Blog
Riflessioni sull’antipolitica
- 23 Aprile 2012
- Giovanna Casagrande
Alcune riflessioni su un argomento che sta diventando pane quotidiano, l'Antipolitica,e che, come da prassi italiana vede due schieramenti opposti, nettamente separati, come due sponde di un fiume che non si toccano mai. Vorrei provare a stare dentro il fiume e osservare le sponde in una posizione da osservatrice laica e neutrale, anche se ciò non sarà possibile perché sono una cittadina italiana impegnata da anni a capire come la politica possa ritrovare se stessa.
Per anni abbiamo pensato che la Politica potesse essere praticata solo nei partiti. Essi, effettivamente, erano strumenti di partecipazione, di coinvolgimento e di rappresentanza dei cittadini, il ponte fra le sponde Istituzione e Cittadinanza. I più grossi partiti (che individuo nella D.C. e nel P.C.I.) erano non solo un bacino da aprire a scadenze elettorali, ma contribuivano alla formazione dei dirigenti che si affacciavano via via sulla scena politica locale o nazionale.
Quindi la struttura dei partiti appariva solida sia come forma di rappresentanza istituzionale, sia come fucina di amministratori che, una volta eletti, avevano una tracciabilità chiara e rispondevano, nei territori di riferimento, del loro operato.
La crisi degli anni '90, che tutti ancora si ostinano a chiamare passaggio da prima a seconda Repubblica, ha visto cancellata un'intera classe dirigente, sostituita, sull'onda dell'indignazione popolare, da quella che sembrava l'alternativa ai partiti corrotti e rappresentanti solo degli interessi di parte, segnando la strada a uno dei percorsi storici più contorti e, secondo me, contraddittori e poveri di sostanza che l'Italia abbia conosciuto.
Se prima i partiti di qualsiasi schieramento potevano considerarsi rappresentativi della società, negli anni '90 iniziarono ad assumere forme nuove e sicuramente poco democratiche con la figura dell'Uomo leader, che si assumeva l'onere di rappresentare tutti e persino di scegliere i dirigenti che poi avrebbero rappresentato i propri elettori nelle istituzioni.
C'è stata, in quegli anni, la sottovalutazione di questa nuova forma partito, addirittura c'è stata una corsa di emulazione di tale modello e i partiti storici hanno iniziato un percorso interno di ristrutturazione che li ha allontanati dal contesto sociale di riferimento. Dopo tangentopoli i partiti, anziché riformarsi e aprirsi a una società che si era dimostrata attenta e partecipe, hanno iniziato un percorso che li ha resi sempre più distanti dai grandi temi sociali, perdendo, soprattutto a sinistra, importanti fette di elettorato che, nel nord si sono riversate nella Lega, apparsa allora come un'alternativa importante, idonea rappresentante delle istanze di un Nord che trainava l'economia italiana e si sentiva poco rappresentato a Roma, in quel momento non più percepita come capitale italiana ma "nemica" dell'economia del Nord-Est.
Il referendum che, dopo tangentopoli, portò gli italiani a votare contro il finanziamento pubblico dei partiti, diede la chiave di volta ai partiti stessi, i quali, sentendosi minacciati dal taglio economico che ne avrebbe condizionato le dinamiche di rappresentanza e esistenza stessa nel panorama politico occupato da Berlusconi (che ancora non aveva ricevuto i regali di una sinistra miope), decisero di legiferare a loro favore, innescando il pericoloso meccanismo del rimborso elettorale, oggi sotto gli occhi di tutti.
Adesso sappiamo tutti, non solo gli addetti ai lavori, che i rimborsi elettorali che lo Stato, cioè noi, abbiamo elargito ai partiti non sono serviti (come oggi tutti si ostinano a raccontarci) a rendere gli stessi aperti e democratici, ma sono serviti, alla stregua di aziende finanziate dal pubblico, a rafforzare la propria struttura interna e a valorizzare carriere politiche personali, rendendo la partecipazione democratica sempre meno sostanziale, la cui degenerazione più evidente è una legge elettorale che ha impoverito culturalmente e politicamente il Parlamento italiano, strumento nelle mani di personaggi che hanno agito nell'interesse personale, creando le condizioni per la situazione attuale (che tutti osserviamo e non riusciamo a controllare) in cui l'Italia è ingabbiata.
Anche la nascita del Partito Democratico, che molti a sinistra hanno atteso come la forma partito finalmente rappresentativa di una consistente società italiana stanca del Berlusconismo e dell'immobilismo della politica, è apparsa da subito nella sua contraddizione fra regole scritte moderne (e adeguate allo spirito degli anni duemila) e la pratica che, se non negare, quantomeno ostacolava l'applicazione delle stesse.
Ovvio che le mie considerazioni, oltre a segnalare come ci siano, in pratica, nei bilanci dei partiti (bilancio UDC come S.p.A.) dei campanelli d'allarme da non sottovalutare, altro non sono che il tentativo di ragionare lucidamente e constatare che lo spauracchio anti politica non è agitato e nutrito da Grillo o chiunque parli male dei partiti, ma dai partiti stessi che, con il grande inganno del rimborso elettorale, si sono arricchiti, occupando istituzioni e importanti campi economici, condizionando lo svolgimento del loro compito di rappresentanza e riducendo la partecipazione dei cittadini a mera ratifica di decisioni, spesso impopolari, prese in pochi, e che hanno prodotto in Italia una forma di malgoverno bipartisan che ci ha portato a una decadenza politica economica culturale che non ha eguali.
Cosa dovrebbero fare i partiti? Mi interessa, personalmente, ciò che dovrebbero fare i partiti del mio schieramento politico (soprattutto in questa fase critica che vede l'obbrobrio dell'ABC) che, se da una parte confermano il sostegno al governo tecnico, dall'altra continuano in modo subdolo a condizionarne il percorso, pensando non al Paese coinvolto in una crisi tremenda, ma alla loro sopravvivenza, cercando in tutti i modi di tenere in piedi gli strumenti che sono necessari alla politica dei personalismi.
Credo che il partito democratico, per esempio, per essere credibile, debba applicare lo Statuto che lo ha reso così appetibile ai cittadini; debba, per esempio, chiarire pubblicamente il ruolo che le fondazioni presiedute dai suoi altissimi dirigenti hanno nella pratica politica dello stesso; debba spiegare come le primarie, strumento stravolto dalla loro prima apparizione, possano essere davvero strumento democratico di partecipazione; debba, soprattutto, applicare l'art.49 della Costituzione.
Per adesso i democratici hanno avvallato la riforma dell'art.81, dimostrando che la politica, a sinistra, ha perso completamente la funzione originaria e che niente sarà come prima in una società profondamente mutata, schiava delle regole non scritte sfuggenti ed efficaci del mercato globale e vittima di una partecipazione acritica dove il voto si è ridotto al televoto.










