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Tendenze sovraniste nelle elezioni sarde e possibili alternative per una politica vicina ai cittadini

I risultati delle elezioni regionali in Sardegna sembrano confermare una tendenza nazionale, e per alcuni versi sovranazionale, di riconoscere nel sovranismo una ricetta considerata attendibile e in grado di risolvere molti dei problemi della società moderna.

Sotto accusa il recente passato, condizionato dagli attuali fenomeni della globalizzazione e, sul piano più marcatamente economico, della diffusione del liberismo, individuati quali cause della crisi nazionale e, da alcuni, internazionale. Più nel dettaglio il sovranismo, quale strumento di accentramento del potere a livello nazionale si oppone, in questo senso, tanto a processi di condivisione di regole a livello sovranazionale, come quello avvenuto in Europa nei decenni scorsi, quanto a forme di decentramento autonomistico che hanno informato i principi della Costituzione italiana, specie negli ultimi venti anni.

Il sovranismo, in tal senso, viene percepito come una certezza, già sperimentata nel passato, di una protezione assicurata per i popoli dalla mobilità (eccessiva) delle frontiere e dagli effetti negativi del libero mercato. L'efficacia comunicativa di questo messaggio è dimostrata dai risultati delle ultime elezioni politiche e, ancora di più e per certi versi non senza qualche contraddizione, nelle ultime due competizioni regionali. La contraddizione che pare evidente, per quel che ci interessa, è quella di un voto sardo, apparentemente ispirato alla tutela delle proprie specificità territoriali, sociali ed economiche, ma destinato nei fatti a tradursi nella condivisione della politica del sovranismo, sostenuta a livello nazionale. Ciò che, concretamente potrebbe tradursi nel tentativo di imporre in Sardegna, nella migliore delle ipotesi, un modello di gestione delle politiche che ha avuto un discreto successo nelle Regioni del nord, senza tuttavia alcuna certezza di pari esito. Non è escluso che, in alternativa, si proceda ad attuare una politica completamente dipendente dal Governo nazionale, con i limiti già conosciuti di impatto ed efficacia.

In questo quadro è necessario chiedersi se non sia davvero arrivato il momento (anche a sinistra e non solo a destra) di rimettere in discussione le fondamenta di una proposta politica alternativa a questa considerata convincente. Si commetterebbe un grave errore se si ritenesse che la scelta del corpo elettorale sia semplicemente esito di un processo di condizionamento mediatico, privo di una riflessione di sostanza sui limiti della politica degli ultimi decenni. Per contro quel condizionamento mediatico, fatto di presenze più o meno formali in ogni situazione critica emergente nel Paese, suggerisce il principale degli errori della politica moderna, il progressivo scollamento delle Istituzioni con i cittadini (e le loro esigenze) e la tendenza ad "arrendersi" alle deviazioni negative indotte dalla globalizzazione e dal liberalismo.

E' evidente che i problemi di un Paese in crisi non possono essere risolti semplicemente con una presenza mediatica costante, ma è altrettanto chiaro che l'ascolto dei cittadini è il primo fondamentale strumento di costruzione di una buona politica ed anche che la comunicazione (in costanza di mandato e non solo in sede di elezioni!) ai cittadini delle azioni politiche e dei loro esiti rappresenta uno strumento indispensabile di accountability.

Alla luce di queste considerazioni e semplicemente scorrendo le esperienze italiane di buona amministrazione (che esistono e sono numerose), ovvero di gestione della cosa pubblica che risponde ad entrambe le due esigenze predette (ascolto/comunicazione), pare emergere e farsi strada una tendenza in grado di opporsi al sovranismo ed è quella del localismo, ovvero dei governi locali, nei quali si implementa, spesso con poche e limitate risorse, la capacità di gestione del bene comune da parte della figura del sindaco.

Il sindaco in Italia è, per espressa norma costituzionale, il rappresentante del livello istituzionale più vicino al cittadino (art. 118 Cost.), il comune, al quale sono attribuite tutte le funzioni amministrative, ed è l'organo politico che, per sua configurazione normativa, è chiamato a intercettare le esigenze della propria comunità e promuovere lo sviluppo del territorio che governa. I sindaci, intesi non nelle singole individualità, ma piuttosto nel ruolo che ricoprono, rappresentano in questo momento in Italia la classe dirigente che manca, quella in grado di ascoltare e comunicare con i cittadini. Per ironia della sorte rappresentano anche quella classe dirigente alla quale è stato chiesto, nell'ultimo decennio, il maggiore dei sacrifici, sia attraverso l'adozione di misure di finanza pubblica che hanno imposto la riduzione delle loro disponibilità di risorse, che con la progressiva destrutturazione del sistema delle autonomie locali (riforma delle Province in primis). Quest'ultima, in particolare, ha avuto un doppio effetto negativo, eliminare tout court un altro livello di classe dirigente – peraltro specializzata e chiamata a rispondere a esigenze più complesse di area vasta – e riversare le relative responsabilità, gratuitamente, sui sindaci.

E' chiaro che questo progressivo indebolimento della classe dirigente locale, peraltro in netta contraddizione con i principi autonomistici affermati con la Riforma del Titolo V della Costituzione, unito ai dimostrati limiti di quella nazionale, spesso selezionata in contesti del tutto eterogenei rispetto a quelli dove si sperimentano capacità gestionali dei beni pubblici, hanno aperto la strada all'affermazione del sovranismo e all'accentramento, considerata, seppure in ossequio a una logica discutibile, quale soluzione estrema rispetto all'inefficacia della politica moderna.
Queste semplici osservazioni rendono essenziale per la costruzione di una politica moderna, che si opponga al sovranismo, il ripensamento del percorso di crescita e formazione della classe dirigente, che sia in grado di ascoltare e comunicare con i cittadini. Pare in altre parole che la via strategicamente più efficace sia proprio quella di valorizzare quel patrimonio di competenze e capacità, attualmente riferibile ai sindaci, sia come ruolo di partenza per la costruzione di una nuova classe dirigenziale, che come sede istituzionale privilegiata di ascolto e comunicazione con le comunità e imprescindibile luogo di prima elaborazione di politiche nazionali.

Non sembra allo stato che si configurino altre alternative al sovranismo. Si tratterebbe, peraltro, di dare riportare a coerenza l'attuale sistema di governo con i principi che ispirano la nostra Costituzione.

* Avvocato, già consulente nel settore del diritto regionale e enti locali. Attualmente funzionario pubblico

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