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Politica e antipolitica. Rinnovamento e sovranita'
- 03 Maggio 2012
- Michele Piras
Attraversiamo una fase storica terribile nella quale sono i presupposti stessi del sistema democratico a rischiare un effetto di schiacciamento, costretti in una duplice e concentrica pressione: da una parte i mercati, che vivono la democrazia come un laccio emostatico al libero dispiegamento dei fattori finanziari, a una concezione di liberta' d'impresa che ha gravemente valicato i confini del rispetto degli uomini, delle donne e della natura.
Dall'altra l'esplodere dell'onda dell'antipolitica dalle viscere di una societa' ferita da anni di recessione, impoverimento, precarizzazione generalizzata.
E nei fenomeni di folla non c'e' spazio per i distinguo, ne' per l'analisi razionale: "Sono tutti uguali" e percio' paradossalmente nessuno verra' chiamato a pagare il prezzo di questo scempio. Tantomeno i responsabili, che nel rifiuto della politica avranno le argomentazioni ed i mezzi per dettare le condizioni della convivenza futura, anche se queste dovessero andare al ribasso rispetto allo scenario conquistato in anni di lotte e sacrifici dalle generazioni che hanno fatto la guerra e costruito il dopoguerra.
Esistono due forme dell'antipolitica: quella delle elites, quella del popolo. Una dirige il gioco, l'altra diviene strumento inconsapevole. E se la politica ha a che fare con la societa', si puo' dire anche che esistono due forme di antisocialita'.
La spinta attuale interviene nell'era del fallimento delle politiche neoliberiste. La loro diffusione massiccia in questi anni ha letteralmente screpolato il sistema sociale, le comunita', il sostrato reale che regge i sistemi economici.
La finanziarizzazione spinta dell'economia ha reso possibile che oggi esistano titoli che si chiamano Credit Default Swaps, prevalentemente gestiti dai medesimi soggetti che impongono questo o quel taglio del Welfare, questa o quella riforma "strutturale".
Si tratta di titoli che scommettono sul debito sovrano degli Stati, ovvero incrementano i profitti quanto piu' e' alto il rischio della bancarotta degli Stati. Gia' per questo si potrebbe pensare che i medici del nostro ospedale non siano i piu' adatti a curare il male della nostra economia. Ivi compresi i professori di casa nostra che da quel mondo provengono ed a quel mondo si riferiscono.
I partiti versano in uno stato comatoso: la contaminazione crescente fra politica ed affari e lo sganciamento da ogni legame sociale ha generato mostri. Ossi di seppia, macchine di burocrazia che quando va bene agiscono come comitati elettorali. E non basta evocare la buona politica per rimarginare la ferita che si e' prodotta nel corpo vivo della societa', la distanza siderale fra rappresentanti e bisogni reali, fra l'innovazione necessaria e la corrosione che segna la classe dirigente di questo Paese.
Da quest'angolatura sarebbe agevole risolvere che la politica dei tempi nostri e' la prima forma di antipolitica, certamente ne costituisce il carburante ed il detonatore. Basta pensare a una legge elettorale come quella che abbiamo, che coopta ceto politico, che sottrae diritto di scelta all'elettorato, strutturalmente pensata per riprodurre l'esistente e frenare il rinnovamento.
Servono azioni coraggiose e servono soggetti politici nuovi, non solo nella forma ma nella sostanza e nel metodo che utilizzano nell'organizzare la politica. Quelli esistenti non bastano piu': comunicano inutilita', inconcludenza, spreco di risorse pubbliche sottratte ai diritti ed al lavoro, proiettano l'immagine di una classe dirigente consumata, squalificata, incapace di ascoltare.
La politica e' un bene prezioso di cui non si puo' fare a meno. Cosi come sarebbe impensabile una democrazia senza costi, lasciata totalmente in balia del finanziamento delle lobby, definitivamente resa inerte per dipendenza economica dai privati.
Cio' di cui tuttavia si puo' fare a meno sono i privilegi ingiustificabili della classe politica, e' l'incapacita' cronicizzata di fornire risposte concrete ai bisogni sociali e di liberta', e' la distanza accumulata - in parole, opere ed omissioni - dalle comunita' di popolo, l'incomprensibilita' di un vocabolario ormai anni luce distante dalla vita reale delle persone.
La politica puo' e deve tornare a progettare futuro, a parlare ed operare per una speranza possibile, ricollocando al centro del proprio sistema di idee l'umanita' ed i propri diritti inalienabili: al lavoro, a una esistenza dignitosa, all'istruzione, alla casa, a vivere in un ambiente sano, a partecipare alle decisioni che riguardano il proprio divenire.
Percio' e' necessario - per dirla con Gramsci - liberarsi di cio' "che la realta' ha intrinsecamente sottoposto a critica". Ivi compresa una generazione politica che tanto ha dato, tanto ha avuto e che tante responsabilita' dovrebbe assumersi per lo stato del Paese.
Noi pensiamo a una soggettivita' politica nuova della sinistra: reticolare, duttile, capace di accogliere la complessita' sociale e costruire percorsi partecipativi di nuova democrazia. E crediamo che essa debba nascere e vivere nel territorio, invertendo la tendenza di sempre al centralismo delle organizzazioni politiche, alla semplificazione dell'esistente, quindi anche al congenito autoritarismo delle formazioni politiche del '900.
E poiche' abbiamo pensato a Sinistra Ecologia Liberta' come a un seme, che fertilizzi un terreno inaridito e favorisca la nascita di una nuova pianta, non siamo sufficientemente presuntuosi da pensare di essere noi quel nuovo soggetto. Semmai contributo parziale, politico e culturale, pronti ad andare oltre noi stessi in favore di qualcosa di piu' ampio e popolare.
In questi termini abbiamo l'ambizione di concorrere alla trasformazione della relazione fra lo Stato e la la Regione Sardegna e pensiamo che sia finito il tempo delle risposte dall'alto. Siano esse quelle di proiezione romana. Siano esse quelle da "uomo solo al comando" che pure abbiamo conosciuto e sperimentato anche nella loro versione progressista e nel corso della storia recente dell'Autonomia.
Il popolo sardo ha diritto ad autodeterminarsi, a sperimentare in piena sovranita' le proprie potenzialita' inespresse: quelle delle tante intelligenze in fuga dalla precarieta', quelle della collocazione euromediterranea, quelle di un ambiente naturale che dovrebbe essere considerata primaria materia di un nuovo sviluppo sostenibile, quella del vento, del sole e delle maree, che se opportunamente utilizzate darebbero la possibilita' ad un intero popolo di vivere in una condizione di benessere.
Sovranita' significa innanzitutto maggiore responsabilita' e la concreta possibilita' di praticare il proprio autonomo progetto di sviluppo: tanto sul piano normativo quanto su quello delle risorse e della fiscalita'.
Pensiamo che serva una Assemblea costituente, eletta democraticamente dai sardi, che ridefinisca la natura del rapporto con lo Stato nazionale e con la Comunita' europea, partendo dal ruolo di crocevia che questa terra potrebbe giocare in ambito Euromediterraneo, guardando alla sponda nord dell'Africa e a quella meridionale dell'Europa, in un rapporto fra liberi ed uguali che ricollochi l'idea di uno sviluppo sostenibile, che restituisca ai popoli la liberta' di cooperare, scambiare, costruire economia e benessere.
Insomma, che cosa sarebbe la buona politica nel XXI secolo se non l'ambizione di cambiare il mondo in meglio? Di trasformare lo stato presente delle cose, di tornare ad agire un progetto di progresso sociale, culturale e civile in una nuova ottica: quella del villaggio globale, quella di una rinascita complessiva della civilta' umana.
Ed in questo senso anche una piccola isola come la Sardegna, storicamente crocevia di popoli e culture, puo' avere - insieme ad altri - un ruolo, propulsivo, di innovazione.
* Coordinatore regionale SEL Sardegna










