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Una nota storica a margine del dibattito su Ottana
- 23 Aprile 2018
- Salvatore Mura*
1. La Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna (più nota come Commissione Medici, perché presieduta dal senatore democristiano Giuseppe Medici), istituita con la legge del 27 ottobre 1969, n. 755, terminò i lavori il 29 marzo 1972 con la consegna di due relazioni.
Le polemiche e i conflitti che contrapponevano quotidianamente i partiti non avevano impedito lo sviluppo di un confronto sereno, una convergenza sull'individuazione dei problemi e delle soluzioni. Democristiani e comunisti, socialisti, repubblicani, socialdemocratici e liberali avevano trovato la sintesi e sottoscritto la stessa relazione. Si era distinto solo un commissario che apparteneva al Movimento sociale, Alfredo Pazzaglia, il quale aveva presentato una sua relazione.Combattente volontario nella X Mas della Repubblica sociale (quando ancora non aveva compiuto sedici anni), fondatore del Movimento sociale in Sardegna, stimato avvocato e abile politico, consigliere regionale dalla III legislatura, Pazzaglia nel 1968 era stato eletto deputato. Nella Commissione parlamentare d'inchiesta portava il pensiero di un uomo che, pur essendo nostalgico del regime fascista, era un rigoroso studioso dei problemi dell'isola. L'idea di uno Stato forte, consapevole del diritto e dovere di imporre ad ogni costo la sicurezza, lo aveva conquistato sin dalla giovinezza. E non cambiò le sue concezioni quando dovette accostarsi allo studio del fenomeno della criminalità in Sardegna. Anzi ebbe modo di mostrare la sua fiducia nella capacità dell'autorità statale di proteggere le comunità. Non a caso inserì, fra le sue proposte, il potenziamento della macchina giudiziaria, il miglioramento dell'efficienza dei carabinieri, la riforma della polizia rurale. Al primo posto, però, Pazzaglia, che avvertiva l'urgenza di investire sul sistema educativo, proponeva un programma per l'edilizia scolastica, la regolarizzazione della situazione giuridica del personale della scuola, un servizio formativo in grado di agire sull'alunno, sulla famiglia e sull'ambiente, un controllo accurato sull'effettivo adempimento dell'obbligo scolastico, la creazione di convitti, il riordino di quelli professionali e altre misure rivolte alla formazione delle nuove generazioni.
La relazione di maggioranza, invece, riconosceva che il Piano di rinascita aveva concorso a favorire lo sviluppo di alcuni settori dell'economia isolana, ma non aveva rimosso quelle condizioni sociali, economiche e culturali che erano la causa principale della criminalità, in particolare nelle zone interne dell'isola. Qui lo sviluppo moderno non aveva trovato sfogo, bloccato dalla morfologia del terreno, dagli agenti atmosferici (vento e siccità), dalla distribuzione della proprietà fondiaria (frantumata in piccoli appezzamenti non sufficienti a garantire un tenore di vita adeguato ai tempi). L'agricoltura e la pastorizia, tendenzialmente ancorate a forme primordiali, erano le principali attività occupative. Questo, secondo la maggioranza della Commissione, non era più ammissibile: impediva l'avvio di un processo di modernizzazione della vita delle popolazioni barbaricine; rendeva intollerabile il contrasto fra il mondo rurale dell'interno e quello urbano; ostruiva la maturazione di un senso civico. Insomma, senza il superamento della società pastorale arcaica non si sarebbe sconfitta la criminalità, «prodotto di quel mondo, come la mafia dei feudi prosperava nel latifondo siciliano». Non potevano essere drastici provvedimenti di polizia a sradicare la criminalità sarda, in mancanza, peraltro, di un'efficace amministrazione della giustizia (i tempi dei processi, ad esempio, erano molto lungi); né poteva bastare aumentare il numero e le potenzialità delle stazioni dei carabinieri e/o affidarsi al potenziamento delle compagnie barracellari.
Trasformare l'economia era un passaggio necessario. La pastorizia stanziale, razionale e moderna, era il traguardo che presupponeva la scomparsa di quella nomade e arcaica. Esclusa un'integrale operazione di espropri e di ridistribuzione razionale dei terreni, e considerato che l'intervento radicale dall'alto, come ai tempi delle chiudende, poteva accrescere temporaneamente le occasioni di criminalità, le preferenze ricadevano su una legislazione "moderata", che concretamente voleva dire regolamentare gli affitti e il credito, in modo da favorire il trasferimento ai pastori delle terre al pascolo, istituire un demanio regionale, creare una rete di cooperative, realizzare opere di bonifica, finanziare l'istruzione professionale, introdurre moderne tecniche di coltivazione. Con questa serie di riforme si prevedevano due effetti positivi: l'incremento del reddito medio delle famiglie e la diminuzione del numero di occupati nell'agricoltura e nell'allevamento.
L'industria era il settore che, secondo la maggioranza della Commissione, avrebbe dovuto raccogliere la manodopera in eccedenza. Nella zona della piana di Ottana, in cui erano già state avviate le iniziative per la costruzione di industrie chimiche e manifatturiere, gli investimenti diretti dovevano crescere. La scelta era «coraggiosa», ma trovava la «fervida collaborazione delle autorità e delle popolazioni del Nuorese», perché rappresentava «il fatto nuovo della società pastorale», alla quale la giovane generazione guardava con speranza. Le principali forze politiche e sociali consideravano l'industria la via maestra, più diretta e più efficace, per rompere con il passato e portare la società barbaricina ad una rapida evoluzione. La guerra chimica non preoccupava i commissari né destava sconcerto la spregiudicatezza di alcuni gruppi industriali e la scarsa vigilanza delle autorità pubbliche. Lo sviluppo della grande industria, che pure veniva definitivo «non armonico», non era in discussione. Anzi otteneva una riconferma. Al ministero per le Partecipazioni statali si chiedeva nuovamente di promuovere per la Sardegna un programma di intervento delle aziende sottoposte al suo controllo.
Anche lo sviluppo turistico avrebbe dovuto contribuire alla modernizzazione della Barbagia. Non soltanto era un'occasione per integrare il reddito, ma era uno dei canali primari per «togliere le contrade interne dal loro secolare isolamento». Con la creazione del parco del Gennargentu, ad esempio, si prevedeva di agevolare lo sviluppo di un tipo di turismo rispettoso dei luoghi e degli abitanti. La maggioranza della Commissione, quindi, insisteva affinché fosse elaborato un progetto di parco. Raccomandava inoltre la conservazione e lo sviluppo del patrimonio archeologico, artistico e culturale. Non si può perciò sostenere che prevalse una visione del turismo esclusivamente economicistica.
2. Il 26 ottobre 1972 cominciò l'iter legislativo della proposta di legge 509 intitolata «Rifinanziamento, integrazione e modifica della legge 11 giugno 1962, n. 588 e riforma dell'assetto agro-pastorale in Sardegna», di iniziativa dei senatori, nonché presidenti dei rispettivi gruppi parlamentari, Spagnolli (Dc), Ariosto (Psdi), Terracini (Pci), Pieraccini (Psi), Cifarelli (Pri), Parri (sinistra indipendente), a cui si aggiunse Brugger (altoatesino, iscritto al gruppo misto). Il testo, evidentemente, era il frutto di una convergenza fra le forze politiche di governo e quelle di opposizione. Si distinguevano soltanto i missini, i quali avrebbero presentato prima al Senato e poi alla Camera una propria proposta di legge, e i liberali, anch'essi promotori di un loro progetto al Senato.
Le novità principali del disegno di legge Spagnolli e altri riguardavano: la spesa di 600 miliardi di lire (di cui il 20% riservato al settore agricolo) a carico dello Stato; la "programmazione per progetti", come strumento per realizzare in maniera più efficace gli interventi regionali; una migliore definizione e istituzionalizzazione del coordinamento; il sistema degli incentivi all'industria manifatturiera ad alta intensità di manodopera e alle imprese di piccole e medie dimensioni; il risanamento e lo sviluppo dell'industria estrattiva; la realizzazione di «complessi integrati» di opere e servizi civili con priorità per i servizi culturali, sportivi e ricreativi; la costituzione della sezione speciale dell'Ente di sviluppo con il compito di gestire un "monte dei pascoli". Il progetto di legge aveva diversi punti deboli – mancava, fra l'altro, una definizione precisa del concetto di piccola e media impresa, che evidentemente non poteva essere di natura puramente formale o giuridica (ad esempio, personalità giuridica distinta etc.), considerata l'abilità della grande industria a raggirare le norme per intercettare i finanziamenti –, ma il testo era ampiamente condiviso.
Anche in questo caso, come in quello che aveva portato alla legge 588, c'era stata un'ampia partecipazione della classe dirigente sarda all'elaborazione degli indirizzi generali e il Consiglio regionale (in una legislatura pure definitita «sprecata») era riuscito ad interpretare il movimento unitario cresciuto attorno al nuovo provvedimento. L'opposizione era rappresentata soltanto dalle destre. Il comunista Ignazio Pirastu manifestava l'esigenza di chiudere quanto prima la discussione. Il suo sostegno al disegno di legge n. 509 era totale. «Il nostro partito, voglio dire tutto il nostro partito (dalle organizzazioni regionali e provinciali alla direzione nazionale e ai gruppi parlamentari), è convinto – affermò Enrico Berlinguer – che le scelte e le finalità fondamentali della 509 non solo rispondano alla esigenza urgente di trasformazione, rinnovamento e sviluppo della società sarda ma possono coerentemente inserirsi e contribuire al necessario processo di sviluppo del Meridione e della società nazionale» («La Nuova Sardegna», 30 gennaio 1974).
Per incontrare una visione davvero diversa occorre volgere lo sguardo verso il campo delle destre. La proposta di legge presentata dal Movimento sociale poneva al centro le infrastrutture, gli investimenti sociali (come la scuola e l'assistenza sanitaria) e individuava un settore maggiormente trainante, il turismo, che però, condizione vincolante, doveva svilupparsi in coerenza con la storia e le tradizioni della Sardegna. La Regione avrebbe dovuto elaborare un piano per la valorizzazione e la protezione dell'ambiente naturale, coordinato col piano paesistico. I proprietari dei terreni compresi nelle zone destinate allo sviluppo turistico sarebbero stati tenuti a presentare, anche uniti in consorzi, progetti di valorizzazione dei territori. Viceversa, potevano incorrere in azioni di esproprio. Lo sviluppo industriale sarebbe stato ridefinito. Escluse le industrie di base, perché trapiantate forzatamente in un terreno inidoneo ad accoglierle, avrebbero ricevuto sovvenzioni soltanto quelle di piccole e medie dimensioni orientate allo sfruttamento delle risorse locali. Per l'agricoltura era previsto un programma straordinario di riassetto e di riforma del settore agro-pastorale, mirato, fra l'altro, alla sostituzione della pastorizia nomade con quella stanziale e al riordinamento fondiario, anche attraverso l'immissione coattiva nei terreni con un contratto tipico d'affitto. Questo progetto prevedeva una spesa complessiva di 720 miliardi. Il governo, tuttavia, stabiliva in 600 miliardi il limite massimo dello stanziamento statale.
Forte anche del consenso del Partito comunista, la maggioranza governativa (Dc, Psi, Psdi) accelerò i tempi. Tutti i diversi tentativi di modifica portati avanti dai deputati missini furono respinti, senza essere discussi. Poco prima della votazione finale del testo, che sarebbe diventato la legge 268 del 24 giugno 1974, Giuseppe D'Alema (Pci) dichiarava che la legge permetteva «la soluzione del problema annoso e storico dell'isola». Non soltanto aveva un significato locale, ma aveva un valore nazionale. C'era molto, forse troppo entusiasmo. Il provvedimento, fra l'altro, univa le sinistre e la Democrazia cristiana in una sorta di "compromesso storico".
Si trattava dell'avvio di un nuovo corso? Non mancavano i collegamenti con l'esperienza passata, che forse erano pure inevitabili, ma le novità erano assai rilevanti e presentavano la legge 268 come l'inizio di una nuova stagione, distinta dalla precedente per obiettivi, procedure, scelte di investimento. Al centro della nuova programmazione c'era la valorizzazione delle risorse locali, in un'ottica di recupero sociale di quella fascia di lavoratori che esercitava la propria attività in condizioni di arretratezza inaccettabili e incompatibili con un modello di società evoluta. La classe politica, perciò, investiva sui settori tradizionali dell'economia sarda. Si trattava di una scelta controversa: raggiungere grazie al settore agro-pastorale una rapida crescita dell'occupazione, e quindi frenare subito la crisi, era un obiettivo molto ambizioso. In realtà anche il contributo dell'industria estrattiva all'aumento dell'occupazione sarebbe stato minimo. Il mondo del lavoro in Sardegna aveva bisogno di ben altri numeri per combattere la piaga della disoccupazione. La petrolchimica, non a caso, rimaneva al suo posto. Non era possibile smantellare i poli industriali, che ormai per necessità, come si usava ripetere allora, erano entrati a far parte delle «risorse locali» della Sardegna.
* Università di Sassari










