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Lo spopolamento, la crisi della politica e il futuro della Sardegna (prima parte)

1. Per comprendere le cause dello spopolamento di molte aree della Sardegna è utile fare un lungo passo indietro: guardare la storia, riandare ad esaminare le condizioni dell'isola in tempi anche lontani, perfino di quelli per i quali abbiamo una documentazione molto scarsa sulla condizione e la distribuzione della popolazione nell'isola.
Per questo sono andato a rileggere John Day, lo storico franco-canadese che più di altri ha studiato il fenomeno, mettendo sul piano dei secoli la popolazione della Sardegna a confronto con quella delle altre parti d'Italia e di tutta l'area europea del Mediterraneo.
Day presenta un'immagine desolata dell'isola. Si alternano nel tempo brevi periodi di crescita e lunghi periodi di desertificazione umana. La condizione generale è quasi sempre molto difficile a causa delle guerre, delle carestie e delle epidemie, ma anche della cattiva amministrazione, dell'insopportabile carico fiscale, delle diverse forme di sfruttamento e delle angherie di ogni genere, praticate durante il lungo regime feudale e dopo la sua fine tardiva nell'Ottocento. Ugo Guido Mondolfo chiamava l'elenco dei tributi feudali, ancora ai primi dell'Ottocento, «il martirologio sardo».
Non è dunque la prima volta che la Sardegna si trova ad affrontare gravi fenomeni di decrescita demografica. La Sardegna è sempre stata scarsamente popolata, a cominciare dal tempo della civiltà nuragica. La diffusa presenza di circa sette-ottomila nuraghi può indurre a far pensare a una popolazione numerosa. Ma l'assenza di nuclei abitativi di adeguata consistenza intorno ai nuraghi, salvo rare eccezioni, rimanda a una popolazione diffusa ma numericamente scarsa. Tanto scarsa da non raggiungere mai, in circa millecinquecento anni di civiltà nuragica, una consistenza numerica in grado di dare vita ad agglomerati urbani paragonabili a quelli che negli stessi anni si venivano formando nel Medio Oriente, nell'Egeo e nell'Egitto. Anche i documenti del periodo fenicio-cartaginese e addirittura più estesamente quelli del dominio romano confermano che per centinaia di anni non solo le zone interne ma anche le frequentate città sul mare conobbero lo spopolamento a causa di eventi bellici, di pestilenze e di carestie.
Gli storici di un tempo alimentavano la leggenda di un'isola ricca di messi e piena di gente. Ma quello che sappiamo della realtà di quei secoli non lascia pensare a una Sardegna densamente popolata, soprattutto nelle sue aree più interne, più povere di risorse, più esposte ai rigori climatici e desolatamente isolate.
È vero che gli storici greci, romani e del Medioevo – quando si occupano degli eventi bellici del loro tempo – parlano di guerre con decine di migliaia di morti, feriti e prigionieri. Ma è risaputo che l'enfasi era la norma per gli scrittori del tempo. Gli studiosi moderni invece hanno messo in luce come fosse impossibile, in tempo di guerre che si succedevano a distanza di qualche decennio una dall'altra, una crescita demografica come quella che emerge se si prendono per buoni i numeri dei morti e dei prigionieri registrati – si fa per dire – negli antichi testi di storia.
Nessuno degli storici più recenti, comunque, neanche i più ottimisti, indica mai per la Sardegna una popolazione superiore a cinquecentomila abitanti perfino nel periodo di un qualche sviluppo urbano e rurale più lungo, cioè nei cinque o sei secoli che ruotano intorno ai tempi di Cesare e soprattutto nel dopo-Augusto.
Per l'Alto Medioevo e l'inizio dell'era moderna dalle cronache e ancor di più dai censimenti giudicali, aragonesi, spagnoli e piemontesi risulta che la popolazione ha oscillato sempre tra le 200.000 e le 350.000 unità.
Un'oscillazione molto alta, che viene spiegata oltre che dalle stragi delle guerre, dalla miseria e dal ricorrersi frequente di carestie e pestilenze.
Come ricorda John Day, nel Medioevo scomparvero quasi quattrocento villaggi.
Tutto questo ci dice anche che le cause dello spopolamento attuale sono diverse da quelle del passato e fanno pensare che l'adozione di qualche isolato rimedio economico non sia sufficiente a bloccare il fenomeno e invertire la tendenza. L'esame delle scelte del passato, quello remoto ma soprattutto quello più recente, è comunque utile e può servire a rendere più chiare le scelte che si possono e/o si debbono fare.

2. La storia ci dice che già nel passato remoto, oltreché in quello più recente, sono stati studiati o immaginati vari progetti per migliorare l'agricoltura, la pastorizia e l'amministrazione. Ci sono stati anche tentativi per la creazione di colonie di immigrati (come li chiamiamo oggi). Già i Fenici e i Punici, ma soprattutto i Romani, provarono a introdurre nuove forme di economia e a insediare in varie parti dell'isola gruppi di popolazione esterna (ex-militari, mauri ed ebrei), che nella condizione di liberi coloni e anche di schiavi venivano impiegati non solo a combattere le rivolte locali ma usati per rimpinguare le popolazioni. Ma la condizione demografica dell'isola non cambiò molto.
Altrettanto si deve dire dei tentativi portati avanti dai Bizantini, dai Genovesi, dai Pisani, dagli Aragonesi e dai Catalani che, salvo rarissime eccezioni, non hanno dato risultati apprezzabili. Forse hanno inciso sulle realtà urbane più importanti e sulle popolazioni dei presidi militari, ma molto meno hanno operato sulla condizione demografica dell'isola nel suo complesso e su quelle delle zone interne in particolare.
Anche i Piemontesi e da ultimo tanto il periodo post-unitario quanto il regime fascista hanno tentato di realizzare vari progetti di riforma e di colonizzazione, ma con scarsi risultati se si eccettuano i casi di Carloforte nel Settecento e di Arborea, Carbonia e Fertilia nel Novecento; più fragile la colonizzazione della Nurra e del Sarrabus.
In Sardegna la condizione demografica cominciò a migliorare solo a metà Ottocento, cioè quando insieme ai cambiamenti realizzati nel sistema amministrativo, scolastico, sanitario, delle comunicazioni si sviluppò l'industria mineraria e anche quella manifatturiera, purtroppo però in misura insufficiente rispetto alla crescita demografica: e ciò costrinse una parte della quota eccedente di manodopera sarda a emigrare prima verso l'Italia, la Francia, l'Algeria e la Tunisia; poi verso le due Americhe e, con il regime fascista, nelle colonie africane.
Un esito migliore, ma ancora troppo debole, ha avuto la creazione della provincia di Nuoro, che immise nel sistema delle aree pastorali una componente pubblico-amministrativa e trasformò Nuoro da grande borgo agropastorale in una piccola città, senza però cambiare la realtà di fondo nuorese e tantomeno intaccare quella già consolidata delle zone più interne della nuova provincia.
In termini numerici, fino a metà Ottocento la popolazione della Sardegna non superò mai le 500.000 unità. Ma dal censimento del 1848 a quello del 1931 la popolazione sarda passò da 574.103 unità a 980.000 e continuò a crescere fino a superare, nel cosiddetto "censimento dell'Impero" (21 aprile 1936) il milione di abitanti e a toccare nel 1952, a sette anni dalla fine della guerra e dopo la nascita della Repubblica, 1.270.000 unità e nel 1971, dopo 23 anni dalla nascita della Regione autonoma e a pochi anni dall'approvazione del Piano di rinascita 1.474.000 unità, fino a superare qualche anno dopo i 1.600.000 abitanti.
Bisogna tenere presente, peraltro, che tutti gli sforzi fatti per creare nuovi posti di lavoro proporzionati all'incremento della popolazione non furono sufficienti a fermare l'emigrazione, che anzi proprio negli anni del primo sviluppo industriale (tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento) registrò le punte più alte.

3. Tralasciando tutte le leggi speciali e gli interventi di vario genere – che cominciarono con la legislazione promossa da Francesco Cocco Ortu e poi ripresa dagli interventi fascisti diretti a migliorare le condizioni dell'isola – è indispensabile parlare del più importante, cioè del Piano di rinascita.
Il Piano si basava anch'esso su una legge speciale, la 588, approvata dal Parlamento l'11 giugno 1962 dopo una lunga rivendicazione – promossa soprattutto, ma non solo, dalla sinistra – iniziata nel 1950, un anno appena dopo la nascita della Regione.
Non è il caso di riesaminare tutta la legge, ma è importante ricordare che essa prevedeva un intervento che doveva essere "straordinario" e "aggiuntivo" rispetto alla normale attività di governo dello Stato e della Regione: una serie di misure volte a realizzare un vasto processo di modernizzazione di tutti i settori della vita associata, coinvolgere le diverse popolazioni locali nel processo di sviluppo, realizzare la massima occupazione, valorizzare le risorse dei diversi territori e sviluppare un moderno sistema industriale.
Per realizzare gli obiettivi del Piano furono creati in tutti i settori nuovi strumenti, una specifica rete pubblica e privata per favorire lo sviluppo: essa comprendeva cooperative di primo e secondo grado agricole, artigianali e commerciali, consorzi di bonifica, consorzi industriali, istituti di credito, la Società finanziaria regionale, i Comitati zonali per lo sviluppo, i comprensori turistici, i centri di addestramento professionale, i centri di assistenza tecnica, oltre, ovviamente, alle nuove e specifiche strutture interne all'amministrazione regionale quali il Comitato esperti, il Comitato di consultazione sindacale, il Comitato di coordinamento, l'Assessorato alla rinascita e il Centro di programmazione. In breve, si progettò e in gran parte di realizzò un apparato ricco di competenze e di esperienze, volto ad assicurare la partecipazione all'elaborazione e all'attuazione del Piano da parte del più vasto numero possibile di categorie e dei loro rappresentanti.
Oggi si fa un gran parlare di programmazione dal basso, contrapponendola a quella del Piano di rinascita, definita piuttosto sbrigativamente come programmazione dall'alto. Si tratta, come è evidente dai pochi accenni contenuti in questa nota, di una forzatura, di un travisamento che nasconde una deficienza.
La vera differenza tra l'esperienza della Rinascita e quella del periodo successivo, a partire dalla fine degli anni '70, non sta nella procedura ma nell'impostazione generale: la prima aveva come base una visione generale, nata da un lungo processo politico, sindacale, sociale, culturale e condiviso dal senso comune; nel secondo tempo si pretese di affidare lo sviluppo e la sua strategia al mercato e alla sensibilità e alla conoscenza dei poteri locali, ai quali da allora non venne però offerto alcun riferimento generale né una visione condivisa dall'alto e dal basso. Da ultimo, a complicare il quadro si è aggiunta la crisi generale attraversata dal Paese, con tutte le limitazioni che hanno toccato l'operatività delle Regioni e degli Enti locali.
Bisogna aver presente tutto questo per capire la condizione di crisi nella quale si trova oggi la Sardegna e per cercare di uscirne senza troppi danni.

4. Gli obiettivi primari del Piano di rinascita erano la massima occupazione e lo sviluppo di tutti i settori produttivi, in modo particolare dell'industria, considerata dai maggiori economisti del tempo l'unica in grado di rompere nei tempi brevi la stagnazione e avviare uno sviluppo anche nelle zone meno dotate di risorse naturali agricole o turistiche.
Non si trattò di una scelta contro l'agricoltura, la pastorizia o il turismo, ma dell'adozione di un modello più efficace per realizzare un migliore equilibrio economico, sociale e territoriale generalmente condiviso – come dimostrano i documenti regionali del Piano e quelli delle Zone omogenee e dei vari comitati coinvolti già nella fase della sua predisposizione. L'intervento, inoltre, doveva essere obbligatoriamente – come abbiamo già sottolineato – "straordinario" e "aggiuntivo" rispetto a quelli più tradizionali, che da soli non potevano assicurare l'equilibrio e i livelli di occupazione e avrebbero richiesto tempi più lunghi per realizzare la modernizzazione e avviare i cambiamenti strutturali della società sarda in tutti i campi: nei settori produttivi, nella vita sociale, nei trasporti, nella scuola, nella sanità.
Non si trattò neppure di una scelta di sviluppo per poli, come è stato detto e come poi il giudizio si è venuto consolidando nell'opinione pubblica (e nella stessa descrizione di studiosi forse un po' frettolosi): al contrario, si scelse un modello d'industrializzazione diffusa che, partendo dalla prima e più antica presenza di un'industria propriamente sarda, quella mineraria, arrivasse a comprendere le tradizionali industrie agroalimentari, sugheriere, lapidee, dei metalli non ferrosi, dei laterizi, facendone un tutt'uno (una rete, si direbbe oggi) con le nuove attività industriali presenti sul mercato, soprattutto ma non solo del settore petrolchimico in via di forte e rapida espansione sia per iniziativa delle Partecipazioni statali che ad opera dei privati.
Fu il mercato e non la politica regionale a decidere che le industrie che si insediarono in Sardegna fossero in prevalenza quella della petrolchimica e del settore tessile. La cartiera di Arbatax fu un misto di politica e mercato. Solo la realizzazione di una filiera dell'alluminio e del piombo-zinco fu una scelta politica. La crisi dell'intero settore industriale non era prevedibile né evitabile. Quella del petrolchimico fu causata da eventi esterni, come la "Guerra del Kippur"; il tessile, in gran parte dipendente dal primo, dopo avere resistito per qualche anno si arrese quando prese vigore la scelta della delocalizzazione. La crisi dell'alluminio, oltre alla scarsa qualità del carbone sardo, è stata causata dall'eccesso dei costi energetici, quella della Cartiera da cause complesse attribuibili solo in parte a fattori locali, quella dell'industria mineraria estrattiva e dei metalli non ferrosi derivò in gran parte dall'esaurimento (non previsto dagli esperti) delle risorse minerarie, la cui estrazione è stata per millenni l'unica industria sarda e i giacimenti considerati praticamente inesauribili. Dall'estrazione dell'ossidiana fino al tardo Novecento l'industria estrattiva ha segnato la vita di larghe zone della Sardegna, ma soprattutto del Sulcis-Iglesiente guspinese.
La sua scomparsa alla fine degli anni '70 è stata per l'isola una delle più grandi catastrofi socio-economiche di tutti i tempi e, come ogni catastrofe, fu sostanzialmente inattesa.
Sulla scelta dell'industrializzazione (in particolare di quella della Sardegna centrale) le opinioni divergono sin dall'inizio. I sostenitori del mercato e quelli de "su connottu", stranamente accomunati, hanno sempre predicato che il fallimento era inevitabile e che l'errore era difficilmente rimediabile, come dimostrerebbero (secondo loro) le vicende successive.
I sostenitori, tra i quali ci sono anch'io, dell'industrializzazione come fattore di rapida crescita e inclusione della Sardegna interna nel processo di modernizzazione, hanno invece sostenuto sempre il contrario. Hanno sostenuto, cioè, che la presenza del settore industriale nello sviluppo di un'economia moderna è stato decisivo ovunque, e che quindi la sua presenza in tutta la Sardegna, anche nella più "difficile" Sardegna interna, era essenziale. A giudizio dei critici è stata la presenza dell'industria a destabilizzare le aree interne: per me, invece, la crisi di quelle zone nasce dall'insuccesso del processo di sviluppo industriale. I critici insistono soprattutto sulle industrie della Media Valle del Tirso.
Ottana però non era unica: era il cuore, il motore principale della modernizzazione di tutta la Sardegna interna e questa era la considerazione non solo della classe politica regionale ma anche della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause del malessere sociale diffuso nell'isola.
Al suo nascere il progetto Ottana suscitò molte speranze. I giovani della Barbagia, del Marghine, del Goceano, del Mandrolisai, del Guilcer, del Barigadu, della Planargia e di parte del Meilogu convergevano a Ottana nell'intento consapevole di poter vivere una realtà completamente diversa da quella tradizionale, praticare un lavoro moderno, conseguire una formazione professionale e sindacale in linea con quella delle aree più avanzate del nostro Paese. E infatti proprio questo avvenne, ed essi divennero sia pure per breve tempo una nuova classe dirigente isolana.
Un vento di forte cambiamento soffiò su tutte le zone interne. Ci fu un grande risveglio, che però durò troppo poco. E, come tutti sappiamo, lasciando molte delusioni e quasi cancellando la speranza di un futuro diverso, ha riportato in campo sia la vecchia rassegnazione sia il ribellismo e l'idea – che sembra oggi prevalere – secondo cui il processo di modernizzazione fondato sull'industria non fosse allora e non sia oggi necessario allo sviluppo, sicché sarebbe stato meglio – allora e sarebbe meglio anche oggi – puntare sul vecchio patrimonio de "su connottu" con l'aggiunta dell'estensione del turismo marino verso l'interno.
Il fatto più singolare è che in questo ormai annoso dibattito nessuno abbia risposto all'ovvia domanda del perché il sistema industriale tradizionale – entrato in crisi in quegli anni in tutto il mondo occidentale – sia stato ovunque sostituito da altre attività industriali, tranne che in Sardegna. E perché alla crisi industriale si siano aggiunte le difficoltà del settore agropastorale, dei servizi, del commercio, dell'artigianato, della cultura, del modello di vita, della tecnologia, dei consumi: insomma, non solo del nuovo, ma di tutto quello che esisteva, si può dire da sempre, e che era stato sostenuto e rinnovato per essere all'altezza delle esigenze della società civile e del mercato.
I sostenitori del princìpio che il settore industriale non andava abbandonato ma riconvertito per metterlo in linea con le esigenze e con i tempi della globalizzazione, con i processi, le merci e la tecnologia più avanzata, come è stato fatto in altre aree del nostro Paese, dove l'industria si è rinnovata mettendo in campo nuovi prodotti, nuove strategie commerciali, nuove tecniche, nuove idee, nuovi strumenti, nuove politiche, nuovi modelli produttivi competitivi e dinamici, non sono stati ascoltati. In Sardegna solo una minoranza difese l'industria. La maggioranza della classe dirigente (qualcuno dice secondo la sua natura e la sua tradizione storica), ha assistito passivamente o è intervenuta con precarie tecniche assistenziali alla crisi dell'intero sistema chimico, minerario, metallurgico, agroalimentare, lapideo, sugheriero, cartario e tessile, lasciando fare al mercato. Ha chiesto aiuto allo Stato e alle Partecipazioni statali, ma di suo non ha fatto quasi nulla: non ha utilizzato il capitale umano, né gli strumenti e le diverse potenzialità create dallo stesso Piano di rinascita, non ha elaborato un nuovo progetto, non ha messo in campo strumenti nuovi per far fronte alla crisi della prima modernità e entrare nella seconda, come hanno fatto altre realtà territoriali, colpite come e più di della Sardegna dalla crisi del vecchio apparato industriale. Questo atteggiamento ha fatto sì che ora la Sardegna, dopo aver conosciuto nel passato la prima industrializzazione, basata sulle miniere, poi la seconda, quella cosiddetta "fordista", promossa dal Piano di rinascita, si avvii con difficoltà a introdurre la quarta, definita 4.0, senza avere sperimentato la terza, che è stata fondamentale in tutto l'Occidente e anche in Italia.
Da questo quadro di sintesi emerge con sufficiente chiarezza che è stata soprattutto l'assenza del processo di ristrutturazione e di riconversione portato avanti in tutto il mondo occidentale che ha causato la desertificazione industriale in Sardegna e contemporaneamente contribuito fortemente anche al processo di spopolamento.

5. Le cause che generano oggi lo spopolamento non sono più o solo quelle descritte da John Day ma più complesse. Tra esse c'è la crisi dell'industria ma prima ancora c'è il cambiamento della base culturale della società sarda, che si avvia ad essere totalmente allineata alla cultura dominante e allo stile di vita più individualista, tra le quali la pratica dell'aborto delle nuove tecniche di contraccezione, normali e di "emergenza".
Nel mondo occidentale il nuovo stile di vita si è imposto ovunque, nelle aree urbane come in quelle rurali. Ma mentre le prime compensano la denatalità con l'immigrazione interna ed esterna, le seconde patiscono oltre all'effetto negativo della denatalità anche quello dell'emigrazione. Se partiamo dal riconoscimento che la denatalità deriva in primo luogo da ragioni culturali e soltanto in secondo luogo da altri fattori, tra i quali la desertificazione industriale, dobbiamo purtroppo convenire che è molto difficile invertire la tendenza con provvedimenti politici o amministrativi come quelli che sono stati messi in atto fino ad ora. Dobbiamo capire che solo un cambiamento profondo che tocchi insieme il paradigma culturale dominante e la complessiva struttura produttiva e sociale può farlo.
Risolvere il problema dell'orientamento socio-culturale non è compito solo della politica, che anzi ne è essa stessa vittima: è compito della società civile nel suo complesso. Ma essa non reagisce quanto sarebbe necessario.
Perciò tutto lascia pensare che la tendenza attuale a non formarsi una famiglia negli anni giovanili e a ridurre le nascite per avere meno oneri, meno obblighi e meno responsabilità continuerà per un tempo lungo: non saranno le poche azioni messe finora in atto in campo sociale a invertire la tendenza, che secondo gli studi degli esperti determinerà una diminuzione della popolazione sarda da 150.000 a 350.000 abitanti nell'arco di 35 anni.
Ma c'è sempre l'altra causa dello spopolamento: quella attribuibile alle differenti condizioni economico-sociali delle diverse aree. Questa causa non va sottovalutata ma considerata importante come le altre e, forse, anche di più. Le forme e i modelli – di vita e di lavoro – a cui aspirano le nuove generazioni nate dopo l'evoluzione economica e dotate di un livello d'istruzione superiore si pongono infatti naturalmente obiettivi difficilmente realizzabili nelle zone di residenza. Ed è soprattutto questo che provoca l'emigrazione verso le città, dove queste possibilità esistono e talvolta aumentano, mentre sono assenti o in via di progressiva riduzione nelle aree interne.
Mentre il fattore culturale può essere modificato solo superficialmente dalla Regione, è questo secondo aspetto del problema che la politica regionale può e deve affrontare con azioni forti e risorse consistenti: azioni e risorse che negli ultimi decenni sono mancate o sono rimaste incompiute, anche nel pur importante e innovativo governo di Renato Soru. Ci fu in quel momento una notevole ripresa di fiducia da parte dell'opinione pubblica più sensibile al rinnovamento della politica, ai valori ambientali e paesaggistici, alla sostenibilità e all'innovazione, alla cancellazione degli elementi strutturali e amministrativi obsoleti e parassitari. Molto meno per le questioni di cui parliamo. Purtroppo l'esperienza è durata solo un quinquennio, troppo poco per la formazione e l'affermazione nel corpo sociale della Sardegna e, prima ancora, nella sua classe politica, di una nuova visione dello sviluppo e di un nuovo "senso comune" coerente con essa e tale da ispirare l'azione della Regione.
Dopo Soru, tutto è ripreso come prima, anzi peggio, perché la triade formata da «democrazia, autonomia e rinascita», che aveva costituito fino alla fine degli anni '70 il comune denominatore delle forze politiche di governo e di opposizione si era esaurita e non era stata sostituita da un altro sistema di principi e di valori necessari per governare la nuova condizione dell'isola, superando i conflitti e le contrapposizioni tra vecchio e nuovo e provvedendo all'elaborazione di una nuova visione generale condivisa.
Da allora si fa un gran parlare di patti territoriali, di sviluppo locale, di risorse ambientali, agricole, paesaggistiche, culturali, di coesione e sostenibilità sociale (tutti concetti di derivazione europea), ma gli interventi – soprattutto quelli degli ultimi dieci anni – sono molto modesti e scoordinati, non inutili ma non certo sufficienti ad arrestare il fenomeno e invertire la tendenza. Essi, più che contribuire a frenare il processo in corso, sono servite forse a far stare meglio chi è rimasto nei luoghi meno periferici e anche a migliorare le condizioni di vita nelle zone in via di spopolamento ma non ad eliminare le cause dalle quali nasce il declino. Per ottenere questo risultato è necessario fare molto di più: e farlo partendo da un discorso unitario, non limitato all'economia ma esteso alla condizione complessiva della società sarda di oggi.
Per questo è necessario abbandonare la politica del caso per caso e adottare un approccio unitario che includa in un unico "piano strategico" le politiche istituzionali, agricole, industriali, turistiche, ambientali, sociali, sanitarie, dell'istruzione. Occorre impegnare l'intero sistema in uno sforzo teso a garantire a tutti i territori adeguate possibilità di sviluppo moderno e contemporaneamente operare per rimuovere le cause più profonde, che non sono solo economiche ma più immateriali, perché nascono – come ho già detto – dalla cultura post-moderna, che ha messo in crisi le vecchie categorie valoriali e indebolito la politica che appare sempre più statica, senz'anima, senza cuore e senza mente. Da una crisi così profonda si esce solo attivando un complesso processo virtuoso in cui politica e società nel loro insieme si impegnano a superare la crisi non con tecniche di ingegneria istituzionale (come si è fatto finora) ma cercando di recuperare un senso solidale della vita, una visione universale di eguaglianza, giustizia, dignità per tutti, ascoltando le voci dell'anima e del cuore, usando la mente per rispondere alle nuove domande della società rafforzando la democrazia, l'autogoverno e promuovendo un nuovo sviluppo.

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