamente accenna, e su cui magari persino tace. E interessa che racconti una pagina della storia recente della Sardegna che non è stata ancora del tutto elaborata, come tu sai meglio di me per il bisogno che senti di tornare di tanto in tanto a quegli anni con le iniziative dell'Associazione Nino Carrus, non solo perché allora eri giovane ed eri con Carrus e Soddu un protagonista.
Ho stima e molta simpatia per Matteo Marteddu, mi piace la sua libertà e la serenità con la quale fa politica, pedagogia, e la leggerezza con la quale cammina per i sentieri della Sardegna, non solo metaforicamente. Mi diverte che Pietrino Soddu sia stato costretto dal suo compagno di partito nuorese - che ne avrà sorriso - al ruolo di uomo di potere, che difende la memoria di se stesso nella veste di assessore per una volta più attento agli equilibri della Dc che a contestarla dall'interno.
Nello scrivere del film belga sull'emigrazione mi rendo conto anch'io della retorica che si costruisce attorno a questo genere di vicende - e alla quale anche involontariamente si attinge - e credo che di retorica ne sia stata messa molta - come dice Soddu- dalla Cineteca Sarda per farsi bella a mezzo secolo di distanza dai fatti, senza tenere conto del contesto di allora e che in quella stessa Dc c'era forse lo sguardo occhiuto della censura conservatrice e reazionaria, ma anche l'avanguardia più avanzata e più colta che ci fosse nella politica sarda allora (lo dice uno che era allora un giovane comunista).
Complimenti a te, caro Fausto, per questo scambio che riproponi nel sito e che porterà pubblico - mi auguro - alla proiezione del documentario di Fiorenzo Serra venerdì, e perché ci permette di riflettere sulla nostra storia, a noi che non non ne sappiamo abbastanza, e alle giovani generazioni che forse non ne sanno nulla.










